È andato a studiare ballo all’opera di Parigi a nove anni e oggi fa parte della compagnia del teatro francese. Storia, sogni e ambizioni di Andrea Sarri, palermitano di ventidue anni, un ragazzo che preferisce vivere la vita sulla punta dei piedi

Testi di Daniela Tornatore
Foto di Ula Blocksage

Si dice che i danzatori siano i messaggeri degli dei. A vedere Andrea Sarri viene da pensare che sia davvero così. È giovane, è bello, è palermitano ed è l’unico siciliano tra i 154 ballerini della prestigiosa compagnia de l’Opéra de Paris. Nessuno come lui, se si esclude Eleonora Abbagnato che di quella accademia è stata prima étoile italiana. Andrea non ha incontrato la danza per caso, scorreva già nelle sue vene. Prima la madre, Sabrina, oggi psicologa, che ha danzato fino all’età di 21 anni. Poi la sorella, Claudia, che lo ha definitivamente stregato con le sue scarpette da punta. Ma la storia di Andrea comincia prestissimo.

Nato il 22 maggio del 1998, all’età di sei anni ballava già la break dance e l’hip hop. E prima di venire al mondo faceva le piruoettes nella pancia della mamma, a tempo di Tchaikovsky. Poi la prima scuola di danza e l’intuito della sua insegnante, Cinzia Cona: “Devi andare a l’Opéra di Parigi”. Detto fatto. Esattamente un anno dopo, ad appena 9 anni, Andrea lascia viale Strasburgo e si trasferisce in Francia. Complice la professione di papà Giovanni, dipendente della Regione Siciliana a Bruxelles. Abbastanza vicino per potere controllare un bambino che studia tutto da solo a Parigi, e poi ricongiungersi nei fine settimana. Da allora sono passati tredici anni. Andrea è rimasto all’ombra della Tour Eiffel, la sua vita, anche in questi tempi difficili, scorre come un bateaux mouches lungo la Senna, tra i quartieri di Montmartre, nei cafè parisiens. Ha steso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d’oro da stella a stella, e danza. Come piaceva ad Arthur Rimbaud. Papà, invece, è rientrato a Palermo.

“La prima audizione fu terribile” – ricorda Andrea. “Si svolgeva in due prove: una per il fisico e una ballata. Durante quella di ballo sono caduto, credevo di essere spacciato. E invece ho sentito pronunciare il mio nome ad alta voce tra quelli che erano stati ammessi nella scuola. Discreti come solo i siciliani sanno essere, abbiamo urlato di felicità davanti a tutti”.

è stato bravissimo. E i suoi genitori coraggiosi.

“Una vita di sacrifici, sempre separati. È stata un’esperienza di vita per tutti”.

Danzare è come parlare in silenzio. È dire molte cose, senza pronunciare una parola. E Andrea danza, danza, danza. Sette ore al giorno, tra prove e allenamenti, mezz’ora di pausa. Studia tanto, parla il francese come fosse la sua lingua madre, ogni anno un esame da sostenere per verificare i progressi fatti come ballerino. Che non sono mancati, e nel 2016 ha vinto il concorso per entrare a tutti gli effetti nella compagnia. Disciplina, passione, impegno.

Che cos’è per lei la danza?

“Difficile da spiegare, la danza per me è tante cose. Intanto è un modo di esprimermi, sarà banale ma è vero. Ma soprattutto per me la danza è gioia, mi rende felice. Quando ballo non mi preoccupo più di nulla. Mi piace pensare di rendere felici anche tutti quelli che mi guardano danzare. E se qualche volta, nei momenti più duri e faticosi, dimentico il motivo che mi ha portato qui, entro in scena e dico a me stesso: ecco perché sei qui”.

Quando è successo l’ultima volta?

“Quest’estate, durante uno spettacolo al Teatro Antico di Taormina con la Compagnia Les Italiens de l’Opéra, diretta dal maestro Alessio Carbone. Guardavo Marianela Nunez, star mondiale del Royal Ballet di Londra, che ha ballato con noi. Quella sua gioia di danzare vorrei che fosse per sempre anche la mia”.

“Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: quando finirò di vivere”, diceva Rudolf Nureyev. Qual è il suo mito?

“Non ce n’è soltanto uno. Io ammiro gli artisti, tutti, non solo i ballerini. Scrittori, cantanti, pittori, gente che lascia il segno. Gli esempi sono tanti”.

Ma con chi le piacerebbe danzare?

“Bella domanda. Tutti quelli con cui vorrei ballare sono molto più grandi di me. Con Marianela Nunez sarebbe bellissimo. Con Eleonora Abbagnato mi piacerebbe tanto, non lo abbiamo mai fatto insieme. I due palermitani de l’Opéra, perché no?”

Come funziona, in questo periodo di emergenza sanitaria, l’attività di un ballerino?

“Male. Siamo fermi da mesi, è un momento molto particolare, direi assurdo. È molto complicato, siamo in 150 nella compagnia, distanziarci è difficile”.

Durante i mesi del lockdown abbiamo visto ballerini allenarsi nei modi più strani. A lei com’è andata?

“Tutto sommato il lockdown mi ha fatto bene, mi ha dato la possibilità di prendere una pausa dal ritmo che abbiamo solitamente. Io mi allenavo a casa utilizzando un mobile come fosse una sbarra. Poi ne ho costruita una in pvc, con lo scotch. Era abbastanza precaria, ma è stata utile lo stesso. Per il resto ne ho approfittato per ideare delle nuove coreografie, per dipingere, per scoprire altre parti di me”.

Palermo e la danza. In questa città nascono sempre più ballerini di tutto rispetto, uomini e donne…

“Una bella contraddizione. A Palermo c’è un teatro grande e prestigioso come il Massimo, ma non abbiamo una scuola di danza collegata. Non c’è un’accademia, non c’è molto, a parte le scuole più o meno piccole della città. Ecco perché andiamo via”.

Qual è il sogno di Andrea Sarri?

“Sarebbe troppo facile dire che mi piacerebbe diventare étoile, il solista supremo. Ma il mio sogno è essere soprattutto un grande artista, uno di quelli che non si dimenticano”.

E magari danzare a Palermo, non è mai successo…

“Magari. Era previsto per questa estate, ma come temuto, è saltato tutto. Speriamo di potere recuperare presto, sarebbe un’emozione enorme per me ballare nella mia terra alla quale sono sempre rimasto molto legato. Parigi mi ha dato e continua a darmi tanto, ma sono nato a Palermo e questo non lo posso dimenticare. Io mi considero un palermitano, la mia anima lo è”.