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di Antonio Calabrò

Vista da lontano

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In Sicilia e nel Sud l’ascensore sociale si è bloccato

Diventiamo un paese di vecchi. non ci sono scelte di politica che investano sull’innovazione, la ricerca, la formazione. non c’è ricambio generazionale. Un po’ in tutta Italia. E in Sicilia più e peggio che altrove

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Nuove occasioni per la manifattura di tradizione

Bisogna puntare su una sintesi fra tradizione artigiana e mondo digital, ricerca e innovazione. Produzioni “su misura” per la più sofisticata clientela internazionale. Su questo la Sicilia ha molto da dire

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Straordinarie storie di donne imprenditrici

Nel Mezzogiorno due donne su tre non lavorano. eppure la Sicilia racconta storie di donne imprenditrici nell’editoria, nell’agro-industriale, nel turismo, nei servizi. una presenza da fare crescere

Abbecedario siciliano
di R. Alajmo
Roberto Alajmo, scrittore, dirige il Teatro Biondo, lo Stabile di Palermo. L’ultimo romanzo, uscito con Sellerio, si intitola "Carne Mia". Ha gareggiato in alcuni fra i più prestigiosi premi letterari nazionali...
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Alfabeto parallelo
di L. Vullo
Luca Vullo è autore, regista, produttore cinematografico e teatrale con base a Londra. Con la Ondemotive Productions Ltd ha realizzato “La Voce del Corpo", una docufiction...
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Com'è bella la città
di R. Pirajno
Architetto, giornalista pubblicista, docente universitario, saggista, ambientalista, ha scritto per diverse testate di ambiente, paesaggio, storia e processi evolutivi dell’ecosistema urbano nel suo contesto...
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Contemporaneo
di D. Bigi
Daniela Bigi vive e lavora a Roma, ma da circa vent’anni trascorre molto del suo tempo in Sicilia. È docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove...
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Cucina e politica
di G. Marrone
Gianfranco Marrone, semiologo, si occupa di tutto e di niente, basta che abbia un qualche senso umano e sociale. Docente universitario e chierico vagante, ama definirsi un dilettante per professione...
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Fooddia
di P. Inglese
Palermitano, si laurea in Scienze agrarie a Palermo e si specializza in Agricoltura tropicale e subtropicale nell’Università di Firenze, nel 1985. Oggi è ordinario di Arboricoltura generale e Coltivazioni arboree all’Università di Palermo, dove...
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Grand Tour
di S. Trovato
Romana di nascita, ma se l’è scordato subito, visto che è cresciuta tra il mare del Ragusano, la cupola del Brunelleschi e la banlieue parigina. Poi è arrivata a Palermo e si è fermata...
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I siciliani spiegati ai turisti
di A. Cavadi
Convinto che la filosofia debba uscire dai circoli specializzati, e farsi strumento di consapevolezza e di liberazione per tutti i cittadini, ha aperto a Palermo, nella “Casa dell’equità e della bellezza”, il primo studio di consulenza...
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Libri al gusto di Sicilia
di S. Piazzese
Santo Piazzese è autore dei romanzi I delitti di via Medina-Sidonia, La doppia vita di M Laurent, Il soffio della valanga, Blues di mezz'autunno, pubblicati da Sellerio e tradotti in francese, tedesco, castigliano. Ha vinto, tra gli altri, il Premio...
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Paesaggi
di G. Barbera
Giuseppe Barbera è professore di Colture arboree all’Università di Palermo. Tra i suoi libri: Tuttifrutti, Mondadori, 2007; Abbracciare gli alberi; Il Saggiatore, 2017; Conca d’oro, Sellerio, 2012...
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Sicilia mon amour
di R. Cavallaro
