di Francesco Mangiapane

Di parmigiana abbiamo già trattato in questa rubrica. Com’è noto, i più autorevoli storici dell’alimentazione attribuiscono le radici di questo piatto alle torte medievali farcite delle più svariate leccornie. Da questo punto di vista, la sua storia non sarebbe più di tanto riconducibile alla Sicilia, se non per il fatto che la versione stabilizzatasi nell’immaginario, fatta con le melenzane fritte, possa essere passata dall’influenza degli arabi, appassionatissimi di melenzane. Fin qui gli studi accreditati.

D’altra parte, da un po’ su Wikipedia appare una teoria un po’ bizzarra che, al fine di dimostrare la sicilianità del piatto, sostiene che il suo nome derivi dalla parola siciliana “parmiciana” utilizzata per indicare le listarelle delle finestre a persiana, tanto comuni nelle casuzze isolane di una volta, sovrapposte come le melenzane nel piatto. Incuriosito da una tale balzana attestazione e dopo aver constatato come essa, da Wikipedia, si fosse diffusa su una miriade di blog e siti di ricette, decido di andare a fondo. A guardare le fonti esibite da Wikipedia, la notizia sembra ben assestata: una voce di dizionario – di cui online si può vedere l’estratto – conferma l’accezione della parola siciliana “parmiciana” come listarella di persiana. A suggellare la corrispondenza fra la parola siciliana e la nostra pietanza, poi, viene citato un ricettario che, per l’affidabilità della sua autrice (Anna Pomar) non può che rassicurare.

Ma il libro citato è del 1983 e pubblicato da un piccolissimo editore, per cui fuori da ogni catalogo librario e perfino difficile da ritrovare in biblioteca. Fortuna vuole che una copia (l’ultima!) possa, però, essere ancora rintracciata su ebay: procedo ad acquistarla a caro prezzo. A pagina 50, i nodi arrivano, puntualmente, al pettine. Realizzo, infatti, che quella di Wikipedia sia un’attestazione falsa e che l’autrice, nel libro citato, non si sogni nemmeno di sproloquiare di finestre e listarelle. Ma il bello viene appena provo a cancellare la menzogna dall’enciclopedia. Mi ritrovo, infatti, a combattere con una comunità di revisori che surrettiziamente mi accusa di essere un agente al servizio del regno di Napoli, dato che la cancellazione che propongo finisce per indebolire la già fragile sezione della pagina dedicata all’attribuzione siciliana, facendo così l’interesse degli odiati borbonici. Alla fine riesco a ottenere che la falsa attestazione sia dichiarata “senza fonte” ma non cancellata. Perché ciò possa succedere, non mi rimane altro che confidare nel sol dell’avvenir.