“Registro il dialogo tra i particolari più piccoli e i fenomeni cosmici. Il movimento degli astri, ma anche delle maree…”. Così racconta il suo lavoro Renato Leotta, uno dei giovani più interessanti del panorama artistico, tornato nella sua Sicilia alla ricerca di nuove ispirazioni

di Gabriele Miccichè

A volte ritornano. Renato Leotta è un artista torinese originario di Acireale che ha deciso di trasferirsi definitivamente in Sicilia. “Ho comprato, alle pendici dell’Etna, un giardino di limoni dove spero, presto, di andare ad abitare e creare uno studio. Per ora lavoro ad Acireale”.

Classe 1982, Leotta è figlio di siciliani che si trasferiscono a Torino negli anni Settanta. Cresce a Borgo San Paolo, un quartiere operaio che – come tutta la città – ha vissuto negli ultimi venti anni una trasformazione radicale. Oggi è sede del campus universitario e ospita le fondazioni Merz e Sandretto Re Rebaudengo, luoghi di punta del dibattito artistico d’avanguardia di Torino. Il quartiere ospita anche alcuni interventi artistici tra cui il bellissimo Albero Giardino di Giuseppe Penone.

Leotta cresce nella Company Town della Fiat (la Lancia ha un suo stabilimento proprio nelle vicinanze di Borgo San Paolo), compie studi di elettronica, poi frequenta lo IED.

Oggi è uno dei giovani artisti più interessanti del panorama italiano, e non solo. Dopo la personale il mese scorso al Castello di Rivoli, Sole, dal 26 ottobre partecipa (sempre per questa istituzione, la più importante nella ricerca dell’arte contemporanea) a una mostra al convento di San Francesco di Cuneo, E luce fu, che lo vedrà accanto ad artisti come Giacomo Balla e Olafur Eliasson, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, direttore del Museo. A fine ottobre si aprirà al MAXXI di Roma la mostra del premio Bulgari di cui Leotta è uno dei tre finalisti e per il quale ha preparato un documentario, girato su pellicola, sulla Roma antica e barocca.

E la Sicilia? “È la mia Heimat, il luogo dove tutte le estati si ritornava, dove mi sentivo libero, dove si è creato il mio paesaggio interiore”, racconta. Importante, perché è proprio attraverso il paesaggio che il lavoro dell’artista ha trovato la sua espressione più vera. Ed è inutile dire che si tratta del paesaggio mediterraneo.

Leotta comincia la sua attività come fotografo; un suo professore dello IED propone un suo lavoro a una mostra. Una scintilla che lo fa entrare nei meccanismi dell’arte. Da quando hai consapevolezza di essere un artista? “Guardi, non le sembri ingenuo, ma questa consapevolezza io non l’ho ben definita. Mi ritengo un ricercatore che prova a riflettere nel lavoro il proprio orizzonte”.

L’artista fa uso principalmente della natura che lo circonda – e in primo luogo il mare del Mediterraneo – cercando di registrare i fenomeni cui assiste nel tempo.

Tra i lavori recenti ci sono quelli che in una mostra al Gropius Bau di Berlino del 2019 sono stati esposti con il titolo di Sandsammlung, collezione di sabbia. “Vado in riva al mare con un calco di gesso – spiega – che pongo dove il mare incontra la riva. Con il tempo il calco si impregna della sabbia trasportata dall’acqua, assumendo le sue proprie forme. È un lavoro che ho fatto in giro per il Mediterraneo, soprattutto in Sicilia. A parte la diversità delle forme, a seconda di dove raccolgo la sabbia, ottengo anche dei risultati cromatici peculiari: scura, lavica vicino all’Etna, bianca nei dintorni di Siracusa, rosata a Trapani”. È un esperimento che  ha fatto anche sulle due sponde dell’Oceano Atlantico con una mostra alla Galleria Madragoa di Lisbona e una alla Casa Italiana Zerilli-Marimò di New York.

