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Rubriche, Vini e Vitigni

La nuova forza del vino siciliano 

I vigneti di Borgogna sono il nuovo Klondike. O almeno così sembra.
Le vigne e le aziende vinicole della Côte d’Or sono diventate, nel giro di un ventennio, un sicuro investimento per grandi famiglie e gruppi finanziari del mondo del vino e non. A oggi il valore, riferendosi appunto agli ultimi venti anni, è praticamente raddoppiato.
Con un prezzo medio di quattro milioni di euro a ettaro, le vigne borgognone rappresentano di gran lunga il valore più alto nel parco dei vigneti di Francia, in un podio dove la seconda e la terza posizione sono occupate da Bordeaux e Champagne, che hanno sì numeri di rilievo ma sotto la metà dei fratelli di Borgogna.
Una vera e propria corsa all’oro che, già dalla media altissima, ha visto negli ultimi anni delle operazioni di vendita che hanno dell’inverosimile. Due dei vigneti più rappresentativi dell’intera zona hanno cambiato proprietà nell’ultimo triennio: il Clos des Lambrays (8,66 ettari), acquisito al gruppo del lusso LVMH, è passato di mano per circa cento milioni di euro registrando un prezzo per ettaro di oltre undici milioni di euro, ma l’operazione più roboante è stata conclusa sul finire dello scorso anno con il passaggio del Clos de Tart, vigneto confinante con il Clos des Lambrays, dalla famiglia Mommessin al gruppo di Monsieur Pinault, già possessore di diversi Chateau e aziende vinicole tra Bordeaux, Rodano, la stessa Borgogna e la California. L’operazione ha dell’eclatante perché sembra che l’accordo preveda una cifra tra i 200 e i 250 milioni per poco meno di 8 ettari, a un prezzo per ettaro di oltre 22 miloni di euro.
E se queste sono le cifre delle compravendite conosciute, bisogna tener conto di quelle operazioni che restano sotto traccia per volontà degli operatori: si parla di vendite di piccole parcelle all’interno del Batard Montrachet e del Bonnes Mares che hanno registrato prezzi per ettaro dai 24 ai 35 milioni. Uno sbilancio che toglie potere di acquisto alle storiche famiglie di Borgogna per lasciar spazio a grandi gruppi dalle potenzialità economiche smisurate. Infatti sono anche arrivati in regione diversi produttori francesi ed esteri: Stan Kroenke di Screaming Eagle ha acquisito lo storico Domaine Bonneau du Martray, mentre il gruppo Henriot dalla Champagne si è accaparrato Bouchard Père et Fils e William Févre nello Chablis.
Questa corsa all’oro finirà o assisteremo a un futuro nel quale i piccoli vignaioli si troveranno costretti a vendere, non riuscendo a sostenere costi e tassazione che inevitabilmente rischiano di continuare a salire? Seguire questo fenomeno sarà uno dei punti cruciali per gli amanti dei nettari di Borgogna.

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Côte d’or. È corsa all’oro 

I vigneti di Borgogna sono il nuovo Klondike. O almeno così sembra.
Le vigne e le aziende vinicole della Côte d’Or sono diventate, nel giro di un ventennio, un sicuro investimento per grandi famiglie e gruppi finanziari del mondo del vino e non. A oggi il valore, riferendosi appunto agli ultimi venti anni, è praticamente raddoppiato.
Con un prezzo medio di quattro milioni di euro a ettaro, le vigne borgognone rappresentano di gran lunga il valore più alto nel parco dei vigneti di Francia, in un podio dove la seconda e la terza posizione sono occupate da Bordeaux e Champagne, che hanno sì numeri di rilievo ma sotto la metà dei fratelli di Borgogna.
Una vera e propria corsa all’oro che, già dalla media altissima, ha visto negli ultimi anni delle operazioni di vendita che hanno dell’inverosimile. Due dei vigneti più rappresentativi dell’intera zona hanno cambiato proprietà nell’ultimo triennio: il Clos des Lambrays (8,66 ettari), acquisito al gruppo del lusso LVMH, è passato di mano per circa cento milioni di euro registrando un prezzo per ettaro di oltre undici milioni di euro, ma l’operazione più roboante è stata conclusa sul finire dello scorso anno con il passaggio del Clos de Tart, vigneto confinante con il Clos des Lambrays, dalla famiglia Mommessin al gruppo di Monsieur Pinault, già possessore di diversi Chateau e aziende vinicole tra Bordeaux, Rodano, la stessa Borgogna e la California. L’operazione ha dell’eclatante perché sembra che l’accordo preveda una cifra tra i 200 e i 250 milioni per poco meno di 8 ettari, a un prezzo per ettaro di oltre 22 miloni di euro.
E se queste sono le cifre delle compravendite conosciute, bisogna tener conto di quelle operazioni che restano sotto traccia per volontà degli operatori: si parla di vendite di piccole parcelle all’interno del Batard Montrachet e del Bonnes Mares che hanno registrato prezzi per ettaro dai 24 ai 35 milioni. Uno sbilancio che toglie potere di acquisto alle storiche famiglie di Borgogna per lasciar spazio a grandi gruppi dalle potenzialità economiche smisurate. Infatti sono anche arrivati in regione diversi produttori francesi ed esteri: Stan Kroenke di Screaming Eagle ha acquisito lo storico Domaine Bonneau du Martray, mentre il gruppo Henriot dalla Champagne si è accaparrato Bouchard Père et Fils e William Févre nello Chablis.
Questa corsa all’oro finirà o assisteremo a un futuro nel quale i piccoli vignaioli si troveranno costretti a vendere, non riuscendo a sostenere costi e tassazione che inevitabilmente rischiano di continuare a salire? Seguire questo fenomeno sarà uno dei punti cruciali per gli amanti dei nettari di Borgogna.