Régine Cavallaro è una giornalista francese di origine siciliana, come indica il cognome di cui si dice molto orgogliosa. Specializzata nel viaggio, ha collaborato a numerose riviste francesi come Ulysse, M Le Monde...
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Smart City
di M. Carta
Maurizio Carta, palermitano per nascita e scelta, vive un rapporto intenso con le città, sperimentando come capirle più a fondo e come progettarle meglio. Presiede la Scuola Politecnica dell’Università di Palermo e...
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Storie di storia
di S. Savoia
Salvatore Savoia, studioso palermitano, dopo una lunga esperienza bancaria si è dedicato a ricerche sulla storia e sulla letteratura italiana, con particolare attenzione agli autori siciliani del secolo XX. Tra le sue opere più recenti...
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Vini e vitigni
di V. Donatiello
Vincenzo Donatiello, classe 1985, è Restaurant Manager e Wine Director del Ristorante Piazza Duomo di Alba, 3 stelle Michelin. Follemente innamorato del Mondo del vino, vive di tante altre passioni come...
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Vista da lontano
di A. Calabrò
Giornalista per mestiere amato e mai dimenticato, manager e organizzatore culturale per professione attuale. L’identità è sempre aperta e molteplice, ama dire Antonio Calabrò, salde radici siciliane e vita molto milanese...
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Vista da vicino
di A. Purpura
Professore ordinario di Economia applicata all’Università di Palermo, da sempre si occupa di economia del turismo, studiando gli effetti che i flussi dei visitatori hanno sul territorio...
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di R. Alajmo
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di D. Bigi
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Fooddia
di P. Inglese
Palermitano, si laurea in Scienze agrarie a Palermo e si specializza in Agricoltura tropicale e subtropicale nell’Università di Firenze, nel 1985. Oggi è ordinario di Arboricoltura generale e Coltivazioni arboree all’Università di Palermo, dove...
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Romana di nascita, ma se l’è scordato subito, visto che è cresciuta tra il mare del Ragusano, la cupola del Brunelleschi e la banlieue parigina. Poi è arrivata a Palermo e si è fermata...
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di S. Piazzese
Santo Piazzese è autore dei romanzi I delitti di via Medina-Sidonia, La doppia vita di M Laurent, Il soffio della valanga, Blues di mezz'autunno, pubblicati da Sellerio e tradotti in francese, tedesco, castigliano. Ha vinto, tra gli altri, il Premio...
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Paesaggi
di G. Barbera
Giuseppe Barbera è professore di Colture arboree all’Università di Palermo. Tra i suoi libri: Tuttifrutti, Mondadori, 2007; Abbracciare gli alberi; Il Saggiatore, 2017; Conca d’oro, Sellerio, 2012...
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di R. Cavallaro
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Storie di storia
di S. Savoia
Salvatore Savoia, studioso palermitano, dopo una lunga esperienza bancaria si è dedicato a ricerche sulla storia e sulla letteratura italiana, con particolare attenzione agli autori siciliani del secolo XX. Tra le sue opere più recenti...
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Vini e vitigni
di V. Donatiello
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Vista da lontano
di A. Calabrò
Giornalista per mestiere amato e mai dimenticato, manager e organizzatore culturale per professione attuale. L’identità è sempre aperta e molteplice, ama dire Antonio Calabrò, salde radici siciliane e vita molto milanese...
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Vista da vicino
di A. Purpura
Professore ordinario di Economia applicata all’Università di Palermo, da sempre si occupa di economia del turismo, studiando gli effetti che i flussi dei visitatori hanno sul territorio...
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Creatività e cultura motori di crescita 

