Si moltiplicano le celebrazioni della fine della vita urbana, che in realtà non è affatto morta. Deve però cambiare: è venuta l’ora del salto di specie, dalle forme rigide e fragili del Novecento ad altre flessibili e sicure del XXI secolo, rese più sane dal loro policentrismo e da una nuova idea di comunità

di Maurizio Carta

Parafrasando Mark Twain, potremmo dire “spiacenti di deludervi, ma la notizia della morte delle città è grossolanamente esagerata”. Infatti, in questo tempo confuso, si moltiplicano le celebrazioni della fine della vita urbana con le conseguenti proposte alternative: alcuni fuggono in cerca di borghi-rifugio, altri immaginano una città fatta di recinti protetti o di iper-domesticità, altri ancora pensano a città disperse nel paesaggio per garantire il distanziamento. Non vi è dubbio che la pandemia ha squarciato l’illusione di essere indipendenti dalla natura e ci ha rivelato come specie imperfetta e arrogante nel nascondere la fragilità dei nostri sistemi urbani.

Siamo, infatti, in una drammatica condizione “sindemica”, cioè di aggregazione di più epidemie simultanee (sanitaria, economica, climatica) in una popolazione con diversi gradi di fragilità che aggravano l’onere della malattia. La Covid-19, infatti, è una malattia delle diseguaglianze, che colpisce maggiormente le persone svantaggiate, con redditi bassi e socialmente escluse o affette da malattie croniche, spesso prodotte dall’inquinamento, dovute a fenomeni che richiedono nuove politiche pubbliche per le città relative ad ambiente, salute, istruzione e abitare, e non solo risposte epidemiologiche.

Da urbanista, da docente e da ricercatore, sono convinto che serva una riflessione competente e di sistema per imparare dalla crisi, rivoluzionando i nostri comportamenti per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Significa rifiutare il facile sentimento anti-urbano e ripensare con visione e coraggio le città come sede di comunità urbane in equilibrio, anche con le altre specie viventi, ma soprattutto come luoghi privilegiati della salute pubblica, come è stato alla nascita dell’urbanistica moderna: si pensi al piano innovativo di Ildefonso Cerdà per Barcelona (1859) che inaugura la stagione dell’urbanistica moderna di matrice igienista. Da quell’esempio pionieristico nasceranno moltissimi piani di risanamento (in Italia nel 1885 quelli di Palermo e Napoli), fino ad arrivare al Piano per la Grande Londra di Patrick Abercrombie (1944), i quali danno nuova forma alla sfida della città moderna di garantire igiene e benessere alla tumultuosa urbanizzazione in cerca di lavoro e opportunità di riscatto sociale. La città moderna, attraverso la sua urbanistica, si proponeva come dispositivo sociale di sviluppo e sicurezza. Da lì dobbiamo ripartire, con nuovi strumenti.

La visione di un futuro – ancora urbano – dovrà essere capace di generare valore locale, invece che un’economia estrattiva che produca dipendenza da strategie esterne. Si tratta di ricomporre e adattare alla contemporaneità il modello delle città mercantili tardomedievali nord-europee con quello delle città ideali italiane del Rinascimento, passando per l’urbanistica comunitaria del socialismo utopistico ottocentesco, tornando a un modello urbano che sia sostenibile in termini di tutela del capitale territoriale e umano, che sia dinamico e propulsivo per il mercato del lavoro e che contrasti la crescita delle diseguaglianze. Serve la lucida radicalità di un’economia guidata da un’agenda sociale che generi una nuova dimensione urbana che combini l’impresa con la cittadinanza, che agevoli l’interazione tra la formazione e il lavoro, tra la residenza e lo spazio pubblico, tra servizi e produzione, all’interno di una città che recuperi bellezza, salute, coesione, solidarietà ed equità.

Significa, per esempio, lavorare sulle nuove funzioni (sociali e produttive) degli edifici e dei quartieri in dismissione, rendendoli attrattivi per le comunità nomadi in cerca di nuovi luoghi dell’abitare (ad esempio sfruttando le opportunità del South Working), oppure ripensare la mobilità per rispondere alla necessaria rimodulazione della domanda, oppure, ancora, ridefinire i sistemi produttivi avvicinando la produzione di risorse locali (per esempio agroalimentari o energetiche da fonti rinnovabili) e la loro trasformazione e consumo.

In Italia, e soprattutto al Sud, non dobbiamo perdere l’occasione di governare la nuova ondata, sempre che non sia già tardi, con politiche e strumenti efficaci, di riattivare in forme nuove il tessuto economico devastato. Il governo della nuova normalità – ancora lontana, temo – deve essere una grande occasione per riarticolare il Paese in città differenziate, rifiutando il modello omologante della grande metropoli, più basate sulla creatività e l’innovazione, abitate da comunità più autosufficienti e più sicure per la salute, senza dover interrompere drammaticamente le attività.

