Luigi Mazza, dopo una laurea a Roma, da cinque anni vive sulle colline di Lipari. A fine estate ha offerto ospitalità per l’inverno a chi fosse disponibile a dargli una mano e ha ricevuto migliaia di richieste. Un segno che si vuol cambiare stile di vita e tornare alla natura lasciando le città? Forse, scrive mazza, ma può bastare un orto a cambiare il mondo?

di Luigi Mazza

Sta succedendo di nuovo. Mentre scrivo, lo spettro della primavera scorsa prende forma via via, passando dagli orari oltre i quali non si può uscire di casa alla chiusura di alcune scuole, dalle limitazioni agli spostamenti ai moduli di autocertificazione da scaricare e compilare, andando verso l’orizzonte più temuto da tutti: un nuovo lockdown totale. E torna poi quel lessico bellico al quale sarebbe stato bello non essersi mai abituati: prima linea, trincea, nemico invisibile da combattere, coprifuoco. E tornano le file ai supermercati e la caccia al lievito per panificare in casa, gli eventi in diretta streaming e le liste dei lavoretti da fare e dei buoni propositi da non dimenticare: quella ringhiera da riverniciare, quel mobile da raddrizzare, la ginnastica per dimagrire e la lettura di quel romanzo mai finito. E torna la riflessione sullo stare al mondo, come, dove e perché. Già, stare al mondo; soprattutto come e dove stare al mondo.

Sul finire dei giorni caldi di settembre ho scritto un post su Facebook in cui offrivo vitto e alloggio gratuiti per il prossimo inverno nella mia casa di Lipari in cambio di pochi lavoretti negli orti, nella vigna e con gli animali (asini e galline): se non fossimo nel bel mezzo di una pandemia, mi verrebbe da dire che ho scatenato un pandemonio; e anche la parola virale suona beffarda di questi tempi. Ma il post è davvero diventato tecnicamente virale, con migliaia di like, commenti e condivisioni; rilanciato in tutto il mondo, è finito su radio, tv e giornali, la mia casella di posta si è intasata, il mio telefonino ha squillato di continuo per giorni, la mia pagina Facebook scorreva sui principali notiziari. Mi hanno perfino proposto di portare avanti le candidature e farci un reality show.

Oltre tremila persone da tutta Europa, ma anche dal Giappone e dagli Stati Uniti, dal Sud America e dalla Nuova Zelanda, mi hanno raccontato in poche righe le loro storie per convincermi a scegliere loro. Sullo schermo del mio telefonino andava componendosi un’umanità variegatissima fatta di vite comuni, con passati troppo tragici o troppo monotoni, ansie irrisolte, dubbi e incertezze.

Un ragazzo che dalla fine del lockdown è in fuga dalla sua casa di Bergamo, pedalando e fermandosi in centri sociali, comuni, campeggi e fattorie per non rivivere l’ansia e la claustrofobia della scorsa primavera; due giapponesi che a marzo sono rimasti bloccati in Europa, e da quel momento hanno deciso di vivere da nomadi fino a che non sarà finita la pandemia, e saltellano da una fattoria all’altra dove tagliano legna, mungono capre e vivono di piccoli lavoretti; una donna che da cinque anni non vede il figlio dopo una battaglia legale stremante, e così ha iniziato a viaggiare senza mai trovare il coraggio di tornare a casa; una donna che non riesce più a pagare l’affitto, vive in un camper e ogni mattina, dopo aver accompagnato il figlio a scuola, va in un bar diverso con la connessione a internet per lavorare “da casa”. E ancora: una donna, dalla vita apparentemente normale, che durante il lockdown ha perso la madre suicida e dopo è stata lasciata dal marito innamoratosi di un’altra donna; una coppia di ragazze rimaste separate dalla chiusura delle frontiere dopo aver deciso di fare dei viaggi, ognuna per conto proprio, alla scoperta della natura e della vita all’aperto, per poi decidere dove, come e quando lasciare appartamenti, uffici e città e andare a vivere in campagna, insieme.

Tutte vite accomunate da una sola certezza: non si può più vivere in appartamento, e non si può più vivere in appartamento in città. Mi sono ritrovato ad assemblare tasselli di un’ansia collettiva, della paranoia di massa per una prossima chiusura totale; degli appartamenti che possono di nuovo trasformarsi in prigioni nei meandri di città silenziose e svuotate, abitate solo dalle sirene e dai lampeggianti delle ambulanze; dei flashmob dai balconi; della retorica del Saremo migliori e Andrà tutto bene; dei bollettini delle sei del pomeriggio; delle dirette Facebook di sindaci vestiti da sceriffi; delle scorte di lievito e carta igienica.

Alla fine ho scelto due coppie di innamorati: due ragazze, una di 25, l’altra di 30, che arrivano dall’Emilia, e due giovani (uomo e donna) di Marsiglia. Per accontentarli ho diviso il periodo a metà, la prima coppia verrà fino a dicembre, l’altra a gennaio e febbraio. Li ho scelti perché mi sembra che condividano una certa visione del mondo, lavori alienanti lasciati alle spalle, esperienze in fattorie, aziende agricole, permacultura. Sono persone che stanno facendo una riflessione sulla possibilità di un’economia circolare, sulla riduzione dei rifiuti, sull’autosufficienza.

