Incontro con la scrittrice palermitana Evelina Santangelo per parlare di covid e di letteratura. “Con il lockdown – racconta – ho riscoperto la dimensione del silenzio, ma ho perso le parole. Adesso è il momento di ritrovarle nei miei ricordi e nella mia Sicilia”

di M.Laura Crescimanno

Quale inverno ci aspetta? Cosa abbiamo imparato dal lockdown? Che ruolo può avere la letteratura ai tempi della pandemia? Le domande, a prima vista ovvie, servono solo ad arginare un discorso complesso sul nostro presente e sul futuro dai contorni incerti. Le risposte della scrittrice palermitana Evelina Santangelo ci portano a scavare in fondo con voce dolce ma allo stesso tempo sicura, assertiva. Evelina non si ferma, né si arrende. Al polso porta un braccialetto con l’hastag “Verità per Giulio Regeni”, perché, spiega, se dimentichiamo questo ragazzo e la sua terribile morte, abbiamo rinunciato alla giustizia.

In questi mesi si divide tra Palermo e Torino dove si trova l’Einaudi, la casa editrice per cui lavora come editor, traduttrice e autrice di romanzi. È docente di Tecnica della narrazione della scuola Holden di Baricco, esperta di linguistica e di letteratura anglo-americana, i suoi autori-faro sono Melville, Hemingway, Faulkner, Virginia Woolf ed Emily Dickinson. Si sposta spesso per conferenze nelle scuole italiane, e discute con i giovani sui temi della narrazione e dei nuovi linguaggi, ma la sua casa è Palermo con il mare, i legami familiari, i suoni dei vicoli e l’immaginario che vi trova posto, anche nel tempo sospeso della pandemia.

Il suo ultimo incontro con il pubblico è stato alla Marina di Libri a Palermo, per parlare di donne e scrittura con un focus a lei molto caro, la balena di Melville, mito maschile per alcuni, femminile per altri, ma in realtà senza sesso, al di sopra di tutto. Come la potenza del mito e della parola stessa.

Pandemia, ci stiamo rientrando in pieno. Ormai lo smart working è entrato nelle nostre vite e sono ricominciate le limitazioni personali. Come ha passato il lockdown e come si prepara al nuovo inverno di lavoro a distanza?

“Quando è iniziato tutto, ero proprio a Bergamo in una scuola per parlare del mio ultimo romanzo, Da un altro mondo (uscito a fine 2018 per Einaudi e vincitore del premio Sciascia, ndr). Ho scritto un post sui miei social per esprimere la mia vicinanza alle famiglie. Poi, rientrata a Palermo, chiusa in casa come tutti, ho riscoperto la dimensione del silenzio, ho rivisto gli animali rientrare nelle piazzette del centro, prendere i nostri spazi, sono rimasta in ascolto, ho sentito di nuovo la vita e il suo potente immaginario, ma devo ammetterlo, ho perso le parole. Oggi sento che dovrò tornare a una scrittura pulita, essenziale, e sto ancora cercando come fare. Dopo che il virus, cioè la paura, ci ha costretti ad alzare dei muri agevolando la tendenza a rinchiuderci, noi abitanti delle metropoli così dette ‘civili’ siamo chiamati a un nuovo tempo, quello della responsabilità, perché non si ricada in una diffidenza atavica nei confronti dell’altro. Un tempo in cui le istituzioni devono saper infondere fiducia, altrimenti si ricadrà in nuove forme di barbarie”.

A quali comportamenti si riferisce? E cosa intravede dietro tutto quello che stiamo vivendo?

“Sui social, che pure uso parecchio per partecipare al dibattito politico internazionale, o per prendere posizione in difesa di chi viene attaccato o vilipeso ingiustamente, (come nel caso recente delle calunnie contro la mia amica e collega Michela Murgia), sta esplodendo l’odio, l’hate speech. Il discorso sull’odio e sul razzismo sta crescendo in modo violento, e noi intellettuali e scrittori dobbiamo assumere posizioni precise che spingano tutti a moderare i toni. Siamo già immersi nella realtà virtuale on-life, i social rispecchiano la vita reale. Dai miei account, che contano cinquemila followers ciascuno, parlo del valore della conoscenza, dell’informazione sicura, di come la letteratura e la narrazione possano evitare di farci chiudere in noi stessi”.

Dov’è la via d’uscita? Lo scrittore ha più risposte a sua disposizione? E cosa devono aspettarsi i suoi lettori prossimamente?

 “Mettersi nei panni dell’altro, cercare di comprendere quelli che conosciamo meno, costruire l’empatia e riconoscerci come comunità, queste sono le cose da fare, perché la fragilità davanti a questa emergenza socio-economica ci accomuna tutti. Penso alle donne che al Sud stanno perdendo il lavoro, ai migranti, di cui mi sono occupata sin nel mio primo romanzo del 2008. Il mio ultimo libro, Da un altro mondo, è stato un lavoro di architettura narrativa molto difficile, durato almeno un anno. Immagina una società che paga il prezzo del sospetto e della paura, un mondo popolato da bambini, innocui fantasmi, ambientato in uno spazio che va dal centro Europa, Bruxelles, sino a tutta la Pianura padana e la Sicilia, e vede una donna, Carolina, smarrire le tracce di suo figlio, perdersi dietro la sua fragilità. Adesso, vorrei ricominciare a raccontare il sentimento per il mare, a partire da storie vere, vissute, il mare di cui si può restare in balìa, uno spazio senza confini, un sentimento forte che forse abbiamo già perso. Sarà un memoir che attinge anche alla mia infanzia, l’avevo fatto solo in occasione dei racconti sull’agenda rossa di Paolo Borsellino. In questi tempi in cui mi sono trovata senza parole, sento che devo tornare ai miei ricordi e proverò a ripartire dalla forza del mare”.