di Daniela Bigi

Nel 1943, in pieno secondo conflitto mondiale, Arturo Martini, uno dei più acclamati artisti del tempo, scrisse un’accorata riflessione sulla scultura con la quale arrivava a denunciarne drammaticamente la morte. Scultura lingua morta venne stampato a Venezia un paio di anni dopo, nel ’45, anticipando e in qualche modo avviando il dibattito che investì la disciplina negli anni dell’immediato dopoguerra, quando da più fronti ne vennero ribadite la crisi e una forte impopolarità. Martini aveva scritto quel saggio spinto da problemi personali, ma seppe comunque cogliere con lucidità i cambiamenti che si profilavano all’orizzonte. La scultura gli appariva “superata e impotente”, inadeguata a rispondere alle istanze di un oggi che esprimeva nuove tensioni. Incapace soprattutto di “esprimere l’assoluto”.

Sono passati molti decenni, nel prosieguo del secolo la nobile disciplina ha conosciuto alterne vicende e come tutto ciò che veniva ereditato dalla tradizione ha subito scossoni, abiure, trasformazioni, e rare professioni di fedeltà. Oggi, anzi, da oltre un decennio, è tornata a figurare tra le tecniche più congeniali agli artisti, soprattutto i più giovani, i quali, come ribadito più volte, mentre il mondo galoppa verso una sempre più ubiqua digitalizzazione, rispondono con consapevolezza riappropriandosi di tutte le possibilità espressive di cui la storia è stata testimone, prendendosi la libertà di adottare, riformulare o se necessario ibridare pratiche operative che per molto tempo sono state dimenticate, cancellate, a causa di quel connotato “passatista” che le ha bollate fino almeno alla fine degli anni ‘90, se non oltre (tranne una breve parentesi negli anni ’80, quando nel generalizzato recupero della tradizione anche la scultura visse un momento di rinnovato fulgore).

È per questo interesse verso le tecniche antiche espresso dai giovani oltre che per il parallelo rifiorire nel mercato dell’attenzione per le opere di primo e secondo Novecento che oggi è possibile godere appieno delle piccole sculture che Francesco Pantaleone presenta in galleria fino alla fine di novembre in una mostra dedicata alla ceramica, intitolata per l’appunto Fittile. L’etimologia del titolo, fittile, dal latino fictus, rimanda all’azione che ne sta alla base, e cioè il plasmare, il modellare, modalità del fare che, per tornare a quanto accaduto nel Novecento, erano troppo legate alla fisicità e alla sentimentalità del soggetto/artista per poter interessare quanti operarono per lunghi decenni in un clima di contestazione e rinnovamento. Oggi viviamo la straordinaria condizione di poter ripensare il XX secolo nella sua interezza, e la distanza rende possibili sguardi freschi e letture rigenerate.

Ma torniamo all’evento. L’idea di raccogliere opere ceramiche di periodi e autori diversi è dell’antiquario lombardo Marco Arosio, mentre è di Agata Polizzi la nota critica che accompagna la mostra. Procedendo in ordine cronologico, partiamo con due piccole sculture di Martini degli anni ’27 e ‘32 (quello che Bontempelli definì il Martini “germinale” proprio per la passione con cui scoprì nella terracotta un elemento originario), poi incontriamo un gatto stilizzato di Pietro Cascella, una scultura policroma di Marino Mazzacurati e delle eleganti suppellettili di Fausto Melotti, tutti lavori degli anni ’50. Successivamente, dopo una maiolica nera di Giosetta Fioroni, arriviamo alla produzione più recente, con un’iconica natura morta di Liliana Moro, due incisive teste bianche di Emiliano Maggi, un potente vaso “detonato” di Loredana Longo, una piccola ceramica di Concetta Modica dalla straordinaria grazia concettuale, un pezzo dalla forza arcaica di Domenico Mangano & Marieke van Rooy e le sperimentazioni bianche di Midge Wattles, ibridate di Silvia Celeste Calcagno e di un giallo d’altri tempi di Giuseppe Ducrot.