Con il film Le Sorelle Macaluso Emma Dante ha raccolto grande successo al festival di Venezia e nei cinema. Una storia molto siciliana sui legami famigliari e uno struggente racconto di un’altra Palermo

di Antonella Filippi

Le piccole donne di Emma Dante, “Le sorelle Macaluso”, ci hanno insegnato che i sogni finiscono, che le cose durano, che certe presenze/assenze non se ne vanno mai, neppure dopo la morte, come non se ne va il lampadario del soggiorno a meno che non sia qualcuno a sradicarlo dal soffitto. Venezia ha gradito questa storia di sorellanza intrisa di Palermo, la gente pure.

Signora Dante, il film è stato accolto bene da critica e pubblico…

“Sì, è stato un successo e, nonostante le sale dimezzate dal Covid, ha fatto numeri importanti. Un bellissimo risultato che mi rende felice. Anche la critica è stata positiva, compresa quella estera. È stato sottolineato come, rispetto a Via Castellana Bandiera, si noti un salto in avanti, una maggiore consapevolezza: significa che sto crescendo. Ho intrapreso un percorso che mi sta regalando molte soddisfazioni”.

Vuoi vedere che questo percorso la porterà sempre di più sulla trafficata strada del cinema?

“Non voglio di sicuro far passare altri sette anni: ho già un progetto che mi accompagna e poi comincio ad avere anche un’età… Tutto, però, dipende dai progetti che si hanno: se si avverte la necessità di raccontare una storia, la storia si racconta, se non c’è, si aspetta. E io non ho certo paura di attendere il tempo giusto da dedicare alle cose. Le sorelle Macaluso mi hanno sbloccata, ho superato quel timore reverenziale che avevo nei confronti del cinema e quindi, adesso, mi posso lanciare a esplorare questo mondo. Senza aspettare sette anni”. 

Del resto che fatica fa? Dice sempre che i testi, le storie, è Palermo a scriverle per lei…

“è vero…”

Ma non vuole o non riesce a scrollarsi di dosso Palermo?

“Non riesco, vorrei ma non posso. Io sono una specie di figlia d’arte e Palermo è una grande madre artistica, è un palcoscenico a cielo aperto. Subisco questa sua presenza ma credo che sia naturale: né io faccio qualcosa di male né Palermo si piega chissà cosa. È semplicemente la mia città, dove sono nata, la lingua che ho sentito da quando ero in fasce. E qui ho deciso di restare”.

Visitiamola assieme al suo film…

“Il fiume Oreto è la strada che le sorelle percorrono per andare al mare, inquadrato anche dal ponte di via Messina Marine, la via dove c’è la casa delle sorelle, un po’ più avanti del Buccheri La Ferla. La colombaia è stata ‘attaccata’ in cima con gli effetti speciali, in post-produzione: quella vera che sta sempre in via Messina Marine prima del ponte sull’Oreto. È la colombaia del signor Pierino che da generazioni dà in affitto i colombi: gli esterni sono stati ripresi lì perché i colombi non sarebbero rientrati in una ‘casa’ fittizia, rientrano solo in quella d’origine, l’interno l’abbiamo ricostruito. Poi c’è il Charleston: lo Stabilimento di Mondello era un’istituzione negli anni ’90 ed è per me un posto del cuore, da bambina mi infilavo sotto i piloni di questa meravigliosa palafitta, ho voluto ricreare quel rumore dell’acqua e quel riverbero di allora. C’è la Favorita quando le sorelle danzano e camminano nel parco, a Villa Lampedusa è stata girata la scena con i dinosauri, c’è l’Istituto zooprofilattico, dove tutti sono stati molto gentili e ci hanno ospitati per una giornata di riprese, e l’Arena Sirenetta, altro mio luogo del cuore negli anni ’90, che abbiamo riallestito per girare la scena delle due amiche che distribuiscono i flyers”.

Ma le sorelle Macaluso sono cinque o è una sola?

“Sono talmente legate che è come se fossero un unico corpo. C’è un collante fortissimo che le tiene unite e che nel momento in cui una muore, perché la vita è spietata, questa parte mancante, comunque, rimane. Ho letto che quando qualcuno perde un arto, continua a sentirlo. Ecco, il corpo delle sorelle Macaluso è un po’ così”.

Le persone defunte che restano è un retaggio del nostro culto dei morti? Il due novembre, prima dell’avvento di Halloween, era una festa per i bambini di una volta…

“Assolutamente sì. Sto lavorando a uno spettacolo che si chiama Pupo di zucchero: una festa con tanto di tavola imbandita che un vecchio rimasto solo organizza per accogliere i suoi morti e trascorrere una serata insieme. C’è un racconto bellissimo di Camilleri sulla festa dei morti: i morti, sostiene lo scrittore, portavano dei regali personalizzati, era un modo per fare conoscere ai bambini chi se ne era andato, per esercitare la memoria della famiglia. Babbo Natale, arrivato con gli americani, è un personaggio assolutamente asettico, spersonalizzato. Anche Halloween non ha personalità. Il giorno della festa dei morti i bambini ricevevano una bici dal nonno della foto che non avevano mai conosciuto. Tutta un’altra storia”.

Ma lei crede in un aldilà?

“No, assolutamente. Purtroppo”.

Il film è anche una lezione di antropologia sulla famiglia siciliana…

“La famiglia è una questione molto siciliana, nelle mie storie c’è sempre e non è certo una famiglia del mulino bianco. È piuttosto luogo di legami morbosi, di frustrazioni e prepotenze, ma anche d’amore. Un amore quasi perverso, cannibalistico che ti divora con quell’eccesso di protezione verso l’esterno. Quello della mamma che non vuole che il figlio vada via di casa o quello del figlio che, dopo una separazione, ritorna a casa, non è un amore sano”.

Il film è fatto da donne, gli uomini s’intravedono. Qualche anno fa in un suo Eracle, a Siracusa, anche i ruoli maschili erano interpretati da donne. Perché?

“Perché mi va”.

Bellissima risposta…

“Sono state per così tanti anni trascurate le donne, io sono una donna e mi va di valorizzarle. Quando gli uomini hanno dato spazio agli uomini, nessuno gli ha mai chiesto perché. Le donne per aver successo devono essere le più brave di tutti”.

Vero. Ma forse le donne le “maneggia” meglio?

“Sì, forse le conosco meglio. Mia madre, le mie nonne, erano loro i riferimenti della mia famiglia con cui sono cresciuta, gli uomini erano fuori a procurare il cibo… Mio figlio, invece, è molto legato al papà, perché è lui che gli sta più vicino. Sono cambiate le dinamiche, la mia generazione ha avuto a che fare di più con le donne, mia madre era una casalinga, stava in casa, mi rifaceva il letto, mi chiedeva cosa volessi mangiare. Non è più così”.

In questa situazione “sospesa” cinema e teatro vivono un momento particolare. Lei cosa fa?

“Aspetto, come fanno tutti. Saltano le produzioni ma non ce la faccio a fare gli spettacoli contingentati. E poi ci penalizza non poco la mancanza di rapporti con l’estero. Navighiamo a vista, ma riapriremo la Vicaria per dei corsi di formazione di qualche mese, un modo per tenerci in attività. Facciamo anche le prove di Pupo di zucchero, che dovrebbe debuttare a gennaio al Mercadante di Napoli, coprodotto dal Biondo. Note positive non ce ne sono”. Neppure per una sognatrice come lei. Gli incontri. Chi va e chi resta. E chi va non se ne va mai davvero. Restano i ricordi. E i loro fantasmi così “fisici” e veri.