Ha lasciato Palermo ed è tornata a vivere nella casa di famiglia nelle campagne del Belice. Giana Guaiana, musicista e interprete dei canti della tradizione mediterranea, racconta la difficoltà e le grandi gioie di riscoprire stili di vita dimenticati. E la strada da percorrere per trovare una vera felicità

di Claudia Cecilia Pessina

“La mattina aprire la finestra e affacciarmi sul verde. I suoni della campagna. La luce. L’aria frizzante. Il silenzio. Basta questo per pensare che non potrei mai tornare indietro”. Sono passati poco meno di dieci anni da quando Giana Guaiana, cantautrice, musicista e interprete di canti della tradizione orale mediterranea, ha scelto di lasciare la città per tornare nel paese dei suoi genitori dove aveva trascorso i primi mesi di vita.

“Dopo il terremoto che colpì la valle del Belice nel 1968 – racconta – la mia famiglia fece la scelta di andarsene via da Santa Margherita così quando ne ho avuto la possibilità ci sono tornata. Pur con tutte le difficoltà pratiche, in un certo senso è stato facile, quasi naturale, come naturale è la morte dei propri genitori e l’acquisizione dei beni di famiglia. A me è toccata una casetta in campagna con un po’ di terreno e non ho esitato ad andarci a vivere realizzando un sogno che coltivavo da tempo”.

E non ha mai avuto ripensamenti. “A maggior ragione in questa fase storica di cambiamenti epocali, in cui tante certezze stanno crollando, dinamiche che davamo per scontate stanno mostrando il loro carattere effimero e in cui tutti, ma proprio tutti, viviamo nell’incertezza più assoluta su quello che può accadere da un giorno all’altro, la sensazione di pace, solidità e autenticità che trovo qui in natura sono irrinunciabili”. Certo non si tratta di una scelta radicale, ma di una casetta a pochi minuti dal paese in un mucchietto di case disabitate. Quanto basta però per sentirsi immersi nella natura, tra prato, alberi, un giardino con i fiori. Per spaziare con lo sguardo sulla valle, i campi, e poco più a est, uno scorcio sul borgo di Sambuca di Sicilia. L’incanto.

“Ma questo non significa non ci sia niente da fare. Dedico molto tempo allo studio – continua – a ideare nuovi progetti e alle pratiche spirituali. Ma anche alla cucina, alle faccende domestiche e alla vita all’aperto, cercando di assecondare il mio stato psicofisico. C’è il piccolo orto dietro casa da curare. C’è la raccolta della frutta e la trasformazione in succhi e conserve. Ci sono le olive e l’olio nuovo da fare. C’è da ammucchiare ramaglie per il camino”.

Con lei c’è il suo compagno di vita, Pippo Barrile, anche lui musicista, ma con una laurea in Agraria in tasca e appassionato di apicoltura. Una combinazione perfetta: collaborazione sul piano artistico e aiuto prezioso nelle attività quotidiane. E miele, propoli, pappa reale e polline non mancano mai nella dispensa. “Le settimane sono scandite da questi lavori di auto-produzione. Soprattutto nel periodo autunnale e invernale la natura offre non poche piante alimurgiche, cioè piante spontanee e commestibili: biete, finocchietti, borragine, cardella, cicorie e asparagi selvatici. Una passeggiata nel bosco e trovi funghi e castagne. Prendo tutto con gioia e gratitudine. Cerchiamo di vivere semplicemente, il più possibile coi doni della natura. In generale ridimensionando i bisogni. Fondamentale anche la dimensione del dono e del baratto con amici e conoscenti. Complessivamente si vive una decelerazione, che aiuta a conferire senso anche al singolo gesto. Puoi sempre fermarti al sole per accarezzare un gatto. Andare a fare una passeggiata. Una chiacchiera con il vicino. Ma ci sono frangenti in cui bisogna anche sbrigarsi, se per esempio devi raccogliere prima che venga un temporale o che faccia buio. La natura non aspetta”.  Tutta la vita entra progressivamente in risonanza con il ciclo delle stagioni di cui in città quasi ci si dimentica. Ma, contrariamente alle aspettative, non tutto è così “naturale” in mezzo alla natura. Decenni di coltivazioni a base di fertilizzanti e fitofarmaci hanno lasciato il segno. “Si pensa che dove c’è verde tutto debba essere automaticamente genuino, ma in generale non è così. Infatti per tutto il resto dei prodotti che abbiamo bisogno di acquistare inizialmente ho trovato qualche difficoltà. A Palermo mi ero abituata a comprare quasi tutto di provenienza biologica. Paradossalmente qui la cultura del biologico stentava ad attecchire. Ultimamente molto sta cambiando. C’è stata per esempio una grande rivalutazione dei grani antichi e qui, in territorio belicino, se ne producono differenti varietà in bio. Ho preso molto a cuore la questione dei grani antichi siciliani al punto da scriverci un brano, Grani sani, contenuto nel mio ultimo disco, che si intitola Fatti di terra”.

