Tra Caltavuturo e Tremonzelli, nelle Madonie, è tornato alla luce un tratto dell’antica via romana che collegava Catania con Termini Imerese passando per Enna. Un ritrovamento eccezionale che testimonia l’intensa attività di comunicazione e di scambi nell’isola. E la grande abilità costruttiva degli ingegneri di Roma

di M. Laura Crescimanno

Come ci si muoveva nell’antichità per viaggiare da est ad ovest della Sicilia lungo le contrade interne? Su quali strade si muovevano a cavallo i corrieri della posta imperiale o i commercianti del grano che vivevano nelle città e nei villaggi? La situazione non era poi così diversa da oggi. Due o tre strade principali carrozzabili attraversavano l’interno dell’isola da Catania sino Termini, che all’epoca era una popolosa città nota per le sue terme, passando per le alture di Enna. Ai tempi della dominazione romana, nel III e II secolo avanti Cristo, l’Isola era infatti una provincia agricola pacificata, senza presenze militari, e i romani – grandissimi ingegneri – avevano costruito, oltre ad acquedotti, teatri e ville imperiali, anche la prima grande arteria di collegamento da una costa all’altra. Una strada di quelle destinate a durare molto a lungo.

Codici e antiche mappe avevano già evidenziato l’esistenza di un’antica strada il cui tracciato corrisponde all’attuale statale 120. L’Itinerarium Antonini e la Tabula Peutingeriana la indicano chiaramente insieme all’altra grande arteria di collegamento, la Messina per le Montagne. Perfino un cartografo prussiano, il generale Friederick Smettau, l’aveva già rilevata con dovizia di dettagli nelle sue tavole, quando la Sicilia si trovò a essere, per soli quindici anni, una provincia del regno austro-ungarico. Già a quei tempi conoscere realmente il territorio era una questione strategica.

Adesso, dell’esistenza della via Catina-Therme arriva la conferma grazie allo scavo preventivo finanziato dalla Snam e condotto in collaborazione con la Soprintendenza palermitana, nel corso del rifacimento del metanodotto che va da Enna a Termini Imerese. Le antiche pietre sono ritornate alla luce del giorno quando un tratto di basolato di epoca romana, a cinquanta centimetri sotto il piano stradale, è stato ritrovato lungo la strada 120 che collega Tremonzelli a Caltavuturo. Perché la storia delle strade, come confermano gli studiosi di cartografia antica, è spesso una storia di sovrapposizioni.

“Esiste da molti anni in Sicilia un esempio virtuoso di collaborazione tra le soprintendenze ai Beni culturali e le aziende pubbliche o private, come nel caso di questo scavo finanziato dalla Snam – spiega la soprintendente ai Beni Culturali di Palermo, l’architetto Lina Bellanca -. Una collaborazione che si attiva ogni volta che, nell’espletamento della nostra normale azione di tutela, si devono autorizzare interventi sul territorio. Si chiama archeologia preventiva, una legge nazionale del 2006 prevede sopralluoghi degli archeologi prima che arrivino le ruspe. Il costo è a carico di chi deve effettuare i lavori, e negli anni ci ha permesso, in totale mancanza di fondi per le ricerche, di portare avanti importanti scoperte e scavi, poi sfociati in strumenti di tutela. Basti pensare agli interventi delle Ferrovie dello Stato lungo il tratto della costa tirrenica”.

“L’eccezionalità del rinvenimento – spiega Rosa Maria Cucco, l’archeologa della Soprintendenza che ha diretto gli scavi (mentre le operazioni sono state eseguite da Filippo Iannì) – consiste principalmente nel fatto che siamo di fronte all’unico tratto di strada romana costruita sull’isola fino a oggi attestato. Altro dato importante è la coincidenza della strada appena scoperta con la statale 120. Il tratto stradale romano, di cui si conserva solo la massicciata, lo statumen sottostante il basolato, certamente divelto nei secoli da lavori agricoli, è adesso stato ricoperto a scopo precauzionale, ed è stato già apposto un vincolo archeologico”.

Adesso anche la politica intende dedicare atti concreti e maggiore attenzione alla programmazione dell’attività di ricerca archeologica. L’assessore ai Beni culturali Alberto Samonà è determinato ad agire, convinto che il ritrovamento della strada romana Catina-Therme dimostri quanto ancora sia enorme il potenziale inesplorato della Sicilia, in termini di testimonianze storico-archeologiche. “Un ambito nel quale è necessario potenziare l’attività di ricerca – dice – e per il quale il governo regionale intende destinare maggiori risorse. La strada romana, emersa nel corso dei saggi di scavo testimonia in maniera inequivocabile la fervida attività di comunicazione e commercio esistente tra le diverse aree della Sicilia sin dai tempi più antichi”.

Le Madonie in effetti di testimonianze archeologiche ne hanno già restituite parecchie, a Castellana, a Petralia e anche a Gangi, e i sindaci si sono ben ingegnati per realizzare negli anni piccoli musei aperti al pubblico coinvolgendo cooperative di giovani locali. Come nel caso del Museo civico di Caltavuturo, che espone le 541 monete d’argento romane in perfetto stato di conservazione, risalenti al 104 avanti Cristo. Le monete erano state dissotterrate casualmente nei pressi di una stazione di sosta lungo la via romana in corrispondenza con la fattoria Pagliuzza, anche questa oggi ricoperta a scopo precauzionale. Caltavuturo, già al centro delle cronache per la vicenda della Phiale d’Oro, oggi esposta nel museo di Imera, è da molti anni al centro degli studi degli archeologi palermitani e dell’Università di Palermo. “Con i suoi primi insediamenti abitativi attorno al monte Riparato – spiega Rosa Maria Cucco – e grazie alla sua posizione strategica tra il fiume Imera e le vie d’accesso all’interno dell’Isola, la zona fu di sicuro servita dalla strada romana”. Di straordinario interesse è infatti questo primo nucleo abitativo che si trova in territorio forestale sotto il monte, dove gli archeologi lavorano sin dagli anni ’80 del secolo scorso, riportando alla luce l’insediamento del III sec. avanti Cristo con muri perimetrali e mosaici.