Il dato da cui partire è 250 miliardi di euro. È il valore aggiunto della filiera culturale e creativa nel 2016 ed equivale al 16,7 per cento del Pil. La cultura italiana, insomma, produce ricchezza, lavoro, positive relazioni sociali. E con quella cultura “si mangia” (per riprendere lo slogan d’antiche polemiche) e si costruisce futuro. I 250 milioni che vengono dalle attività culturali sono il cuore di uno dei “Dieci selfie” dell’Italia migliore, secondo l’annuale Rapporto Symbola sui primati italiani: una ricostruzione del Bel Paese che, nonostante tutto, investe, innova, cresce e resiste sia alla rassegnazione che al “rancore”: ottimismo cauto, critico e consapevole, non protesta carica di “risentimento” (su cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha di recente messo giustamente in guardia gli italiani). Quei primati riguardano la bellezza, l’innovazione, la green economy, la sapienza manifatturiera della meccanica e della farmaceutica, la moda, l’industria agro-alimentare di qualità.
L’industria hi tech d’eccellenza, digital e competitiva sta al Nord. Ma proprio il Rapporto Symbola indica strade stimolanti per lo sviluppo del Sud e sottolinea lo spazio che esiste per positivi percorsi di crescita della Sicilia. In quei 250 miliardi (90 di industria culturale in senso stretto e altri 160 di ricaduta da altri settori dell’economia: la forza del design su meccanica, arredamento e automotive, per esempio) pesano le dinamiche dei musei, positive dopo le riforme avviate dal ministro della Cultura Dario Franceschini. Un record di visitatori, nel 2017: oltre cinquanta milioni. E incassi in crescita, sino a 194 milioni di euro (venti in più che nel 2016). Il primato dei visitatori è di Roma e del Lazio, naturalmente, con ventitré milioni. Seguono Napoli e la Campania, con 8,7 milioni. Firenze e la Toscana, con sette milioni. E poi i tre milioni della Sicilia (con incassi per ventitré).
Sono ancora pochi, però: meno di cinquanta persone al giorno a Palazzo Abatellis, nonostante il grande valore dell’”Annunciata” di Antonello, della Vergine del Bronzino e dello straordinario “Trionfo della morte” di ignoto pittore fiammingo, un capolavoro dell’arte europea; venticinque persone al giorno per la “Dea” di Morgantina o la “Resurrezione di Lazzaro” di Caravaggio al Museo Regionale di Messina. Si può e si deve fare molto di più, con politiche di valorizzazione di arte e ambiente e di potenziamento delle infrastrutture di trasporto e accoglienza e con il sostegno per le imprese culturali.
Il turismo sta crescendo, anche in Sicilia (lo mostra pure la risalita dei valori immobiliari a Siracusa, Ragusa, Palermo). E arte e cultura, legate a industria alimentare, artigianato artistico, prodotti di consumo di qualità, sono un traino determinante. Palermo “Capitale della Cultura” 2018 e la candidatura di Agrigento a esserlo per il 2020 sono dinamici elementi di stimolo. Su cui investire.

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La lenta marcia della Sicilia 

