Da cinque lunghi secoli la Tonnara Bordonaro, nella borgata di Vergine Maria a Palermo, continua a tramandare le vicende di un mondo ormai perduto. Un esempio straordinario della marineria siciliana che non può essere abbandonato

testi Giulio Giallombardo
foto Igor Petyx

Sta a guardia della costa di Palermo, tra il mare che l’accarezza e Monte Pellegrino che la scruta dall’alto. Più che una tonnara sembra un castello, baluardo silenzioso da cui lo sguardo si perde nel Tirreno. Da oltre cinque secoli sta lì, a veder passare vite, arti e mestieri della borgata di Vergine Maria, raccontando storie di una tradizione scomparsa, che ormai solca altre acque. La lunga vita della tonnara Bordonaro è adesso in attesa di una svolta, con un futuro ancora tutto da scrivere.

Quello che resiste oggi è il luogo della memoria della borgata marinara palermitana e uno scrigno di affetti e ricordi per i proprietari. “Ogni pietra di quell’edificio mi parla, lì c’è tutta la mia vita”. Parola di chi nella tonnara ha vissuto per vent’anni e ancora adesso, quando può, torna a rifugiarsi lì. Maria Laura La Vecchia è cresciuta con lo sciabordio del mare nelle orecchie. Erede della famiglia Caputo, che negli anni Cinquanta del secolo scorso acquistò la tonnara, oggi è tra i proprietari del complesso monumentale che ingloba anche cinquemila metri quadrati di terreno. I primi vent’anni dei suoi cinquantacinque li ha trascorsi lì con la sua famiglia e sono tutti scolpiti nella memoria: “A Vergine Maria c’è tutta la mia infanzia, i giochi con mia sorella, le mareggiate, le serate con gli amici”. Immagini che si susseguono come frammenti di un amarcord sincero e velato di commozione. “Quand’ero piccola vivevo con la mia famiglia per tre mesi in un’altra zona della città – racconta La Vecchia – ma per il resto dell’anno abitavamo nella tonnara”.

Così, basta un attimo e i ricordi continuano ad affiorare: “La mia giovinezza alla tonnara era svegliarsi alle cinque del mattino e andare a polpi con i pescatori della borgata o a todari sulle lampare. Restare incantati davanti a un’alba o un tramonto e divertirmi a fare la caccia al tesoro tra le barche”. Poi, tra la leggerezza dell’adolescenza, fa capolino la paura di bambina, durante la storica tempesta che nell’ottobre del 1973 flagellò per otto ore consecutive le coste della città, con pioggia, vento e burrasche, che causarono il crollo della diga foranea del porto. “Allora ero molto piccola, ma ricordo che la spiaggia fu divorata dal mare, l’acqua arrivò fino al primo piano della tonnara e noi cercammo di rifugiarci più in alto possibile per scampare alla furia del mare. Durante la risacca affioravano tutti gli scogli che, bagnati dall’acqua, sembravano budini”. Gli anni passano, così, tra mareggiate, albe e tramonti, fino a quando, alla fine degli anni Ottanta, l’incanto finisce. “A diciotto anni lascio la tonnara per trasferirmi altrove, ma ancora oggi, quando posso, torno lì. È il mio rifugio”.

Ma per secoli la tonnara è stata rifugio anche per le barche che uscivano a pesca sin dalla metà del Quattrocento. Un avamposto dalla doppia anima: da un lato bastione difensivo con la sua massiccia torre d’avvistamento affacciata sul mare, dall’altro quartier generale della pesca e della trasformazione del tonno. Nota anticamente come tonnara di Nostra Signora del Ruotolo – dal nome di una piccola cappella in una grotta dove si venerava la Madonna e da quello dato alla zona, detta del Ruotolo per la presenza di un alto masso – era una delle tre tonnare della costa nord di Palermo, insieme alla Florio dell’Arenella e a quella di Mondello. Ruota attorno a un baglio su cui si affacciano strutture costruite tra il ‘500 e il ‘700, come il marfaraggio, gli alloggi per le ciurme, i magazzini per la conservazione del pescato e per gli attrezzi, e l’arsenale per la costruzione e il ricovero delle barche, con scivolo diretto verso il mare.

Diversi i proprietari nel corso dei secoli: il primo documento ufficiale che la riguarda è del 1450, quando la Regia Corte dà in concessione la tonnara ai genovesi Fazio. Poi all’inizio dell’Ottocento viene divisa tra i duchi di Sperlinga, i marchesi di San Nicolò e i principi di San Bartolomeo, della famiglia Oneto. Passa dopo ai Florio, che introducono nuovi metodi per la cattura e la conservazione del tonno; quindi ai Bordonaro, che ristrutturano tutto il complesso, annettendo l’antica torre di avvistamento e altri locali della tonnara. Dopo la seconda guerra mondiale, quando la torre fu dotata delle tre feritoie visibili ancora oggi per le mitragliatrici puntate contro gli sbarchi nemici, fu venduta ai fratelli d’Acquisto che esercitarono l’attività di pesca del tonno ancora per qualche anno.

Successivamente, negli anni ‘50 del Novecento, come le altre tonnare storiche, perde per sempre la sua funzione originaria a causa del cambio di rotta dei tonni. Tra gli ospiti illustri, negli anni ‘60, c’è Luchino Visconti, che ha vissuto per un breve periodo nella tonnara, durante le riprese del Gattopardo insieme a alcuni attori del cast. Oggi la tonnara appartiene a tre famiglie – Caputo, La Vecchia e D’Acquisto – che hanno costituto una società per la gestione del bene, la Aster srl. In anni recenti, dopo una parentesi burrascosa in cui si è trasformata in uno dei luoghi della movida palermitana – tra affitti, crolli e battaglie legali – è rimasta chiusa alla città, per riaprire soltanto recentemente durante i weekend del festival “Le Vie dei Tesori”.

“Con piena disponibilità ho voluto far parte della manifestazione, aprendo la tonnara a cittadini e turisti, che hanno risposto con tanta curiosità – sottolinea La Vecchia – nella consapevolezza che questo luogo ha bisogno di essere valorizzato come merita e noi, con la nostra società, da soli non possiamo farcela. Abbiamo recuperato il corpo centrale, resta da intervenire sulla darsena per salvare le imbarcazioni storiche. C’è un progetto approvato dalla Soprintendenza che noi vorremmo realizzare, ma richiede un grande sforzo economico che una piccola società a conduzione familiare come la nostra, non può permettersi”.

Così, il tentativo adesso è di cercare partner economici o affittuari con target diversi dai precedenti che possano contribuire al recupero della darsena. “Stiamo facendo il possibile per portare avanti la riqualificazione del bene – spiega la proprietaria -, abbiamo avuto diverse interlocuzioni con importanti catene alberghiere di lusso per trasformare la tonnara in un punto a mare per hotel di qualità o per farne un centro conferenze. Ma la condizione essenziale è rispettare l’identità del luogo e la sua storia senza fare speculazioni. Per quanto mi riguarda, se potessi ci tornerei a vivere. Chi tocca Vergine Maria, tocca un pezzo della mia anima”.