Da tre anni è attiva un’associazione nata per valorizzare la memoria femminile. E fare rivivere le vicende di quelle donne che hanno lasciato un segno nella storia del Novecento. Un esempio del ruolo e dell’importanza che hanno avuto nella storia, sociale, civile e politica

di Antonella Filippi

Non è necessario scorrere il Novecento fino agli anni ’70, quelli in cui si declamava “l’utero è mio e lo gestisco io” per trovare in Sicilia donne capaci di firmare la storia in campi differenti, nella vita civile, nelle vicende culturali. Tutte intente a correre l’esistenza che si erano scelte, tra le mille difficoltà e punte di altrui scetticismo. Un catalogo che mette in fila, una dopo l’altra, donne impegnate nel sociale e nella politica intesa come servizio: Maria Occhipinti, Teresa Gentile, Lina Colaianni, Anna Puglisi, Francesca Serio, Marina Marconi e Maria Maniscalco; altre che si sono distinte sul terreno fertile della letteratura e dell’arte: Maria Messina, Alessandra Lavagnino, Regina Hildebrandt, Maria Fuxa; altre ancora che, con le loro scelte di vita, hanno contribuito alla emancipazione femminile nella professione: Emma Alaimo e Iole Bovio Marconi, su tutte. Ci sono poi quelle che hanno generato importanti cambiamenti nel tessuto sociale e culturale siciliano: le donne delle baraccopoli di Partanna dopo il terremoto del Belice e quelle che hanno dato vita al collettivo di Cinisi o che hanno operato sul territorio di Alcamo dopo la seconda guerra mondiale. Signore che hanno lasciato il segno con la loro vita, il talento, l’indipendenza.

A raccontarle e sottrarle all’oblio ci ha pensato “Archivia – donne in relazione”, un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2017 con l’intento di ridisegnare, attraverso la voce stessa delle donne, il ruolo spesso ignorato o dimenticato che hanno avuto nella storia della Sicilia. E di farlo in modo empatico, partecipato.

Un modello da suggerire alle giovani generazioni per orientarsi nella vita. Lo spiega il presidente, Angela Lanza: “Archivia-donne in relazione nasce dalla simpatia e dall’affetto da parte di sette amiche, metà delle quali vive a Palermo e l’altra metà a Roma, consapevoli della necessità di non disperdere il patrimonio creato dal contributo delle donne”. Le “palermitane” sono oltre a lei Rita Alù, Margherita Cottone, Donatella Natoli. Le “romane” sono Donatella Barazzetti, Marta Garimberti, Maria Sandias.  Scrittrici, docenti universitarie, donne impegnate nel sociale. A loro, fondatrici, se ne sono aggiunte altre sei. Una scelta che guarda anche alla trasmissione della memoria femminile in senso diffuso, e non soltanto alle personalità di eccellenza. Si inquadra in questa chiave una delle più recenti iniziative, chiamata “Le nostre madri”, che invita le donne a raccontare la figura che più di ogni altra forma la vita di ogni essere umano. “Pensiamo che disporre di una molteplicità di storie femminili raccontate dalle figlie – dice Rita Alù, scrittrice – possa offrire uno spaccato unico sul vissuto delle donne siciliane del Novecento, diviso fra tradizione ed emancipazione, dipendenza e autonomia”.

Ma sono tutti i punti di vista sul femminile che interessano all’associazione. “Tutte noi – spiega ancora – abbiamo o abbiamo avuto una madre, una nonna, una bisnonna materna e in alcuni casi anche delle figlie. Partendo dalla famiglia, intendiamo riflettere sull’esistenza e sull’importanza di una genealogia femminile che ci aiuti ad avere consapevolezza di noi stesse”.

Il quadro che emerge dalle ricerche condotte finora ha colori intensi. Un colore per ogni storia. C’è quella di Maria Occhipinti, che oltre a quel modo di fare letteratura in uno stile diretto senza veli ideologici, è vicina ai diseredati di qualsiasi provenienza e lotta contro le ingiustizie nei confronti delle donne. Questo suo essere lo esprime nel lavoro che più le piace: fare l’infermiera nel reparto maternità. Quella di Anna Puglisi, che mette da parte la sua timidezza da ragazza borghese per contrastare la mafia attraverso lo studio all’interno del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, assieme al marito Umberto Santino, ma anche attraverso l’accompagnamento di donne che trovavano il coraggio di denunciare mandanti ed esecutori di delitti mafiosi. E ancora Marina Marconi, palermitana, figlia di due genitori come Pirro Marconi e Jole Bovio, entrambi archeologi con personalità di grande spessore, assegnati in Sicilia come vincitori di concorso. La loro casa è il Museo archeologico Salinas di Palermo, diretto dalla madre e dove avevano l’alloggio di servizio. Marina, donna “naturalmente emancipata”, ha vissuto due stagioni politiche molto particolari: quella da deputata regionale nel periodo in cui alla guida ci fu il comunista Pancrazio De Pasquale e il periodo, tra il 1985 e il ’90, in cui è stata prima consigliera comunale e poi assessora durante la prima sindacatura Orlando che rappresentò il cambiamento dei patti su cui si saldava il rapporto politica e mafia a Palermo: in ambedue gli ambiti il suo impegno ha prodotto dei risultati eccellenti.