La sfida per le città che vogliano essere un antidoto alla sindemia, quindi, sarà quella di recuperare il loro naturale policentrismo, la diversità dei loro quartieri che, smettendo di essere fragili periferie, tornino a essere luoghi di vita e non solo di abitazioni, colmando il divario educativo, lavorativo, culturale, digitale, dotandosi di micro-presìdi di salute pubblica e di comunità energetiche autosufficienti.

Come sta avvenendo ad Amsterdam che applica i principi dell’economia circolare al suo piano strategico per il 2050, diventando una città senza scarti o rifiuti, che ricicla e gestisce in maniera perfetta acqua, energia, rifiuti. O a Friburgo, che da anni lavora all’autosufficenza energetica dei suoi quartieri, arrivando a realizzarne uno che produce quattro volte più energia di quanta ne consumi e potendo, quindi, regalare energia elettrica da fonti rinnovabili alle auto elettriche o agli altri quartieri limitrofi. Immagino città fondate su una nuova “prossemica”, cioè su una nuova relazione psicologica della distanza tra abitazioni, luoghi del lavoro, luoghi dell’educazione, servizi (sempre più rilevante in epoca di doloroso distanziamento sociale) che riduca la forsennata mobilità centripeta, garantendo la risposta a molti bisogni entro un raggio di quindici minuti a piedi. Lo stanno già facendo Parigi, Barcelona e Milano con successo e coinvolgendo i cittadini.

Città dello spazio domestico/urbano aumentato attraverso dispositivi pop-up e spazi intermedi che possano consentire una vita di relazioni in sicurezza: allargare i marciapiedi e prevedere pedonalizzazioni temporanee per ampliare gli spazi per l’educazione, il gioco e l’attività fisica (come sta facendo Barcellona nel Poble Nou), realizzare interventi di urbanistica tattica per il ripensamento dello spazio pubblico e per nuove modalità di fruizione della cultura e del tempo libero.

Invece che il vecchio modello ipercentralizzato (figlio del pensiero economico novecentesco) dobbiamo adottare un modello circolare e distribuito, delocalizzando teatri, cinema, musei e scuole, estendendone le funzioni anche nello spazio pubblico, e riutilizzare edifici dismessi per accogliere più funzioni condivise. Una sorta di fascia vitale che dia forma e senso a rimanere nei pressi della propria abitazione – sempre più necessario per ridurre il contagio – e che, invece di essere un odioso provvedimento, sia un progetto di città.

Dobbiamo riempire questi “pressi” di orti, di attività produttive e culturali, di luoghi della salute e del benessere e di spazi per una vita relazionale più sicura perché distribuita. Non propongo una città di tribù recintate, ma un fluido arcipelago di prossimità differenziate, connesso da una rete di parchi, giardini, vie pedonali, ciclovie, strade per auto elettriche a guida assistita, vere e proprie arterie di una mobilità sostenibile alternativa alla riduzione di capienza dei mezzi pubblici e alla esplosione di un inaccettabile ritorno all’automobile, che connettano in sicurezza i quartieri attraversando parchi e giardini, riutilizzando ferrovie in disuso, persino usando cortili e vicoli. Una vera e propria “domesticità aumentata” dallo spazio pubblico definito da una fascia di prossimità che consenta di usufruire di attività che non siano solo individuali ma anche collettive, entro un limite di sicurezza e autosufficienza in caso di pericolo.

Le città medio-grandi sono il malato grave della seconda ondata della pandemia, ma possono essere anche la cura. La rigenerazione degli habitat umani nella perversa alleanza tra pandemie sanitaria, sociale, ambientale ed economica richiede di modificare le forme e i modi dell’abitare gli spazi domestici, collettivi e del lavoro, anche apprendendo dalle nuove pratiche che abbiamo sperimentato nei giorni del distanziamento (nuove relazioni digitali mature, modalità di mobilità sostenibile, solidarietà cooperativa).

Serve, però, un pensiero lungo, che guardi oltre l’emergenza. Serve il “pensiero delle cattedrali” (come scrive Telmo Pievani), “il pensiero dei costruttori medievali che gettavano le fondamenta di una cattedrale ben sapendo che solo i loro figli o nipoti l’avrebbero vista finita”. La lotta delle città alla crisi ambientale, sociale, economica e sanitaria è la nostra cattedrale.

La pandemia ha inciso sui nostri corpi anche la consapevolezza della crisi economica e dell’impatto delle diseguaglianze, sfidandoci a progettare per rigenerare, poiché il degrado ecologico prodotto dalle attività umane si è rivelato non curabile con la crescita, che è stata, invece, un oltraggioso predatore di risorse vitali del pianeta. È venuta l’ora del salto di specie, dalla città rigida e fragile del Novecento alla città flessibile e sicura del XXI secolo, una città resa più sana dal suo policentrismo e da una nuova prossimità di comunità.