testi Salvatore Savoia

Non tutti i francesi sono ladri, ma Bonaparte sì”. Una battuta, questa, che circolava in Italia nel primo Ottocento, quando l’astro di Napoleone sembrava inarrestabile. Ma non tutti sanno di una ruberia imperiale che interessò indirettamente la Sicilia, una delle poche terre d’Europa su cui il Gran Corso non pose piede.

Dal 1800 il vecchio Louvre era divenuto il “Musée Napoléon”. Per oltre un decennio a ogni campagna militare di Bonaparte seguiva lo sbarco a Parigi di vascelli colmi di sculture, quadri e reperti archeologici, dal gruppo del Laocoonte e dall’Apollo del Belvedere provenienti dalle collezioni papali al gruppo bronzeo dei Cavalli di San Marco a Venezia e ai tanti capolavori provenienti dalle corti italiane, tra cui innumerevoli Raffaello, Perugino, Andrea del Sarto, Tiziano. Regista di questa operazione era Dominique Vivant Denon, precursore della moderna museologia, che personalmente si recò in Toscana per fare razzia di primitivi del Duecento e del Trecento. Naturalmente, non essendo Bonaparte quel che si definisce un barbaro, tali furti erano giustificati da clausole che parlavano di risarcimenti per spese militari in denaro o beni artistici. Era impossibile a chicchessia resistere a tale foga, né mancarono casi di piaggeria da parte di chi offriva al conquistatore le opere che pensava potessero interessargli. Una storia dolorosa che, poco più di un secolo dopo, sarebbe stata replicata e con particolare crudeltà. Tra i pochi casi di resistenza, quella del pistoiese Tommaso Puccini, direttore della Reale Galleria degli Uffizi e segretario dell’Accademia di Belle Arti, che agì come un vero eroe solitario nella difesa delle “sue” collezioni d’arte: nell’estate del 1800 organizzò il viaggio da Livorno a Palermo di 75 casse contenenti il meglio degli Uffizi e di Palazzo Pitti. Di recente, uno studio di Chiara Pasquinelli ha fatto piena luce su questa vicenda. Senza l’intervento di Tommaso Puccini, con molta probabilità, oggi anche la “Primavera” del Botticelli si troverebbe a far compagnia alla “Gioconda” di Leonardo da Vinci al Louvre.

Incredibile il caso della Venere dei Medici. La statua, una Venus pudica, ispirata all’Afrodite di Prassitele, aveva forse decorato villa Adriana a Tivoli. Napoleone, che l’aveva ammirata già nel 1796, “la volle e la fece sua”, come in un ratto passionale. Con la restaurazione i Francesi si dovettero consolare, per modo di dire, con la Venere di Milo, mentre agli italiani toccò la Venere italica del Canova che oggi è a Palazzo Pitti. Per due anni e mezzo il buon cavaliere Puccini visse in segretezza a Palermo, e quando i commissari francesi, giunti a Firenze, si accorsero della mancanza di molte opere, tra cui la Venere, protestarono vivacemente. Fu il Commissario delle Arti in Italia, l’architetto Léon Dufourny, lo stesso che a Palermo aveva realizzato lo splendido edificio dell’Orto Botanico, a scrivere a Parigi che diversi oggetti della R. Galleria degli Uffizi «ont été conduits par l’Arno jusqu’à Livourne, puis embarqués sur une frégate anglaise… ils ont été débarqués à Palerme où ils se trouvent remis en ce moment sous la garde du Chev. Puccini Directeur de la Galerie de Florence». Lo spione fu quindi Dufourny.

In quel groviglio di trame, piaggerie, mediazioni, Talleyrand aveva ottenuto la restituzione alla Toscana di parte delle sue opere, ma la Francia si aspettava in cambio «quelque chose”. E come petit cadeau per il Primo Console, la Venere dei Medici poteva andare bene. In Sicilia, d’altro canto, il Puccini era ormai costretto a sorvegliare da lontano le sue opere, visto che il Re di Napoli non sembrava propenso ad affrontare una guerra per esse. “Ogni quindici giorni – scrisse Puccini – vado a fare una visita con il depositario alla mia bella, che prima di passarla in altre mani ho direi quasi infibulata, per assicurarmi quanto è possibile della sua fedeltà”.  La “bella” di cui parla Puccini in questa lettera è proprio la Venere dei Medici. La frase, non delle più felici, ci ricorda per inciso l’esistenza di schiavitù e violenze anche tra le alcove di seta dei palazzi.

Ma ogni resistenza fu inutile, l’11 fruttidoro l’ambasciatore francese scrisse ad Acton: “Le Premier Consul me charge expressément de demander que S.M. Sicilienne veuille remettre à disposition du Gouvernement Français une caisse renfermant une statue connue sous le nom de Vénus de Médicis, et qui a été transportée de Florence à Palerme”. Una sorta di ultimatum, papale papale.

Ma Puccini rifiutò di farne consegna: “Ho il rammarico di non poter su due piedi corrispondere al comando di V. E., stanteché, essendo questo affidato alla mia responsabilità, resterebbero compromessi i miei beni, la mia vita, e ciò che mi è più a cuore, l’onor mio”. Ma approfittando di un’assenza di Puccini, la Venere, nascosta nel convento dei Gesuiti o – secondo Palmieri di Miccichè – in quello dei Cappuccini, fu caricata sulla tartana Saint Louis, che partì per Marsiglia.

Nel suo “Pensées et souvenirs historiques”, lo stesso Palmieri racconta che il Console di Francia cercò di consolare un imbestialito Puccini dicendogli “…non siate triste: bisogna bene che Venere raggiunga il suo Apollo”. E Puccini: “è proprio ciò che mi dispiace, visto che quei due non riusciranno a fare dei figli laggiù da voi…”.

A Parigi si esultò. Vivant-Denon comunicò a Napoleone l’arrivo della statua con entusiasmo: “La Vénus est enfin arrivée!”. La parentesi francese si protrasse sino al 1816 quando Venere venne ricollocata a Firenze.

Ma forse un ringraziamento, due secoli dopo, lo si dovrebbe a quel funzionario testardo e galantuomo del cavaliere Puccini, antesignano di coloro che protessero nel 1944 i tesori d’Italia dalle razzie naziste.