Tra le letterate e poetesse, ecco Maria Fuxa, donna dalla personalità brillante, solo apparentemente minuta e fragile, dalla voce delicata. Doppiamente irregolare: come poetessa e come persona che soffre di disturbi mentali, emersi in età adulta, dopo l’abbandono del fidanzato. Internata in quello che era il manicomio di Palermo, entrò a far parte di un’umanità dolente, segregata in uno spazio separato, un universo fatto di giorni sempre uguali e di cancellazione delle personalità individuali, dove si praticano trattamenti che allora venivano ritenuti efficaci: elettroshock, shock insulinico, varie modalità di contenzione. Scrisse moltissimo, su fogli di carta velina che regalava a ricoverati e operatori, raccontando la solitudine sua e degli altri. Per molti anni lavorerà come archivista per la sezione donne dell’Ospedale psichiatrico e avrà “una stanza tutta per sé” che riempirà dei numerosi premi ottenuti partecipando a concorsi letterari.

Le donne che hanno contribuito all’emancipazione femminile nella professione? Eccole. Maria Emma Alaimo che nel 1930 inizia il suo servizio presso la Biblioteca Comunale di Palermo e nel 1938 ne diventa direttrice titolare: è la prima donna a ricoprire questo incarico e sarà la più giovane direttrice dell’istituzione. Si impegna a tempo pieno nella promozione e nel rilancio della Biblioteca che versa in uno stato di totale abbandono. Ha grande umanità, Maria Emma tanto da chiedere e ottenere la co-tutela legale di tre bambini orfani, figli di un dipendente della Biblioteca rimasto vittima insieme alla moglie di un incidente stradale.

Jole Bovio Marconi la potevi incontrare, elegantissima, a una prima del Teatro Massimo oppure, in gonna lunga e scarponcini sporchi di terra, seduta sui massi di un’area archeologica, da un lato una gentile signora appassionata di opera, amante delle arti e della pittura, dall’altra rigorosa archeologa in anni in cui non era facile per una donna far carriera in ambiti quasi esclusivamente maschili. Ma lei, romana, classe 1897, femminista ante litteram, passo dopo passo, scavo dopo passo, costruisce una brillante carriera da archeologa che la porta a diventare la prima donna soprintendente alle Antichità e alle Belle Arti in Italia, assieme a Bruna Forlati-Tamaro. Signora tutta grinta e volontà, membro della Fildis, la prima associazione femminile internazionale presente a Palermo, prima ancora dell’avvento del fascismo, aderì con entusiasmo alla battaglia delle suffragette per il voto alle donne. Tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quel silenzioso signore autore de Il Gattopardo e la principessa lettone Alexandra Wolff Stomersee, detta Licy, anima baltica, figlia del barone Boris Wolff Stomersee, alto dignitario alla corte di Nicola II, e della cantante lirica modenese Alice Barbi, il legame è stato atipico ma profondo: Tomasi capiva e rispettava l’autonomia di una donna diventata psicoanalista – in tempi in cui a una donna erano consentiti due mestieri, quello di moglie e quello di madre – che collaborò con i pionieri della psicoanalisi italiana, Cesare Musatti, Nicola Perrotti ed Emilio Servadio, contribuendo all’organizzazione della nascente Società psicoanalitica italiana di cui, unica donna, diventò presidentessa dal 1954 al 1959. Personaggio di spicco nell’ambiente psicoanalitico, coltissima e poliglotta, fondò anche la scuola siciliana.

Altre donne hanno avuto un peso nel tessuto sociale siciliano, ne hanno favorito il cambiamento. Tra queste, le donne di Alcamo: la presidente dell’Azione cattolica femminile della chiesa Madre che andava per le strade ad alfabetizzare le donne in prossimità delle prime elezioni aperte alle donne e che poi fondò un circolo laico, il CIF, per educare alla politica le donne della borghesia; l’ostetrica che durante la guerra non aveva abbandonato il paese e la sua professione; la signora di buona famiglia che organizzava  un laboratorio di ricamo, dando  speranza a tante ragazze molto modeste; tre sorelle che si improvvisavano maestre e aprivano il loro appartamento alle prime classi delle elementari; una suora che metteva in atto un’assistenza quotidiana per i più poveri e provvedeva ad affidare tanti orfani di guerra a famiglie della buona società; la giovane presidente dell’Azione cattolica giovanile, che guidava tante ragazze, consigliando loro letture, percorsi di studio, attività culturali e che poi, negli anni ‘70, si sarebbe adoperata per costituire il consultorio familiare. Altre hanno partecipato alle lotte per la diga di Roccamena, il visionario intervento sociale avviato da Danilo Dolci a Trappeto fin dagli anni ’50. Un’esperienza improntata alla nonviolenza che diventa l’enzima, in un territorio attraversato dalla violenza, di una mobilitazione popolare responsabile, in marcia per lo sviluppo. E per un mondo nuovo, finalmente consapevole che una società priva – per scelta, per calcolo, per indifferenza, per arretratezza, per pregiudizio, per insensibilità – dell’originalità, della competenza, delle idee, di una sua parte estesa ed essenziale, è votata al fallimento.