Finanziare il cuore pulsante dell’economia del mezzogiorno e dare credito a coloro che fino ad ora sono stati esclusi delle grandi istituzioni finanziarie. È questa l’idea di Paolo Fiorentino, banchiere di lungo corso, l’uomo che ha venduto la Roma agli americani, oggi amministratore delegato di Banca Progetto: creare un nuovo tessuto economico partendo dalle piccole e medie imprese

di Francesca Taormina

A Napoli c’è un rione popolare quasi invisibile, Barra, tra Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, ben disegnato dalle immagini di Elena Ferrante, dove persino i marciapiedi raccontano di violenze e sopraffazioni. È quello che Matilde Serao chiamava “il ventre” di Napoli. Ma in questo luogo invisibile nel 1899 nacque una Società operaia di mutuo soccorso, un bassorilievo con due mani che si stringono lo testimonia ancora oggi. Il welfare era nato lì, prima che lo Stato potesse pensarlo, finanziamenti per gli agricoltori e gli operai. E non distante da lì è nato Paolo Fiorentino, banchiere di lungo corso, oggi amministratore delegato di Banca Progetto, con la vocazione di finanziare la piccola e media impresa. Come se quel ventre di Napoli avesse segnato il suo destino.

“Allora, nei primi anni Sessanta – racconta – si faceva vita di quartiere, il mondo per noi bambini era tutto lì. Ma dopo qualche anno ci siamo spostati al Vomero e la mia infanzia è stata scandita dalla ritualità. Sono cresciuto sapendo ogni giorno cosa si mangiava a pranzo e a cena e sapendo che ogni 10 luglio ci spostavamo a Ischia: mia madre aveva un menu settimanale invariabile. Una giovinezza fatta di certezze e di felicità, interrotta bruscamente ai miei 17 anni dalla morte improvvisa di mio padre, che era un sindacalista. A quel punto cominciai a dare lezioni private di matematica, quello è sempre stato il mio talento, per andare all’università”.

Dopo la laurea in Economia e commercio, arriva il lavoro al Credito italiano, allo sportello. Era il 1981 e Fiorentino pensò: “Qui non ci resto più di sei mesi”. E invece non è andata così, il viaggio si prospettava lungo. Numerose le esperienze internazionali tra le quali presidente del Consiglio d’amministrazione di Bulbank e poi Zagrebacka Banka.

Con Unicredit finisce in Polonia: “Quel periodo è stato veramente impegnativo, faticoso, un napoletano in Polonia – ricorda – tende a vivere al coperto. Il freddo, la lingua, la cultura. Tutto troppo diverso, ma lì ho conosciuto veri e propri eroi, gente coraggiosa che aveva vissuto la resistenza alla dittatura comunista. Amicizie che sono durate nel tempo”. E ancora: amministratore delegato di Capitalia, fino alla fusione con Unicredit in cui ricopre ruoli di massimo vertice. Poi amministratore delegato di Banca Carige. A Palermo ha trascorso quasi tre anni nei Novanta. “I migliori amici dei miei figli – dice – sono ancora i ragazzi conosciuti alle elementari e anch’io ho tenuto sempre i contatti con questa città così simile alla mia Napoli. Ne coglievo le contraddizioni, la follia borbonica, e soprattutto le grandi potenzialità. E quando è venuto il momento di Banca Progetto, Dario Costanzo, di Fidimed, mi propose di investire anche sulle imprese più piccole con un prodotto pensato per finanziare il cuore pulsante dell’economia del sud del Paese e di partire da Palermo: non esitai ad accettare, aprendo l’ufficio di rappresentanza nel capoluogo siciliano. È ovvio che bisogna saper leggere le situazioni e scansare le opacità, ma investire sul Sud partendo dalla Sicilia era una buona idea. Noi dobbiamo essere artigiani digitali, e fare il lavoro del sarto, prendere bene le misure, analizzare i dati di scoring e di solvibilità, che però non possono essere gli unici: il tessuto delle piccole imprese richiede un’attenzione diversa. Si possono dare soldi agli esclusi dalle grandi banche, ma è necessario capire la storia, la cultura di quel dato brand, chi sono i fornitori, chi i clienti, e a quel punto si può camminare insieme”.

Tra le passioni di Paolo Fiorentino, in ordine sparso c’è il calcio: è amico di Ibrahimovic, e ha curato personalmente la vendita agli americani della Roma, oggi è membro del consiglio d’amministrazione della Sampdoria, ma il ricordo va verso Napoli e il suo sogno collettivo: “Ovunque mi trovassi, prendevo un aereo e la domenica ero al San Paolo per vedere giocare Maradona. Sono stato io stesso un modesto giocatore e mi sono rotto tutto quel che potevo, tibia, perone …”. Altra passione è il mare, “dove sono nato e quando sono in barca, oltre l’orizzonte vedo comunque l’acqua. Amo soprattutto le isole greche, dove ho comprato una casa di pescatori. Lì il mare cambia nel giro di dieci minuti, è insidioso, pericoloso, ma molto pescoso”.

Da napoletano verace, la sartoria artigianale è nelle sue corde: ama le cravatte e i vestiti che cadono come un guanto. Ma per lui l’eleganza e il fascino hanno un significato non banale: “Tutto ciò che è rituale e prevedibile non mi convince. Ciò che non è omologato, invece, mi interessa. Trovo piacevoli le cose che mi sorprendono L’eleganza quasi mai ha a che fare col fisico, ma sempre con la testa”.

Infine, un consiglio ai ragazzi del Sud che si affacciano al mondo del lavoro: “Bisogna investire tutto sul valore delle competenze, degli studi di alta formazione. La vita non è una puntata del Grande Fratello, dove il successo e la fama si ottengono senza talento. Questo, insieme all’antipolitica, ha generato gran parte delle nostre disgrazie. A un giovane direi ancora di cercare sempre buoni maestri, e se ne incontrano qualcuno, gli si attacchino fino a rubargli tutto. In ultimo, ma non ultimo: lasciar perdere ciò che una volta era il posto fisso, oggi non esiste quasi più. Cercare raccomandazioni per un posto alla Regione o in banca? Direi che non serve. Provare invece a costruire il proprio lavoro nella propria terra, e uscire fuori dagli schemi, combattere sempre la tentazione dell’inerzia. E se proprio lo stress avanza, allora consiglio di ascoltare Erik Satie, io lo faccio ed è una musica che guarisce”.