Cambia, la Sicilia? Ma certo. Molto lentamente, però. Forse, un po’ troppo lentamente, anche rispetto al resto d’un Mezzogiorno comunque in movimento. L’estate 2017 consegna, ancora una volta, un’immagine dell’Isola con colori molto contrastanti. Tra fasti riscoperti e vecchie e nuove povertà. Tra timidi segnali di crescita economica, nel solco d’un Paese che vede il Pil 2017 crescere dell’1,5% (più del previsto, meno che nel resto d’Europa). E ammonimenti della Svimez: il Mezzogiorno recupererà i livelli pre-crisi solo nel 2028, dieci anni dopo il resto del Paese e la Sicilia sarà tra le più lente.
C’è tutto un mondo, come sempre, tra la luce e il lutto. Conflitti e contraddizioni. Guardando da lontano e con affetto, non si può non dare ragione all’analisi, pur provocatoria, di Gaetano Savatteri nelle pagine di “Non c’è più la Sicilia d’una volta”, Laterza, la Sicilia cioè del Gattopardo, dell’irredimibilità e degli stereotipi negativi. Guardando da vicino e con indispensabile senso critico, invece, emergono fatti e dati che continuano a essere allarmanti.
Vediamo meglio. Partendo proprio dai dati Svimez: nel 2016 il Pil nazionale è cresciuto dello 0,8%, in Campania del 2,4% (ruolo trainante di industria e turismo), in Puglia dello 0,7%, in Calabria dello 0,9% e in Sicilia appena dello 0,3%. Nel 2017 le previsioni dicono che il Pil nazionale crescerà, come abbiamo visto, dell’1,5% e quello del Sud dell’1,1%, sempre con ruolo trainante della Campania. Commenta Adriano Giannola, presidente Svimez: “Tecnicamente il Sud è fuori dalla recessione ma a questa velocità rischia di ricadere nella stagnazione”.
Una sintesi acuta la fa Salvatore Butera, economista competente con sguardo storico: il Pil pro-capite siciliano è di 17mila euro, rispetto alla media nazionale di 26mila e ai 35mila euro della Lombardia, il doppio cioè che in Sicilia. C’è sempre, insomma, una radicale differenza di capacità di produrre ricchezza e di reddito. La forbice s’allarga, tenendo anche conto degli effetti dell’emigrazione di risorse intellettuali e competenze (sempre la Svimez nota che negli ultimi 15 anni il Mezzogiorno ha avuto una perdita netta di oltre 700mila persone, di cui 200mila laureati). La Sicilia perde energie. Ci sono storie interessanti di rientri e di permanenze, di nuove imprese, di dinamismo creativo, cui dare spazio e sostegno. Ma le grandi tendenze dicono d’una crescita del divario, non solo tra Nord e Sud, ma anche tra alcune aree del Sud e altre. E la Sicilia non ne esce bene.
Guardiamo altri dati e fatti. La stagione turistica, aperta dalle feste mirabolanti di Dolce&Gabbana ai primi di luglio a Palermo (450 ricchissimi ospiti da tutto il mondo, la città in straordinario lustro sui media internazionali) ha dati record di presenze. E tutto fa pensare che il fenomeno continui (ci sono significative testimonianze sull’aumento delle vendite immobiliari nei centri storici di Palermo, Siracusa, Ragusa, Scicli, Noto, come tendenza alla valorizzazione del patrimonio culturale da parte di turismo di alto livello e lunghe permanenze). Ma restano le antiche strozzature, infrastrutturali e di servizio, che rallentano il contributo positivo che il turismo può dare allo sviluppo economico.
“La ricchezza della Sicilia è stupefacente… ma l’Isola attrae un decimo dei turisti delle Baleari… le strutture ricettive in grado di ospitare turisti ad elevata capacità di spesa sono rarissime e concentrate in poche località… la crescita del settore si basa su vantaggi competitivi fragili e servirebbe invece rafforzarli e incentivare gli investimenti esteri”, sostiene Max Bergami, economista dell’università di Bologna, esperto di sviluppo territoriale. (IlSole24Ore, 20 agosto). Anche da questo punto di vista, le cose vanno meglio che non all’inizio degli anni Duemila. Ma si lavora ancora poco e male sulle risorse che già ci sono.
A novembre la Sicilia andrà a votare, per eleggere il presidente della Regione e i deputati dell’Assemblea regionale. Delle questioni economiche c’è però scarsa traccia nel dibattito pre-elettorale. Si potrebbe e dovrebbe discutere di qualità della spesa pubblica, di buon governo contro corruzione e pericoli di presenza mafiosa (Cosa Nostra è tutt’altro che scomparsa), di “crisi” o “tradimento” o “riforma” dell’Autonomia, magari intervenendo nella discussione nazionale su opportunità e limiti dei “poteri speciali”, proprio mentre la Regione Lombardia ha lanciato per l’autunno un referendum su un maggior ruolo e autonomia di risorse e poteri. Niente di tutto ciò, invece.
Nel torrido agosto s’è dibattuto molto di nomi di candidati e di alleanze, non di progetti e contenuti. Alla ripresa d’autunno, altrove, da Milano a Torino, da Bologna a Verona, i ceti dirigenti parlano d’economia e sviluppo, opere pubbliche e grandi progetti di riqualificazione urbana (aprire o no i vecchi Navigli milanesi, per ricostruire il volto di “città d’acqua”, accanto ai grattacieli hi tech delle archistar?). E in Sicilia? Continua a fare caldo…

