di Gianfranco Marrone

Sappiamo che da quando non si può fumare nei locali al chiuso si fuma a ridosso di essi. Ossia sulle loro soglie. Capiamo quanto è cool un pub o un ristorante a seconda di quante persone vi fumano di fronte. Ma, ahinoi, chi vuol prendere un po’ d’aria uscendo da quel posto lì si trova avvolto in una coltre di fumo, da cui mal di testa e di stomaco a non finire.

Resta il problema delle cicche di sigaretta (o quel che è). Tema che, chez nous, andrebbe coperto da veli pietosi come le cacche dei cani per strada. Dunque affrontiamolo. Essendo in una situazione di frontiera, per definizione non marcata, fra privato e pubblico, o fra pubblico 1 e pubblico 2, raramente ci sono portacenere. Chi dovrebbe installarli? Chi si occupa del dentro o chi bada al fuori? Ping pong senza risultato. Da cui il dilemma: dove spegnere le sigarette? E dove riporre le cicche? Ognuno s’industria come vuole e, soprattutto, come può. Ne consegue che i marciapiedi vengono lastricati di buone intenzioni, tanto irrispettose dell’ambiente quando foriere di morali traballanti.

Agli arrivi dell’aeroporto Falcone-Borsellino – là dove, uscendo finalmente all’aria aperta dopo il volo, c’è una folla inaudita di passeggeri, astanti, tassisti, affittacamere – qualcuno ha trovato la soluzione. Ha preso un dissuasore che serve a evitare parcheggi creativi, ha tolto la catena che lo univa ai suoi compari là accanto, e nel buco che si è prodotto ha gettato la prima cicca. Oppure la catena è stata tolta per altri motivi. Fatto sta che il portacenere adesso c’è, e tutti lo usano serenamente, contenti nel fare il proprio dovere di cittadini modello. Gli antropologi, scherzando, lo chiamano bricolage. Resta il dubbio che si tratti d’altro.