L’emergenza pandemia ha innescato una rivoluzione da cui difficilmente si tornerà indietro: la diffusione su scala nazionale dello smart working. Quella che era una necessità dovuta al lockdown si sta rivelando un fenomeno che coinvolge grandi e piccole imprese. Ecco quali sono le aziende del nord che consentono ai dipendenti e ai collaboratori di lavorare dal sud

di Giulio Giallombardo

Una rivoluzione da cui non si torna indietro. Nata in silenzio e solo per pochi, poi cresciuta percorrendo le vie infinite della flessibilità, e adesso esplosa dopo la pandemia, cambiando per sempre il mondo del lavoro. Lo smart working è diventato grande tutto d’un colpo, bruciando le tappe, sulla spinta del virus. Questo mutamento sta aprendo scenari impensabili fino a qualche anno fa, sia per i datori di lavoro che per i dipendenti e collaboratori. Uno di questi è il ritorno a Sud di chi è stato costretto a lasciare la propria terra per tentare la fortuna a Nord. Un capitale umano disperso che adesso sta tornando a casa, lavorando in modalità “agile” e condividendo nel Sud le esperienze maturate altrove. Un “tesoretto” che i ragazzi di South Working hanno iniziato a censire durante il lockdown, facendo da ponte tra lavoratori che vogliono tornare a casa e aziende disposte a concedere una buona dose di flessibilità. Diventata adesso associazione e con tanti progetti in cantiere, South Working ha lanciato un questionario al quale, da marzo a settembre, hanno risposto circa 1700 persone disposte a tornare nelle proprie zone d’origine, pur continuando a lavorare per la loro azienda.

Se da un lato molti sono già a casa e tanti altri si stanno preparando al controesodo, dall’altro, il lavoro agile piace sempre di più anche alle aziende, dalle piccole start-up, ai grandi gruppi, fino alle multinazionali. Nonostante le tante incognite legate all’evolversi della pandemia e allo stato d’emergenza che, salvo proroghe, terminerà il 15 ottobre, i sindacati delle imprese e dei lavoratori sono impegnati a mettere nero su bianco i contenuti dei nuovi accordi contrattuali, facendo leva sull’esperienza maturata durante il lockdown. L’intenzione è di rendere stabile, ma al contempo flessibile, la normativa sullo smart working anche dopo il termine dello stato di emergenza, coniugando le esigenze di lavoratori e aziende.

Superate le resistenze che ne impedivano, il ritorno a Sud sembra un cammino in discesa. Come quello che si preparano a fare alcuni dei dipendenti di Archliving, società di ingegneria e architettura con sede a Ferrara che si occupa di progettazione integrata con un team multidisciplinare. Dei trenta dipendenti, circa la metà sono del Sud Italia e quasi tutti torneranno a lavorare a casa. “Per chi come noi si occupa di progettazione integrata, il lavoro in team è fondamentale, la chiave è riuscire a creare un rapporto intimo e di fiducia reciproca”, spiega Clara Cucco, direttore operativo di Archliving e referente per i processi d’innovazione aziendale. Architetto quarantenne di Mazara del Vallo, vive e lavora a Ferrara da più di vent’anni: “Molti di noi sono del Sud e hanno l’esigenza e la voglia di tornare a casa – continua -; come azienda non possiamo impedire che questo accada, altrimenti rischieremmo di perdere i nostri talenti. Così abbiamo iniziato a farci qualche domanda e lo smart working è una possibile soluzione”.

Il primo dipendente che tornerà a Sud, da novembre, è un giovane di Bari, che continuerà a lavorare col gruppo, e altri si preparano a fare le valigie verso la Campania, la Calabria e la Puglia. “Stiamo cercando di capire, anche confrontandoci con altre aziende, come mantenere il giusto clima aziendale pur lavorando a distanza – riflette Cucco -, è più una questione legata alle relazioni che all’infrastruttura in sé. L’obiettivo è continuare a lavorare insieme con la qualità e con lo stesso spirito di gruppo che abbiamo maturato in questi anni, permettendo a tutti di creare un equilibrio tra la propria vita privata e quella lavorativa”.

Lo smart working piace anche a dipendenti e datori di lavoro di Molecular Horizon, una start-up innovativa fondata nel 2017, con sede a Bettona, nelle campagne di Perugia. La società, composta da chimici, biologi e informatici, realizza software e servizi per la gestione di macchinari usati nelle industrie chimiche e farmaceutiche di tutto il mondo. “La presenza in azienda, nel nostro caso, è richiesta solo una volta ogni tanto, quando dobbiamo pianificare delle scadenze o fare il punto sul lavoro svolto, poi i dipendenti sono liberi di scegliere di lavorare dove vogliono”, dice Gabriele Cruciani, chimico, responsabile scientifico e proprietario di Molecular Horizon.