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Competizione e riforme 

Elogio della concorrenza. O meglio ancora, della competizione, ricordandone l’origine: dal latino cum petere, muoversi insieme verso un obiettivo comune. E questo obiettivo è fornire ai cittadini (non solo ai “consumatori” o ai “clienti”) prodotti e servizi migliori. Competizione, dunque, non come guerra del più forte, ricerca del vantaggio (del profitto) ad ogni costo e con ogni mezzo. Ma come confronto con uno sguardo comune: il benessere e la qualità della vita delle persone. Dunque competizione, comunità, economia civile, economia circolare. L’economia del “cum”. Insieme.
Non sono un gioco semantico, queste considerazioni. Tutt’altro. Fanno parte di una riflessione critica sull’esperienza dell’economia italiana ed europea. E possono fornire utili indicazioni di ripresa anche per quelle aree, il Mezzogiorno, che continuano ad accusare un forte divario, economico e sociale, rispetto alle regioni ricche d’un più intenso dinamismo economico. Milano, la Lombardia, il Nord.
Vediamo meglio. L’Istat, nell’indagine sulla crescita nel 2016, mostra come il dato del Mezzogiorno (0,9% di aumento del Pil) sia allineato alla media nazionale. Un buon dinamismo. Che dovrebbe ripetersi nel 2017 e probabilmente migliorare. Ma che naturalmente non colma affatto lo squilibrio che, serie storica a parte, s’è aggravato anche in tempi recenti. Il reddito pro-capite meridionale è il 66% di quello italiano, un buon terzo in meno. E rispetto al 2007, l’anno precedente all’inizio della Grande Crisi, il Pil del Sud nel 2015 era più basso di 12 punti e di 7 punti appena nel Centro Nord. Crescono, insomma, le aree dove operano imprese eccellenti e innovative, con forte propensione all’export e dunque esposte alla competizione internazionale. Arrancano, tra vecchi mali e nuovi squilibri, le zone del Paese, Sicilia compresa, in cui mercato e imprese restano mortificati, in difficoltà.
Vale la pena ripetere le considerazioni fatte nello scorso numero del “Gattopardo”: “Più burocrazia, meno crescita economica e sociale. Più spesa pubblica per impieghi, sussidi, clientele e parentele, meno sviluppo equilibrato”.
La Grande Crisi sembra oramai alle spalle. Anche se parecchi economisti scrivono di una radicale modifica dei cicli economici, nel cuore di una “stagnazione secolare”, almeno per i paesi dell’“area Ocse”, le nazioni di più antica industrializzazione. Di certo, stanno cambiando culture, ragioni e dinamiche della produzione e degli scambi, nella contraddizione stridente tra tendenze neo-nazionaliste e protezioniste (le politiche di chiusura di Trump negli Usa, la Brexit, i movimenti anti-Europa) e diffusione rapida delle tecnologie digital che tra big data, cloud computing e trasformazioni da industry 4.0 presuppongono mercati aperti e scarse barriere fisiche e tecnologiche. Mercati, appunto.
Imprese, lavoro, ricchezze, stanno nell’area del cambiamento. Il protezionismo ha corto respiro (le resistenze delle imprese più innovative contro Trump ne sono conferma). Tira aria di “statalismo”, è vero. In Italia, la legge sulla concorrenza fatica a vedere la luce (è approdata al Senato, dopo più di due anni e mezzo di discussioni e via vai di altre tre letture nei rami del Parlamento). Si torna a ritenere che lo sviluppo economico stia nelle mani dello Stato, dipenda dagli investimenti pubblici. Si confida in dazi, protezioni, sussidi. Si chiedono salari garantiti e “redditi di cittadinanza”, mortificando il valore del lavoro e dell’impresa. Ma sono ricette populiste effimere, fragili. La via d’uscita dalla crisi resta in un riformismo intelligente che insiste su innovazione, formazione, premio al merito, intraprendenza, stimoli alla mobilità sociale, sguardo lungo sul mondo in cambiamento. La “società aperta” teorizzata da Karl Popper, filosofo della scienza. L’economia aperta d’un “liberalismo ben temperato”.
Il mercato, naturalmente, non è un “assoluto”, un dato ideologico, una leva che produce infallibilmente del bene in sé. Ma è una relazione. Un prodotto sociale. Che va regolato, controllato, governato per compensarne “i fallimenti”. Ripensato. E vale la pena riflettere sulla lezione di Jean Tirole, premio Nobel per l’economia nel 2014, quando parla di “Economia del bene comune” (è il titolo del suo ultimo libro, per Mondadori) e ricorda che “l’interesse individuale non garantisce sempre il buon funzionamento della società. Dobbiamo disegnare istituzioni che facciano in modo che gli individui producano del bene agli altri. I fallimenti del mercato, come per esempio le diseguaglianze e la mancanza di solidarietà si possono anzi si devono correggere”. Sfida politica e culturale, dunque. Non contrapponendo “lo Stato” al “mercato”. Ma definendo politiche che facciano funzionare al meglio il mercato, riequilibrandone le storture: le riforme necessarie per modernizzare e migliorare l’esperienza radicata in Europa della “economia sociale di mercato” e del welfare State. Tito Boeri, economista di gran peso e presidente dell’Inps, in “Populismo e Stato sociale”, Laterza, scrive pagine illuminanti. Nel segno del cum petere, appunto.