Ma tutte queste candidature a svegliarsi all’alba, dar da mangiare ai miei asini e alle mie galline, seminare, raccogliere, raccontano della consapevolezza che il mondo che abitiamo è sempre più precario; che per recuperare l’equilibrio tra l’uomo e l’ambiente – ammesso non sia irrimediabilmente perduto – non basta solamente acquistare biologico, evitare le merendine con l’olio di palma e andare al lavoro in auto elettriche. Quello che forse sta succedendo è che un pezzo di umanità sta pensando di vivere in modo diverso, sta provando ad abitare l’utopia di una vita senza fabbriche, senza economia virtuale con grafici che salgono e scendono e senza uffici con la luce al neon. Come rispondere a chi vuole venire a fare lo smartworking da casa mia vivendo nella natura?

Io, dopo cinque anni di vita nella campagna di questa piccola isola del Mediterraneo, ancora non so di cosa parliamo quando parliamo di natura. Parliamo di natura selvaggia o rurale? Il Terzo Paesaggio di Clément? Il residuo post-rurale dei fazzoletti di terra sfuggiti al cemento in quei pezzi di Sud convertiti al turismo? Il giardino delle seconde e terze case al mare? La casa in campagna per Pasquetta o Ferragosto? La Sand County di Pensare come una Montagna, che già negli anni Quaranta era stata violentata e privata della sua biodiversità da cacciatori e allevatori secondo Aldo Leopold?

Chiedo, perché la natura è dappertutto. Forse c’è più natura in una grande città che in mille ettari di agrumeti; c’è più natura in un parco urbano che in un campo diserbato e poi coltivato interamente e intensivamente a pomodori; c’è più natura in un brutto groviglio di canne e rovi che rendono impenetrabile un pezzo di macchia mediterranea che in un orto biologico, sinergico, rialzato, biodinamico, a spirale o ad aiuola; c’è più natura in un balcone di periferia con piante in vaso che nel vialetto coltivato a bouganville e glicine, col porfido a terra, che da casa scende giù alla spiaggetta o al boschetto di pini ed eucalipti.

Cioè, se la dicotomia è città-campagna, centro-periferie e Nord-Sud, io davvero resto spiazzato. E poi: io ho imparato più buone pratiche da animale urbano che non da isolano; riesco a vedere più paradossi in cinquecento metri di strada di un piccolo comune del Sud che non in un groviglio metropolitano del Centro e del Nord. Durante il lockdown ho coltivato tante cose, ma soprattutto dubbi. La pandemia mi ha colto parecchio impreparato e mi ha fatto capire che le certezze crollano da un momento all’altro, sia dentro che fuori di te.  Mi ha fatto capire che, sì, è bello che la natura resti indifferente e vada avanti nonostante noi, ma poi noi esistiamo. E dal nostro punto di vista la natura esiste perché noi la possiamo osservare e condividere, magari anche abitare e difendere.

Io giuro che non so cosa bene cosa voglio dire scrivendo dei miei dubbi. Sogno un mondo più bello di quello che abbiamo lasciato prima dello scorso inverno e abbiamo poi ritrovato in estate: del resto si erano fermate le guerre e gli ammazzamenti dei pedoni sulle strisce pedonali, ed era un fatto bello; si erano fermate le emissioni di fumi dalle fabbriche, e nei nastri trasportatori della nostra società si immettevano molti meno oggetti inutili; gli uccelli si erano ripresi il silenzio e gli aerei volavano molto meno. Anche questa era, e forse sarà, una cosa bella se guardiamo il mondo dal punto di vista della natura, ammesso che la natura abbia un punto di vista.

Tra i miei dubbi, la bilancia pende sempre per questa scelta, e penso che ci voglia più coraggio di vivere oggi in una grande città che su un’isola in mezzo al mare. Continuo a sognare e a difendere la vita rurale che avevo scelto venendo a vivere su quest’isola diversi anni fa dopo una laurea a Tor Vergata in giornalismo e comunicazione, nella casetta in cima a una collina dove facevo le vacanze con i miei, magari abitandola con una comunità di gente che mi assomiglia un po’, con la città e la terraferma come parentesi di evasione da raggiungere quando ne ho voglia. No, non stiamo invertendo quel fenomeno che aveva visto le campagne riversarsi nelle città settant’anni fa. Anche se in tanti lo pensano sin da quella notte di marzo dei treni pieni verso il Sud, e ricominciano a pensarlo ora che il termine Southworking ha sostituito Smartworking; ora che sembra che dalle città siano tutti in fuga verso le campagne; ora che sembra che tutti sognino di diventare come i nonni, agricoltori di un tempo che non c’è più. Nei miei orti coltivo di tutto. Non ho l’etichetta di “biologico” ma, scassata la terra, aggiungo solo il letame e per nove mesi l’anno lascio che sia la pioggia a bagnarla; poi in estate uso l’acqua piovana che ho raccolto in inverno per pomodori, melanzane, zucchine e peperoni. Se tutti facessero come me il mondo morirebbe di fame. Ho delle buone scorte per me e diverse famiglie, e gli orti benedetti dalla pioggia quando piove potrebbero garantire cibo a me e a qualche famiglia per diverse quarantene. Ma non ho nulla da insegnare, e se tutti gli agricoltori facessero come me, nel mondo non ci sarebbe cibo per sette miliardi di bipedi.