Degli undici lavoratori della start-up, quattro sono meridionali e lavorano nelle loro regioni, Puglia, Calabria e Campania. Come Lydia, chimica pugliese che ha sperimentato lo smart working durante il lockdown, e adesso è tornata a Bari scegliendo un piccolo ufficio condiviso con cinque liberi professionisti. Ogni mese tutti i dipendenti si riuniscono a Perugia per discutere i risultati, ricevere i clienti, cucinare e cenare insieme, ovvero per “fare gruppo”, e poi chi vuole torna a casa.

Se per le piccole aziende è più facile adattarsi a modalità di lavoro alternative, per le grandi il passaggio è più delicato e richiede un maggiore sforzo organizzativo. Oggi sono tanti i colossi che si stanno adattando ai tempi: da Eni, pronta a lasciare a casa il 35 per cento dei dipendenti calcolati su singolo giorno, adottando lo smart working fino a dicembre; a Enel, che ha confermato la possibilità di lavorare in remoto fino a Natale. E ancora, tante banche tra cui Unicredit e Ing, che ha concesso massima libertà di scelta ai propri dipendenti.

Anche Almaviva, colosso dei call-center con sedi in tutto il mondo, presente in Sicilia a Palermo e Catania, già dal 16 marzo ha trasferito le attività integralmente in smart working, d’intesa con i committenti, incalzata peraltro da forti tensioni sindacali dopo un caso di contagio tra i dipendenti. Il lavoro dei circa tremila operatori siciliani ha potuto contare su un accesso sicuro a dati sensibili e a sistemi complessi, attraverso la connessione di tutti i dispositivi remoti alla rete virtuale privata dell’azienda. “Abbiamo sostenuto la piena continuità dei servizi, garantendo da remoto attività essenziali e di pubblica utilità quali il numero 1500 per rispondere alle domande dei cittadini sul Coronavirus” – dice Mirko Giannetti, amministratore delegato di Almaviva Contact. E adesso l’emergenza ha aperto strade nuove. “Oggi l’obiettivo – aggiunge – è valorizzare un modello di smart working che sappia assicurare la sicurezza, accrescere la qualità del servizio, migliorare l’equilibrio di vita privata e professionale”.

Era già in programma la svolta “agile” per Open Fiber, l’azienda che sta portando la fibra ottica a banda larga in tutta Italia e che dà lavoro a mille persone. “È stato possibile arrivare al cento per cento di dipendenti in smart working in meno di due settimane perché, proprio in previsione della sperimentazione, i lavoratori già disponevano di competenze e strumenti adatti e i processi aziendali erano in larga parte digitalizzati”. Lo spiega Sebastiano Sonza, responsabile della gestione e amministrazione del personale e delle relazioni industriali di Open Fiber. “Nei mesi di marzo e aprile, durante il lockdown – sottolinea Sonza – abbiamo assunto sessanta persone, con un’età media di circa 30 anni. Un’ulteriore conferma di come l’azienda vuole dare continuità al suo progetto, non interrompendo il processo di selezione e inserimento di giovani risorse”. Solo nel Sud Italia lavorano per Open Fiber 119 persone tutte in smart working, tra loro 32 dipendenti tra Palermo e Catania e un trentina di nuovi assunti da marzo. “I neoassunti – aggiunge Sonza – effettuano l’intero processo di selezione e di acquisizione delle competenze in via telematica, e hanno iniziato a lavorare da subito in remoto con dispositivi digitali recapitati dall’azienda nelle loro case”.

Tra le grandi che si sono aperte allo smart working c’è, infine, anche Fincantieri.  È dello scorso luglio la firma di un accordo con i sindacati che dà la possibilità a 1.950 lavoratori di diverse sedi e cantieri di lavorare in modalità agile anche dopo l’emergenza. Nel solo stabilimento di Palermo – fanno sapere dall’azienda – durante il lockdown “circa il 40 per cento delle risorse, con funzioni esplicabili in modalità di lavoro agile, ha lavorato in regime di smart working”.

Se questa nuova ventata di flessibilità coinciderà con un massiccio ritorno a casa di un esercito trasversale di talenti in fuga, è ancora difficile dirlo. Intanto, a Palermo ci si sta già attrezzando per accogliere chi vorrà tornare, con l’apertura di un nuovo coworking pubblico, gestito da Sispi, la società che si occupa dei servizi informatici del Comune, per sostenere il progetto di south working. Un piccolo spazio ancora tutto da immaginare, ma che profuma di futuro. Un futuro tutto da costruire, tra incognite e opportunità.