È uno dei due dischi che ha realizzato (l’altro si chiama ’A giostra), un’attività musicale che ha alternato agli spettacoli teatrali (Miradas, Mafia: singolare femminile, Giarabub, Qui si vince o si muore, quest’ultimo anche scritto e prodotto), e alla partecipazione a diversi documentari, fra cui uno sulla Sicilia all’interno della trasmissione “Les échappées belles” nella TV France5. Tanti gli incontri e le collaborazioni importanti: Branduardi, Capossela, il cuntastorie e puparo Gaetano Celano. L’ultima nel 2019 con l’attore Alessandro Preziosi, al Cretto di Burri, nello spettacolo La notte di Gibellina di Massimo Recalcati.

Da quando si è trasferita in campagna Giana Guaiana mette anche le mani in pasta. Il pane lo fa in casa con farine acquistate direttamente dai produttori locali e utilizzando il lievito madre. Inoltre condivide un piccolo mulino domestico con un gruppo di persone che lo utilizzano a turno per macinare grano, farro, riso e ceci. “Il pesce fresco lo acquisto da un ambulante che lo porta in paese ogni giorno da Sciacca. Tutto quello che non produco direttamente cerco di comprarlo da produttori locali con cui ho stabilito un rapporto di fiducia. Mentre per altri prodotti che non trovo sul posto, faccio una piccola scorta quando vado a Palermo. Che poi non è così lontana”.

Già Palermo. La “mia città”, la definisce lei, la città dove è cresciuta, dove ha studiato al liceo classico e all’università, Lettere classiche a indirizzo storico-archeologico. Dove ha fatto tante esperienze di vita, e ha potuto coltivare – anche in città si coltiva – i suoi molteplici interessi. La letteratura. L’antropologia. Il greco. Le lingue moderne. Contemporaneamente suonava insieme a band musicali di tutti i tipi. Rock, reggae, funky e anche un po’ punk. E poi tutta la formazione artistica, musica, teatro, danza, decine di stage, workshop e seminari intensivi. Fondamentali anche gli incontri spirituali. “Sono cresciuta in un contesto fortemente cattolico. Che ho abbracciato fino in fondo. Ma sentivo che se volevo conoscere il mondo, non potevo farlo rimanendo ancorata solamente a quel tipo di spiritualità. Così ho deciso di diventare agnostica per vivere tutte le esperienze senza preconcetti. Però recitavo sempre una preghiera che mi aveva lasciato la suora che mi aveva seguito all’oratorio frequentato fino ai 18 anni. Sapevo che mi sarei riproposta la questione del divino quando sarei diventata più grande. E così è stato. La spiritualità è tornata nella mia vita tra i 27 e i 28 anni, stavolta affacciandosi dalla porta dell’oriente. Cominciai a conoscere soprattutto buddisti e seguaci di varie filosofie orientali. Iniziai a praticare Qi Gong, Tai Chi e Yoga. Ho scoperto i principi di un’alimentazione sana e consapevole grazie al caro maestro Yogashri Aruna Nath Giri, che voglio ricordare a pochi giorni dalla sua dipartita”.

Già, Aruna, il maestro che ha portato lo Yoga in Sicilia, fondatore dei centri di cultura Rishi a Palermo e nella sua Argentina, il Paese da cui aveva iniziato una formidabile parabola esistenziale e spirituale.

