Storia e successi di Tano Chiavetta, un giovane orafo siciliano, formato alla scuola dei maestri palermitani, diventato un artista del gioiello con un suo atelier nel cuore di Londra. Ma se gli chiedete se si sente arrivato risponde: “quando arrivi a un punto…. sei di nuovo a un punto di partenza”

di Gabriele Miccichè

Tano Chiavetta è un artista. Lo sa probabilmente già quando studia un po’ di malavoglia Economia e Commercio assecondando i desideri dei genitori. Lo sa quando incontra un libro fatale, L’oro degli etruschi, e rimane incantato dalla qualità straordinaria dei manufatti di quella civiltà tuttora misteriosa. Lo sa soprattutto quando incontra Laura Plaja che disegna e realizza gioielli in filo d’argento senza saldatura. Con lei trova espressione la sua abilità artigiana. Siamo negli anni Novanta, entrambi lavorano in un laboratorio di via Bara all’Olivella insieme a Irene Falci, pittrice, Paolo Seminara che fa cavalli di cartapesta e Iolanda Stoppi decoratrice d’interni. Il gruppo partecipa a diverse edizioni del festival dalla Macchina dei sogni di Mimmo Cuticchio.

Per Chiavetta l’incontro con Cuticchio è importante: i pupi hanno bisogno del lavoro di artigiani come lui; la lavorazione di rame bianco e ottone, lo sbalzo, il cesello, la saldatura. E così Tano incomincia un iter che molti giovani artigiani palermitani conoscono bene. La vendita dei propri gioielli nelle bancarelle, la promozione del proprio lavoro, l’incontro fondamentale con la tradizione degli argentieri di Palermo. Ne ricorda due che hanno negozio e laboratori a piazzetta Meli: Antonino Amato che ancora guida l’azienda fondata nel Settecento e Benedetto Gerlandi, grande restauratore di articoli sacri (a lui si deve quello notevole degli arredi del Duomo di Monreale). Questi incontri gli comunicano anche l’incanto della “fabbrica” della lavorazione a cera persa, delle torniture e dei tanti segreti dell’artigianato palermitano.

In più, con il nickname di Tano Spitfire, con altri due ragazzi e due ragazze costituisce un gruppo che si specializza in spettacoli di fuoco il cui hit è probabilmente una performance concepita dal coreografo losangelino Daniel Ezralow.

Tutto bene quindi? No. “Sai com’è a Palermo – dice Tano al telefono da Londra dove attualmente vive e lavora – il lavoro c’era ma un po’ per la difficoltà a recuperare i crediti, un po’ per la scarsa propensione della città per un’attività comunque considerata marginale, la mia condizione professionale rimaneva ancorata a una dimensione di costante precarietà”.

Nel 2009, a trentasei anni, con la moglie Liliana Scuderi, trapanese – anche lei impegnata nella lavorazione e vendita di gioielli – decide di allargare i suoi spazi: Milano o Londra? London non è più swinging ma costituisce un polo di attrazione potente. Più forte di Milano che ancora non ha compiuto quel processo di rinascita che si rivelerà con l’Expo del 2015.

È una nuova partenza. Comincia un periodo di curricula inviati a tappeto, contatti, visite nelle grandi e piccole gioiellerie londinesi che servono una clientela internazionale: russi, cinesi, arabi, americani. Intanto un palermitano a Londra come campa? Lavora in un ristorante, Tano, dove  esprime il suo poliedrico talento diventandone in meno di due anni head-chef.

Ma la faticosa serie di contatti e relazioni intessuta in quegli anni dà un frutto spettacolare e insperato. Chiavetta viene contattato da Evans Mark, erede e proprietario di una delle gioiellerie più antiche e prestigiose della capitale britannica, la Bentley&Skinner Jewellers. Con orgoglio oggi dichiara: “Non avevo mai abbandonato quella che consideravo sempre la mia attività principe. Tenevo con me gli attrezzi del mestiere”. La Bentley&Skinner è, per intendersi, fornitrice di Casa Reale e del principe Carlo e ha realizzato il teschio tempestato di diamanti progettato da Damien Hirst e realizzato nel 2014 per la grande retrospettiva alla Tate Modern; annovera tra i suoi clienti artisti, stilisti attori. Il suo negozio è un vero e proprio museo frequentato non soltanto da una fascia di alta gamma, come si dice adesso, ma anche dai raffinati intenditori dell’arte orafa. L’incontro non solo consente all’artigiano palermitano un confronto con uno dei più esigenti mercanti del settore ma lo mette in contatto con materiali con cui aveva scarsa dimestichezza: l’oro e le pietre preziose.

“Ma per me è stato altrettanto importante un altro incontro, quello con Mr. Derek Edmonds”. Se Evans Mark rappresenta la continuità di una tradizione altissima, Edmonds costituisce l’uomo del puro business, un uomo fatto da sé, come si dice a Londra one of the big guy, che lo inserisce nel suo circuito di vendite in prestigiose case d’asta. Così nel 2013, insieme con la moglie, Tano Chiavetta si mette in proprio. Aprono un laboratorio-negozio a Chancery Lane vicino Hatton Garden, il distretto dei diamanti, in un ex edificio industriale che condividono con altri artigiani del settore. È la realizzazione del suo sogno: produce quello che gli piace. Ha prestigiosi incarichi. “Importante è il restauro di gioielli di altri maestri. Ne ho fatto per oggetti lavorati da Fulco di Verdura (il dandy, cugino di Tomasi di Lampedusa, amico e fornitore di Coco Chanel e Salvador Dalì, che rivoluzionò il gusto della Londra degli anni Sessanta, NdR) -. Capendo la tecnica dei maestri si imparano un sacco di cose”.

Hai dei lavoranti? “No – risponde orgoglioso – faccio tutto da solo, a mano. Mi rendo conto che i miei sono oggetti per pochi, ma anche se lavoro in maniera serrata posso riuscire a fare magari un minor numero di gioielli ma di altissima qualità, guadagnando di più. E realizzo il sogno di creare solo le cose che immagino con mia moglie Liliana. Ho rifiutato una interview con Tiffany. Non mi interessa fare l’operaio, anche se di altissimo livello, o lavorare a progetti seriali, quello che mi preme è poter seguire tutto il processo creativo, averne il completo controllo”.

Diventa così uno delle figure di punta dell’artigianato orafo, con articoli su Le Monde, Wallpaper, e altre prestigiose testate. Da qualche anno è amico dello stilista Paul Smith che ha inserito le sue ormai famose api d’oro nel catalogo delle sue ultime sfilate.

“Eppure – sorride – non parlo un inglese impeccabile. Gli inglesi amano del made in Italy proprio che siano gli italiani a creare e produrre. Mi tengo stretto il mio inglese pronunziato con una forte inflessione siciliana. Esotica ma apprezzata”.

E se gli si chiede se si sente arrivato, tentenna. “Non mi sento mai arrivato, quando arrivi a un punto… sei di nuovo a un punto di partenza. Il fatto di aver avviato un’azienda dal nulla, che oggi opera nel mercato internazionale del gioiello e pietre preziose, seguendo la mia creatività e grazie al supporto di Liliana, è per me motivo di grande soddisfazione. Ci sentiamo ripagati dei sacrifici fatti e siamo incoraggiati a perseverare nelle nostre scelte”. Tano Chiavetta è indubbiamente un artista.