testi Giuseppe Barbera
foto Margherita Bianca

Palermo tratta il suo paesaggio e i giardini dove si concentra la sua bellezza come fossero cosa trascurabile. È così da quando il rapporto armonioso tra uomini e alberi, che aveva sostenuto la storia della città, venne rotto dal sacco edilizio. Adesso sembrano avvertirsi segni di risveglio, nuove attenzioni: l’ultima per il nascente parco Libero, dedicato a un grande uomo (Libero Grassi), che già nel nome indica una speranza di riscatto. Un’intitolazione che non ricorda solo il sacrificio di una vittima ma, finalmente, una delle qualità proprie dei giardini: la libertà, la bellezza, la salubrità, il riposo, la riflessione. Fu, del resto, con una dedica amorosa (del viceré alla moglie) e quindi con l’indicazione ai caratteri paesaggistici e ai fruitori, che nacque, nel 1777, il giardino più importante della città: Villa Giulia, conosciuta anche come Villa del Popolo e La Flora.

Da una visita di dieci anni dopo J. Wolfgang Goethe trasse pagine che vengono considerate tra le più belle mai dedicate a un giardino. “7 aprile 1787.  Ho passato delle tranquille ore deliziose nel giardino pubblico, in prossimità del molo. È il più meraviglioso angolo di questa terra … Ha qualche cosa di fiabesco; piantato da poco tempo, ci trasporta nel mondo antico. Aiuole verdeggianti racchiudono piante esotiche, spalliere d’agrumi si incurvano in graziose capanne; alte pareti di oleandri, adorne di mille fiorellini rossi, simili ai garofani, vi avvincono lo sguardo. Alberi strani a me del tutto ignoti… probabilmente di paesi tropicali, allargano le loro ramificazioni curiose. Una panca collocata in un viale dietro lo spazio in piano permette d’abbracciare d’un colpo d’occhio una vegetazione così intricata e straordinaria e domina delle grandi vasche, in cui pesci dorati e argentati ora guizzano graziosamente, ora si appiattano fra il muschio del canneto, ora ritornano ad aggrapparsi in frotta. Le piante ostentano un verde al quale noi non siamo assuefatti … Ma quello che forniva all’insieme una grazia incomparabile era una vaporosità intensa, diffusa uniformemente su tutto… L’impressione di quel giardino incantato m’era rimasta troppo profondamente scolpita nell’anima; le onde d’un celeste cupo nell’orizzonte a nord, che lottavano per penetrare nell’insenatura del golfo, lo stesso odore tutto particolare del mare vaporante, tutto mi richiamava alla mente non meno ai sensi l’isola beata dei Feaci. Andai subito ad acquistare un Omero, lessi con ineffabile rapimento quel canto”.

Al suo fianco, nel 1789, sarebbe sorto l’Orto Botanico che diventerà, con le sue collezioni espressione di una biodiversità unica tra gli orti europei e con le eleganti architetture, una delle meraviglie della città. I due giardini erano in continuità. A Villa Giulia si entrava dalla Marina, la si attraversava fino al Genio del Marabitti e da lì all’Orto.  Una strada carrabile separava due portali giustapposti. Quello dell’Orto era nobilitato dalle statue di Teofrasto e Dioscoride, l’altro da un’inferriata interrotta da eleganti colonnine.

Per decenni il collegamento tra i due giardini, per mancanza di decoro e sicurezza, è stato negato. Adesso il Comune ha con grande merito restaurato il muro, il portale e il cancello della Villa rendendo così possibile la connessione.  Ce ne sarebbe stato da festeggiare! E invece silenzio, nessuna evidenza. Sulla vecchia strada, divenuta un viale dell’Orto, si alza un grande Gingko biloba. Le foglie, in autunno giallo dorate, si fendono, se su piante giovani, in due lobi.  Per Goethe fu occasione di una poesia: “è una cosa viva che/in sé stessa è divisa? / O sono due, che hanno scelto/ che le si conosca in una?”. È la domanda che adesso può nuovamente porsi per la Villa e l’Orto.