Un altro lavoro che gioca con il mare e il tempo sono gli Orizzonti. L’artista immerge delle stoffe di colore blu nel mare. Poi le lascia asciugare al sole ricavando una traccia disegnata dal sale. “È come quando da bambini si stava ore al mare e poi ci si asciugava al sole con il sale che formava delle linee sul costume. Con il mio procedimento conseguo lo stesso risultato: dopo l’immersione si crea una striscia che sembra un orizzonte”. Ma il risultato non è ripetitivo. “Per niente. L’effetto è diverso se immergo la stoffa più o meno a lungo e a diverse profondità e, naturalmente, cambia con i diversi gradi di salinità del mare”. Vai anche in profondità? “Sì, fino a trenta metri. Sto conseguendo il brevetto di sub”. Professionale.

Sempre nell’ambito della ricerca di spazi e tempi, il mare è alle radici delle sue origini di fotografo. “Uso il mare e la luce della notte come camera oscura. Immergo la carta fotografica direttamente in acqua e aspetto che la luce degli astri e i movimenti dell’acqua generino delle griglie di luce, espresse dalla natura stessa. Le chiamo Luminografie”. L’effetto è un reticolato di luci, di ombre, di movimento quasi, che dà l’impressione di emergere dalle profondità stesse del mare. “Ho fatto lo stesso esperimento con le lucciole. Ho lanciato la carta fotografica tra i cespugli in una notte in cui ce n’erano tantissime. Ma non sull’Etna, qui stanno scomparendo, a Castellorizo, vicino Rodi, in Grecia”. Il riferimento a Pasolini? “Non immediato, il mio è stato un esperimento sulla luce, non letterario”.

Come non immediato è il riferimento agli artisti dell’Arte Povera che proprio a Torino hanno espresso un’arte che ha saputo dialogare con lo spazio, la natura, il tempo. “Non so quanto questo movimento – dice – sia un vero riferimento per me. Certo artisti come Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo lo sono stati per la mia generazione”. La mostra del Castello di Rivoli, Sole, ricorda molto in realtà la riflessione concettuale di questi artisti: Leotta ha posto dei fari di automobile per illuminare dei frammenti decorativi del Castello. “Ho voluto esprimere la trasformazione della città: luci d’automobile – la vecchia vocazione di Torino – che illuminano la sua nuova vocazione di luogo d’arte”.

Indubbiamente la sua ricerca si inserisce in una tendenza che fa dell’ambiente che ci circonda e del ruolo dell’artista l’asse di ricerca portante. “Anch’io – ammette – ho la tendenza a farmi da parte, a negare in un certo senso il mio ruolo di autore. Mi considero un ‘registratore’ che raccoglie dati che mi sono forniti dalla natura. Non soltanto il mare, ma la sabbia, la luce. Mi sento partecipe di una dimensione molto più grande, macroscopica. E quindi registro il dialogo tra i dettagli più piccoli e i fenomeni cosmici. Il movimento degli astri, ma anche delle maree; il girare della terra che condiziona il disegno della sabbia. Il mio obiettivo è di fermare e collocare”. Una registrazione che viene da lontano. “Siamo nella Magna Grecia ed è qui che in tempi arcaici si osservavano il cielo e le stelle. È nell’area del Mediterraneo che sono nate le prime osservazioni astronomiche. Sento che la contemplazione classica del cielo faccia intimamente parte del mio lavoro”.

Una punta di esoterismo? “Niente affatto. Il lavoro che ho presentato l’anno scorso a Palazzo Butera, in occasione di Manifesta, si chiama Notte di San Lorenzo. La suggestione è naturalmente quella della caduta delle stelle. Ma il lavoro che ho preparato nel mio giardino di limoni era molto più prosaico. Ho disegnato delle mattonelle che ho posto sotto gli alberi. I frutti che cadevano, perché maturi, lasciavano delle tracce sull’argilla fresca. Il disegno era dei limoni. Ma l’artefice era la più materiale forza di gravità”.