Categorie

Rubriche, Vista da vicino

La seconda vita delle aree industriali 

Si può prefigurare per i prossimi anni uno scenario di sviluppo industriale per l’area metropolitana di Palermo? La storia recente e gli ultimi dati di contabilità nazionale sembrerebbero dire di no. Valga per tutti il dato sulla quota del Pil dell’area generato dalla manifattura. Si attesta oggi al 3 per cento (nel 2000 era del 6 per cento), un livello decisamente incompatibile con una credibile aspettativa di crescita industriale.
Vanno, tuttavia, maturando alcune condizioni che possono modificare questa prospettiva. La prima di queste è data dal rilancio del turismo culturale. Grazie al riconoscimento del sito seriale Unesco arabo-normanno, l’area sta sperimentando una vivace espansione del flusso di visitatori, con tassi a due cifre. L’offerta culturale, centrata sulla fruizione del patrimonio storico-monumentale, si estende anche ai beni e servizi che traducono, nelle forme che sono loro proprie, i tratti identitari del territorio. Si aprono, quindi, prospettive molto interessanti di sviluppo delle produzioni culturali e creative, e in particolare, guardando al sistema produttivo esistente, di quelle della manifattura artistica che hanno profonde radici nella tradizione locale. Prima fra tutte la lavorazione artistica dell’argento, nella quale Palermo occupa storicamente una posizione di rilievo nel panorama nazionale, e che potrebbe trovare in un rinnovato e creativo rapporto con la cultura locale, l’occasione per recuperare una focalizzazione innovativa sul design e sulla produzione.
La seconda condizione ha una più chiara matrice industriale, ed è legata alla prospettata realizzazione nell’area retro-portuale di Termini Imerese di una delle due Zone economiche speciali (ZES) previste per la Sicilia. La ZES può coinvolgere anche aree diverse da quella termitana, purché legate a questa da nessi funzionali. Si apre, quindi, la possibilità di rimettere in gioco storiche (e oggi decisamente in declino) aree industriali della cintura palermitana, ma soprattutto di valorizzare il potenziale di attrazione degli investimenti esterni che può essere espresso dalle strutture di ricerca e di alta formazione universitaria presenti nel territorio.
L’attuazione di queste due nuove condizioni di sviluppo industriale impone la specializzazione delle due strutture portuali, quella di Palermo – da destinare al flusso passeggeri coerentemente con le funzioni produttive “forti” (turistiche, di servizi)– e quella di Termini Imerese, destinata a ritrovare la vecchia, e sin qui non valorizzata, vocazione al traffico commerciale e industriale.

Rubriche, Vista da vicino

La Sicilia? Deve ripartire dai fondamentali 

La crisi economica globale più grave del dopoguerra lascia sul campo una Sicilia in ginocchio, ricacciata in coda in tutte le classifiche sullo sviluppo economico e sul welfare.
Che fare? Qui non si tratta di mettere in campo proposte generiche, anche suggestive, che diano soluzioni soltanto apparenti ai problemi più urgenti. Il “reddito di cittadinanza” rientra fra queste, perché al di là della sua problematica sostenibilità finanziaria, rimane uno strumento che potenzialmente aggrava le cause della crisi, sia quelle materiali che le altre, non trascurabili, di natura comportamentale.
Piuttosto si tratta di porre mano a una politica che affronti le cause strutturali della crisi e provi a ricostruire – perché di questo si tratta – i motori della crescita economica regionale.
In questo quadro, è importante agganciare la ripresa economica che sembra avviata, pur se con segnali flebili e per molti aspetti incerti, facendo perno sui settori produttivi che negli anni della crisi hanno evidenziato una sorprendente resilienza, e quindi l’industria agroalimentare, le attività tradizionalmente legate alla fruizione turistica (servizi ricettivi, ristorazione, loisir) e quelle emergenti nell’ambito delle industrie culturali e creative. Ma questo non basta. Occorre rimettere in piedi un sistema produttivo che nei suoi “motori” fondamentali – industria, agricoltura e servizi per il mercato – appare oggi quasi sotto la “soglia critica” della sussistenza e della riproduzione.
L’industria in senso stretto, dopo aver perso oltre il 39 per cento della sua capacità produttiva rilevata nel 2000, fornisce oggi appena il 7,4 per cento del prodotto interno lordo regionale. Occorre recuperare il respiro strategico, se non proprio il modello, della industrializzazione del Mezzogiorno degli anni ’60 e ’70.
Alcuni segnali positivi ci sono. E li ha lasciati proprio il governo in uscita. Mi riferisco in particolare alla reintroduzione del vincolo che impone di destinare al Mezzogiorno il 34 per cento della spesa ordinaria in conto capitale delle amministrazioni centrali e all’istituzione delle Zone economiche speciali (Zes) che dovrebbero porre basi nuove e solide alla politica di attrazione degli investimenti.
Su questi strumenti sarebbe opportuna una attenta riflessione anche a scala regionale, per definire le modalità con cui gli stessi possono essere raccordati con i contenuti, in parte ancora da specificare, della politica industriale che la Regione si accinge ad attuare attraverso i Fondi strutturali 2014-2020, sia europei che nazionali.