testi Salvatore Savoia

Chi ha detto che solo le reliquie dei Santi sono state oggetto di culto? Argomento delicato, questo. La riforma protestante non per nulla ne fece uno dei temi di contrasto più forti con la Chiesa Romana, e nello stesso Gattopardo si narra di un mondo di collezionisti ingenui e di approfittatori avidi. Eppure, agli albori della nostra epoca, nasceva un’altra forma di collezionismo di reliquie, questa volta laico, che osò contrapporre ai frammenti ossei dei santi il culto delle reliquie degli eroi della patria, in fondo una sorta di nuovi santi (che il Santo Uffizio ci perdoni). Capelli, dita, pezzi di unghia, strisce insanguinate a volte di dubbia autenticità, sono stati e sono ancora esposti e trovano cultori e fanatici. E non fu fenomeno solo legato alle regioni mediterranee, notoriamente più influenzate da strascichi di Controriforma. A Varsavia è tuttora conservato sotto alcol il cuore di Chopin, per non parlare del pene di Napoleone Bonaparte, asportato in occasione dell’autopsia e poi passato di mano in mano fino a giungere da Christie’s per essere finalmente venduto a un collezionista americano. E tuttora si trova a New York. Proprio il collezionista – che non a caso era un urologo – ebbe cura di comunicarne al mondo le modeste dimensioni, che non riportiamo per non far scivolare in basso questo racconto, specie dopo aver letto che a San Pietroburgo è custodito l’omologo reperto di Rasputin, assai più voluminoso.

Non solo i personaggi storici hanno meritato questa forma di gloria postuma: dal cranio di Mozart al dito medio di Galilei alle ciocche dei capelli di Beethoven, fino al cervello (chissà perché affettato in duecento strisce) di Einstein. Inutile dire che il nostro Risorgimento, fabbrica somma di miti ed edificatore di santuari laici per eccellenza, non fu secondo a nessuno. Al Vittoriano, sede del Museo del Risorgimento di Roma, in una sorta di altarino sono esposti capelli e peli della barba di Piero Maroncelli, mitico personaggio delle nostre storie patrie, compagno allo Spielberg di Silvio Pellico. Associare il nuovo gioco delle reliquie ai personaggi del Risorgimento fu operazione paradossale, non foss’altro che per la forte connotazione massonica e ostile al cattolicesimo tradizionale dell’epoca, al punto da rendere grottesca o quasi oscena la raccolta di ampolle di sangue dei caduti che pure riempirono e riempiono urne e pantheon di mezza Italia.  E così, tra scorie di romanticismi e decadentismi, un pezzo di legno antico divenne “il frammento del mandorlo sotto al quale morì Enrico Cairoli”, con tanto di autentica.

Sul corpo di Mazzini si tentò di praticare processi chimici per mantenerlo incorrotto, ma l’operazione andò a male. Ovviamente il massimo per chi si applicava sul marketing della nazione era agire sul culto di Garibaldi, il mito e il santo per antonomasia per la nuova Patria. Pare che da vivo il Generale abbia consentito a far realizzare un calco della sua mano: da esso fu ricavata un’icona taumaturgica che fu stampata, diffusa, e, pare, abbia causato guarigioni col solo contatto. Si diceva fosse portentosamente capace di guarire per contatto.

Il Museo di Palermo non sfuggì al gioco: un’intera parete propone un campionario non indifferente, da vera basilica: dai bastoni da appoggio del Generale (per uno di essi si fa fatica a definirlo tale, essendo solo un rozzo tronco di legno col quale Garibaldi – dicono le carte – si sostenne nelle arrampicate di Calatafimi)  ma anche dei fazzoletti, alcune camicie, il celebre poncho, una serie di berretti (quelli che definiremmo “da notte”) mentre antiche storie non documentabili del passato raccolte al Museo stesso qualche anno fa parlano di una serie di indumenti intimi non proprio intonsi che si fu costretti a gettar via, attesa la certa proliferazione di batteri e lo scivolare sicuro verso il peggiore feticismo. Anche il buon Re Vittorio Emanuele non sfuggì dalla corsa alla reliquia: suo è un sigaro, appena iniziato, che forse non apprezzò e che venne raccolto da qualcuno, che descrisse in un cartiglio la vicenda.

Nel Novecento, pur declinando non poco la passione perversa per tali feticci, anche per la degenerazione dello stesso concetto di patria, si narra di una scapola di Palmiro Togliatti (altra religione, in quel caso, ma logiche popolari analoghe) che sarebbe esposta in un convento perugino, mentre a Barcellona, al Museo de Vestigios insolitos, si troverebbero (il condizionale è d’obbligo) le unghie di Che Guevara e un calcolo renale di Einstein. Per concludere questa sordida carrellata, perché non narrare allora del capello che fu prelevato dal sedile del posto occupato da Diego Maradona e trasferito in un altarino napoletano?

Ma forse riusciamo a farci perdonare e magari a raccogliere l’ultimo sorriso del lettore narrando della recente “trovatura” tra le carte del Museo del Risorgimento di Palermo: due buste debitamente sigillate a cera e firmate, che contengono l’una frammenti dei capelli e l’altra della barba di Garibaldi, rasate dalla figlia Clelia. Nessuno ha osato aprire le buste e forse è meglio così.