di Luigi Mazza

È stato un settembre confuso il mio. Le giornate si rinfrescano e si accorciano, il cielo si copre dopo le ultime sciroccate di fine agosto, ma non piove. E se non piove, nelle cisterne si vede il fondo. E se nelle cisterne si vede il fondo bisogna chiamare l’autobotte, che però è impegnata altrove. Forse a dare acqua a una delle seconde o terze case con piscina e pratino. Forse l’autobotte serve proprio a riempire la piscina di plastica in cui la mia cana, sul finire di quel periodo strano che ci hanno insegnato a chiamare lockdown, cadde, per uscirne un mese dopo senza vita. Comunque, se l’acqua non cade dal cielo, la terra non può accogliere le patate piccole scartate a giugno, quelle da scavare poi a Natale. E anche i cavoli, i broccoli e le lattughe devono aspettare. Ma non credo di voler parlare né dell’orto che attende, né dell’acqua che non cade, né tantomeno di cani che muoiono in piscine a due passi dal mare. Procedo per sensazioni e parole, e parole che richiamano sensazioni, e poi eventi.

Lockdown, dicevo! Per me questo settembre è stata di nuovo lockdown. Provo a spiegarmi. Nella mia casa, in mezzo alla campagna di un giovane vulcano spento, ospito, quando mi va, viaggiatori, camminatori e persone un po’ matte che amano vivere il mare dall’alto e dai campi. Così sul finire di agosto aspettavo i primissimi ospiti, due ragazzi francesi. Appena sbarcati a Lipari, uno di loro riceve un messaggio vocale, come quelli che ci si manda su WhatsApp per fare prima, da parte delle autorità sanitarie francesi che gli comunicano la positività al Covid, concludendo con Voilà, bonne journée. I due viaggiatori mi informano e cancellano la loro prenotazione a casa mia. Si appartano in un luogo isolato del porto e aspettano. E chiamano le autorità, sia francesi che italiane. Ma nessuno sa bene cosa i due debbano fare.

Passano le ore e i due ragazzi sono sempre lì. È mezzanotte suonata, e dopo oltre otto ore i francesi sono ancora lì senza sapere cosa fare. Si decide che li ospiterò io. E così, per farla breve, la mia casa è in quarantena. Nonostante i due siano subito risultati negativi, e nonostante quel messaggio vocale delle autorità sanitarie francesi si sia dimostrato una specie di errore legato al caos delle migliaia di tamponi che Parigi sta processando, la quarantena continua in attesa del secondo tampone negativo. È così che io a settembre sono ripiombato a marzo, in un nuovo lockdown. Solo che a marzo le giornate si allungavano, ora si accorciano.

Ah, sto leggendo La ragazza di Marsiglia, di Maria Attanasio (Sellerio 2018), un romanzo storico che ripercorre la vita di Rosalia Montmasson. Lavandaia prima e rivoluzionaria mazziniana poi, la donna ebbe la sfortuna di sposare Francesco Crispi, rivoluzionario prima e monarchico poi; Rosalia è l’unica donna a prendere parte alla spedizione dei Mille. Abbandonata dal marito, ormai diventato ministro, per una donna più giovane, a Rosalie non resta che l’alcolismo a farle compagnia. E prima che muoia, sola e mendicante, anche la storia l’ha già abbandonata e dimenticata. 

Che c’entra col mio settembre in lockdown? Niente, lo so. Ma ve lo avevo detto all’inizio che è un settembre confuso, e io alla fine volevo consigliarvi la lettura di questo libro.