testi Giuseppe Barbera
foto Margherita Bianca

Nella giungla cittadina di asfalto e di lamiere, i marciapiedi sono come i sentieri tra radure, fiumi e foreste. Dovrebbero essere percorsi, ai margini tra le case e le strade che non prevedono pedoni, per viaggi lenti ricchi di pensieri, incontri, scambi. Dire cosa, qui e adesso, invece siano (mosaico sconnesso di pavimentazioni diverse; tranelli in forma di buche, trincee e gradini; deposito di escrementi e di rifiuti di ogni genere e dimensione; spazi aggrediti da auto e moto e, ben che vada, biciclette o dissuasori), serve a poco. Basta, per accorgersene, mettere il naso fuori di casa.

Un tempo di marciapiedi non c’era bisogno. Rifiuti e acque si allontanavano, convogliati dalle pendenze di strade “a schiena d’asino”, verso canali di scolo. Più tardi le città affollate e malsane della rivoluzione industriale e il transito sempre più intenso di carrozze e autoveicoli, imposero una separazione distinta e sopraelevata rispetto al piano stradale. Sotto i marciapiedi le reti fognarie, su di essi, ad abbellirli, panchine, piccole aiuole e alberi. Questi facevano così il loro ingresso in città perché prima si limitavano a coprire giardini e campagne, ad accompagnare l’ingresso prestigioso alle ville padronali o a segnare a distanza la presenza di strade. Lungo di esse gli alberi si piantavano per ragioni utilitaristiche, tanto che Marco Polo osservava che in Cina li usavano per affiancare le “mastre vie” cosicché mercanti e messaggeri “no possa fallare” e a Palermo la prima alberata stradale fu realizzata nel 1595, ai bordi dello stradone per Monreale (Corso Calatafimi),  per le ragioni di rimediare “all’oltraggio, che faceva il sole al tempo dell’està ai Monrealesi perché quelli, venendo la mattina a Palermo, avevano il sole negli occhi e similmente la sera quando tornavano”.

Erano alberate realizzate con grande maestria: le giuste distanze, dalle case e tra le piante, e buche d’impianto, riempite di terra fertile, ben drenate e ampie abbastanza da contenere nel tempo la crescita delle radici e griglie a loro protezione perché, lo diceva Pirandello, “Il breve cerchio che il lastrico della via lascia attorno al tronco è tutta la loro campagna; per esso la terra beve a stento l’acqua del cielo e respira”.

Si impiantavano (un arboricoltore non userà mai il verbo “piantumare”) specie di diversa provenienza. La fantastica disponibilità di forme, colori e profumi diversi veniva colta accogliendo specie esotiche che perfettamente si adattavano a un ambiente artificiale, lasciando alla natura le autoctone e alla campagna quelle agrarie. Dal Giappone arriva, a Parigi nel 1747 e a Firenze nel 1799, la Sofora. La storia della sua introduzione, a opera del gesuita Pierre Cheron d’Incarville negli anni in cui il Giappone era precluso agli occidentali, possono leggersi sul web nelle pagine di Antimo Palumbo. Nella città contemporanea si mostra magnifica quando, verso la fine dell’estate, rilascia un tappeto fittamente tessuto di minuscoli fiori giallo crema e profumati. Se mal piantata, invece, solleva pavimenti e cordoli, confonde i suoi deliziosi fiori con l’immondizia.

Succede per molte altre specie; è inutile tagliare radici, desolante deviare piste ciclabili per il timore di alberi che non ricadano nel novero dei “monumentali”. Bisognerebbe invece rassegnarsi, con arte e scienza, a rifare i marciapiedi e a rinnovare le alberate. Interventi costanti, piccoli e continui che restituiscano decoro e sicurezza. Ma provate a dire questo alla felicemente folta schiera degli amici senza se e senza ma degli alberi, che si ostinano a ignorare che prendersi cura di loro significa anche riconoscere, come in ogni alleanza, gli errori e correggerli.