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Il traino del Nord e le illusioni del Sud 

Come e quanto cresce, l’Italia? In molti sostengono che il Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza di industrie, agricoltura e servizi) non è più un indice soddisfacente e che invece bisogna affidarsi ad altri strumenti di misurazione, come il Bes (il Benessere equo e sostenibile, calcolato da cinque anni in Italia dall’Istat) che misura ambiente, salute, istruzione, cultura, sicurezza. E soprattutto tra gli economisti s’afferma l’opinione che vada seguito l’Indice di sviluppo umano, caro all’Onu e “figlio” delle elaborazioni di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998.
Guardiamo qualche numero, allora. “La ripresa accelera: il triangolo della crescita è tra Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto”, nota il Corriere della Sera, citando il +6 per cento della produzione industriale veneta e il +5 di quella lombarda. “Cresciamo a ritmi cinesi”, sostiene il presidente della Piccola Impresa di Confindustria Alberto Baban. Le statistiche, sempre sulla produzione industriale, documentano come le tre regioni del Nord tengano il passo con le aree europee più dinamiche, come la Catalogna e il Baden-Württemberg.
Milano è l’economia più dinamica: tra il 2014 e il 2017 è cresciuta del 6,2 per cento, rispetto al 3,6 della media italiana e allo stesso 5,1 della Lombardia. E guardando alla stagione precedente alla crisi del 2008, ha recuperato tutto lo spazio perduto ed è sopra del 3,2 per cento, mentre l’Italia è ancora indietro del 4,4 e la Lombardia dell’1,1. Crescono i servizi e l’industria. Vanno bene i settori legati all’istruzione, alla salute, alla cultura. Tutto sommato, Milano è la migliore economia del Paese. Può fare da locomotiva, ma a condizione che anche tutto il resto dell’Italia ritrovi una solida dinamica di crescita, tra Europa e Mediterraneo. È la vera scommessa politica, in questi tempi post-elettorali così incerti.
Le indicazioni economiche del Nord valgono anche per il Mezzogiorno, dove la crescita è più lenta. Più che affidarsi a illusioni di redistribuzione di spesa pubblica, bisogna generare un circuito virtuoso di investimenti, pubblici e privati, in agricoltura e industria alimentare, manifattura di qualità, turismo. E valorizzare la leva della qualità del capitale umano. Anche per evitare che continui a emigrare. E renda il Mezzogiorno ancora più fragile e povero.

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Modernità rifiutata 

Italia ancora divisa tra Nord e Sud, per redditi e capacità di sviluppo: il Pil per abitante 2016 nel Nord Ovest è di 34,2mila euro, nel Mezzogiorno di 18,2, in Lombardia di 36,8 e in Sicilia di 17,1mila, meno della metà. È un divario crescente nel tempo, tra aree forti nell’economia e delle imprese private e aree deboli della spesa pubblica inefficiente, che mortifica pure le buone imprese meridionali.

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