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Minnella, un vitigno dalla storia isolana 

Il Minnella, conosciuto anche come Eppula o Minnedda Ianca, è una varietà a bacca bianca diffusa esclusivamente nel territorio siciliano ed è presente solo sul versante est etneo ed in minima parte anche nella provincia di Enna.
Non si conoscono cenni storici sulla sua origine, se non che fosse da sempre presente sull’isola e i primi scritti a riguardo sono databili alla seconda metà del ‘700.

Questa varietà è caratterizzata da una forma allungata che ricorda il seno femminile ed è per questo motivo che è conosciuto come Minnella, diminutivo del termine siciliano che indica, appunto, il seno di una donna.

Come anticipato, il Minnella è prevalentemente allevato ai piedi del vulcano Etna e rientra nel disciplinare di produzione del vino omonimo, ad oggi la sua diffusione si assesta su circa una novantina di ettari.
La presenza maggiore la possiamo riscontrare nel comune di Viagrande, situato sulla sponda orientale del vulcano e dove troviamo il Monte Serra, il cono vulcanico più basso di tutto l’areale a circa 500m s.l.m..

È un vitigno che predilige i terreni a matrice vulcanica, sabbiosi e sub-acidi, e per la zona etnea è considerato dalla maturazione precoce visto che matura già entro la fine di settembre. Solitamente viene allevato in abbinamento con le altre varietà a bacca bianca del vulcano, come il Carricante, ma anche con quelle a bacca nera, come Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. Allo stesso modo in vinificazione, è sempre stato considerato un vitigno “spalla” grazie alle sue doti di freschezza e moderato contenuto alcolico per mitigare il carattere di vitigni più forti e vigorosi in fase di vinificazione.

Nell’ultimo decennio sono diversi i produttori che si sono cimentati con la vinificazione in purezza del Minnella Bianco, ottenendo risultati lusinghieri e portando l’attenzione del pubblico su questa varietà autoctona quasi sconosciuta ai più.
Un sensibile passo che ha messo le basi a una nuova crescita del Minnella, un tempo visto semplicemente come una Cenerentola dei vitigni autoctoni dell’Isola.

I suoi vini spiccano per eleganza, note di frutta e toni minerali dovuti ai terreni che predilige, particolarmente interessanti a tavola se abbinati con antipasti e primi piatti a base di frutti di mare, se evoluto può ben accompagnare portate principali a base di crostacei.

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Nerello Mascalese, primo attore etneo 

Mai come nell’ultimo decennio l’attenzione del mondo vinicolo si è concentrata sul panorama etneo. I vini del vulcano sono sempre più presenti nelle carte dei vini del globo ed il principe indiscusso è sicuramente il Nerello Mascalese.

Questo vitigno autoctono siciliano deve le proprie origini ed il suo nome alla piana di Mascali ed oggi la sua maggiore diffusione è concentrata, appunto, nell’areale della DOC Etna e nelle zone limitrofe.
Lungo la sua storia, il Nerello Mascalese, ha vissuto momenti di gloria alternati a periodi di completo anonimato. Basti pensare al valore della matrice vulcanica del terreno che lo ospita nel periodo della fillossera e ai decenni di cui non si è fatta più parola, fino al momento odierno fatto di valorizzazione, conoscenza e successo dei vini prodotti con questo vitigno.

Il Nerello Mascalese è caratterizzato da una maturazione tardiva, non di rado è vendemmiato a ottobre inoltrato, e ha la necessità di cure attente per mantenere il livello qualitativo delle uve, in maniera particolare diventa essenziale una accurata selezione in vigna al fine di ottenere pochi grappoli per pianta. Il sistema di coltivazione maggiormente utilizzato è quello ad alberello che permette di preservare le uve dal vento e di conservare l’umidità utile alla pianta; sesti di impianto molto densi e rese basse permettono poi di generare un frutto che dona ai vini corpo e classe.
Il rapporto creatosi tra il Nerello Mascalese ed il terroir etneo fatto di sabbie e alta presenza di minerali, escursioni termiche importanti – che ne favoriscono i profumi – e allo stesso tempo temperature mitigate dalle brezze marine permette ai vini di distinguersi per finezza, eleganza e longevità. Non è un caso, infatti, che i vini da Nerello Mascalese vengano confrontati con vini prodotti da Pinot Nero e, spesso, il territorio dell’Etna sia raccontato al mondo come la Borgogna del Mediterraneo.

Il momento di attenzione nei confronti del Nerello Mascalese non può non farci riflettere sul potenziale del panorama ampelografico siciliano e di quanto siamo mancanti nella valorizzazione delle nostre ricchezze naturali. I momenti di buio attorno a questo vitigno hanno fatto si che oggi si è in grado di valorizzarlo al meglio e farlo conoscere al mondo: un percorso di qualità utile allo studio delle varietà autoctone e che possa essere preso da esempio anche per altri varietà isolane.

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Io non odio il Sassicaia! 

Ci sono degustatori di etichette che valutano il vino in base ai premi vinti e alla sua popolarità. Ci sono poi i non-degustatori di etichette che tendono a sminuire il valore di quei vini che riscuotono il successo di pubblico e critica, rappresentano la fetta di “haters” tanto cara all’attuale mondo digitale.

Il Sud che cresce

I miei vigneti vista Stretto 

Non lontano da Messina Giovanni Scarfone produce il suo vino con Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera. Era partito per il Nord per non tornare mai più. Ma il richiamo della sua terra e l’esempio di suo padre lo hanno spinto a fare una scommessa. E il suo sogno si è realizzato