di Laura Anello

Anni fa l’ho scoperta anch’io, Macari, grazie a un collega e amico che ha casa lì da sempre, arroccata su una collina in mezzo al quasi nulla. Colori netti come quelli che userebbe un bambino: il bianco delle poche altre case, il giallo della fitta sterpaglia, il mare azzurro che più azzurro non immagini, il tramonto rosa, le montagne con le macchie di marrone che gli incendi appiccati ogni estate lasciano in eredità.

Paesaggio brullo, Sicilia all’ennesima potenza, di una intensità che non ammette mezze misure. Quel paesaggio che è protagonista di Màkari almeno quanto Claudio Gioé, per una serie (tratta dall’ottima penna di Gaetano Savatteri) che tanto l’ha valorizzato da apparire a tratti oleografica. Però che boccata d’aria quell’azzurro apparso sullo schermo delle tv nelle nostre case. Sole, mare, ristoranti al chiaro di luna, flirt, chiacchiere, leggerezza, libertà.

Niente mascherine, niente paura, niente minacce. La natura amica. Abbastanza per spiegare il successo di un racconto per immagini che ci ha fatto ricordare come può e come sa essere la vita, proprio quando ci tuffiamo nella seconda primavera di restrizioni.

Una vita che apprezzeremo di più appena usciti dal tunnel, perché abbiamo avuto tutto il tempo di capire il valore delle tante cose che oggi ci mancano. Una vita che, però, ci ha regalato – insieme con i lutti e con il dolore di questo tempo – la possibilità di guardarci allo specchio, di scendere dalle nostre giostre e di decidere di cambiare, come raccontano molte storie di questo numero.

Per poi uscire a riveder le stelle.