di Gianfranco Marrone

Il ponte, artefatto umano che unisce spazi divisi per natura, ha sempre avuto un che di sacro. In guerra, i ponti si erigono e difendono, si conquistano e s’abbattono. In pace, li si usa per viaggi e commerci. Nella Roma antica il pontefice è qualcuno che costruisce e custodisce ponti, personaggio talmente importante da assumere il ruolo di capo religioso.

Se non si tiene a mente questo pedigree non si capisce a fondo la vicenda del Ponte per antonomasia: quello che, unendo Sicilia e Calabria, viene fuori nel discorso mediatico quando un qualunque uomo politico intende spararla grossa. A ben pensarci, il ponte sullo stretto di Messina è un oggetto mitologico, un simbolo capace di produrre – e sperperare – tanto denaro senza nemmeno avere quel minimo sindacale che di solito si chiede a chiunque: esserci.

Il ponte sullo Stretto è mitico per tre ragioni. Prima: è un’opera tanto immaginaria quanto titanica, che sfida le forze del territorio imponendo il dominio dell’uomo sulla natura: venti, smottamenti, falde acquifere sono nulla rispetto al quel gran popò di acciaio e cemento. Seconda: è qualcosa che prova a risolvere su una dimensione fittizia le contraddizioni della nostra esperienza quotidiana: una struttura senza infrastrutture. Terza: è qualcosa che esiste soltanto perché se ne parla; da Colapesce a Scilla e Cariddi, da Omero e Petrarca sino a D’Arrigo, e più di recente dalla bravissima Nadia Terranova, è tutto un fiorire di attraversamenti impossibili e sfide sovrumane. Così sono da intendere le pianificazioni dei nostri ingegneroni: frutti della fantasia. Checché ne dicano i nostri attuali pontefici.