“Ho messo le basi – racconta – per una ricerca di vita che non è finita e continuerà fino alla fine dei miei giorni. Certo a qualcosa ho dovuto rinunciare. Come agli incontri, casuali o organizzati, con tanti amici. Al contatto fisico giornaliero con i luoghi della mia memoria. Alle infinite possibilità di scelta che ti offre una grande città fra varie proposte culturali e commerciali”. Ma in fondo divari e distanze, oggi, sono relativi. Le cittadine “minori” sono cambiate, culturalmente più vivaci e più attrezzate, pur mantenendo una dimensione più a misura d’uomo. E anche i paesi, spesso, offrono occasioni di costruire bellezza in un contesto culturale condiviso. A Santa Margherita, infatti, Giana Guaiana collabora come consigliera di biblioteca. E col tempo e tanta pazienza è riuscita a riprogrammarsi e creare nuovi contatti sul territorio. “Tutto torna, ciclicamente, in forme diverse. Bisogna solo saper aspettare. Tanti progetti artistici sono stati concepiti e realizzati traendo nuova ispirazione dalla vita immersa nella natura e a contatto con un nuovo mondo che pian piano vado scoprendo. Un’esperienza estetica, poetica, ma anche mistica con gli elementi. Mi sono sempre sentita un essere di acqua e di aria. Fluida e libera. Qui ho imparato il contatto con la terra. Statica, dura e compatta. Sono passata dall’essere una persona che semplicemente vive in una casa che si trova in campagna in mezzo alla natura, al diventare un tutt’uno con lei, in un rapporto quasi simbiotico. Semplicemente l’osservazione e l’ascolto costante della perfezione e dell’armonia del mondo vegetale e animale, che sia il vento che sussurra alle fronde degli alberi o le goccioline di rugiada al mattino, o una lucertola che fa capolino fra due pietre, restituiscono un’immagine di abbondanza e di gioia tali da fare passare in secondo piano quelle che dalla società sono normalmente considerate urgenze e bisogni. Si compie una rivoluzione dei valori. Apprendo ogni giorno lezioni nuove. Inoltre – continua Giana – allontanarsi dalla mondanità ha reso la ricerca di autenticità e di verità più raffinata. Non mi sento e non sono isolata. Ma certamente per gran parte del tempo qui sono in assenza di occasioni di evasione, anche dagli stessi miei moti interni, come tristezza o preoccupazione. In città c’è sempre una valvola di sfogo. Stare qui è un po’ come volersi mettere con le spalle al muro, per andare più a fondo”.

Anche per lei, come lo è stato per molti, il lockdown è stata un’opportunità per approfondire l’auto-riflessione e il dialogo con se stessa. “Anche rispetto alla mia professione piano piano ho cambiato prospettiva. In relazione, per esempio, alla dicotomia che avverto fortemente tra un’arte veramente libera di esprimersi e i miti dominanti, le aspettative di un contesto sociale competitivo, in cui devi produrre, farti valere ed essere sempre al massimo della forma. Attento più all’aspetto dell’apparenza, della prestazione e del successo, piuttosto che al percorso umano di un artista. Ora grazie al lavoro interiore e alla forza che attingo dalla natura sto trovando il modo per stemperare questo conflitto. Sono sempre stata convinta che bisogna mantenersi a ogni costo fedeli alla propria via. Oggi, mi interessa recuperare quell’ingenuità e quell’entusiasmo delle origini”.

Anche a livello sociale, del resto, sono in molti a pensare che il recupero di un rapporto con la natura e i suoi insegnamenti sia la stretta via da percorrere per uscire dalla situazione di impasse che si è venuta a creare in questa fase storica, intricata e complessa. “Spero che si riemerga tutti – conclude – in una nuova età dell’oro, fatta di senso di umanità e di unione, come se fossimo tutti la stessa famiglia. L’aspetto che più mi ha affascinato delle filosofie orientali è la concezione del divino come non solo trascendente ma anche immanente e onnipervasivo. Cioè presente in tutto ciò che ci circonda. Quasi a farlo coincidere con la Natura appunto. Trovo questa impostazione più naturale per l’essere umano e più idonea a favorire il superamento di quel senso di separazione fra sé e gli altri esseri viventi che ci è stato istillato e che tanti mali ha causato. E da lì sviluppare la compassione, intesa non come pietà ma come ‘sentire con’, e l’amore incondizionato, cioè scevro da calcolo opportunistico. Penso che questa, oggi come non mai, sia l’unica possibilità di salvezza per l’umanità. E di vera felicità.