Viaggio nel polo florovivaistico di Terme Vigliatore, in provincia di Messina. Da qui partono milioni di alberelli diretti in ogni mercato d’Europa. Una storia di successo di un intero distretto basata su qualità, organizzazione e tanta creatività

di Claudia Cecilia Pessina

Ai più il polo florovivaistico di Terme Vigliatore è sconosciuto. Eppure si tratta di un unicum in Sicilia. Ogni anno, dalla baia di Tindari, milioni di alberelli di olivo e di agrumi in vaso partono su autotreni e autoarticolati. Perfettamente imballati sopra pallet e su carrelli componibili danesi, imprescindibili strumenti della logistica 4.0. Destinati a giardini, terrazzi, interni, balconi e davanzali. Oppure a verde pubblico. Di tutta Italia. Di tutta Europa. E qualche consegna anche in giro per il mondo.

Piantine perfette, ben formate. Accattivanti. La foglia sempreverde, lucida o colorata. La zagara profumata. E tanti frutti colorati. Gialli. Verdi. Arancioni. Devono colpire i sensi e l’immaginario di chi esce per comprare il latte, la pasta, il mobile, le lenzuola e poi passa dal reparto “green” dei colossi della grande distribuzione: Ikea, Leroy Merlin, Obi, Aldi, Lidl, Rede…

È il cosiddetto “nuovo vivaismo ornamentale”, sia agrumicolo che olivicolo. Ognuna di queste pianticelle che raggiunge anche il supermercato del paese più sperduto della Francia, della Svezia o della Germania si può star certi che venga da Terme Vigliatore. O – se viene da vivai di altre parti della Sicilia, o della Calabria, o della Toscana – comunque si tratta sempre di una piantina la cui origine deriva dalla fortunata pianura in provincia di Messina. Punto di forza di quest’area, che si estende da Furnari e Falcone fino a Milazzo, passando per Mazzarà Sant’Andrea nell’entroterra, è da sempre la debole escursione termica da una stagione all’altra e nell’arco della giornata. E un certo calo della temperatura durante i mesi invernali che favorisce la pigmentazione di alcuni frutti. Caratteristiche pedoclimatiche, riproducibili in pochi altri luoghi, che oggi consentono di produrre in maniera naturale senza forzare la pianta, già sfruttate dagli arabi per la produzione degli alberelli di agrumi destinati ai cosiddetti “giardini”.

Da allora qui i vivai ci sono sempre stati. Fino agli anni ’70 a Mazzarà Sant’Andrea erano fiorenti il commercio e la coltivazione in pieno campo di alberi da impiantare negli agrumeti di tutto il sud Italia, ma in alcuni casi anche di altri Paesi mediterranei, come Spagna, Grecia e Albania. Una volta raggiunta la crescita ottimale, c’erano gli scippaturi, maestranze dedite a staccare con abilità la pianta dal suolo a colpi di vanga, a comporre la “toppa” – ossia il pane di terra ben confezionato nella juta – oppure a legarli a radice nuda a fasci di 25, pronti per essere trasportati con i camion ma anche con i treni merci dell’epoca. Poi la crisi. Alcuni anni di siccità assoluta e l’apertura dei mercati ai frutti di agrumi stranieri mettono in ginocchio le aziende. In tutto il Meridione si arriva a gettare tonnellate di arance. In quella fase chi tra i produttori di frutto poteva più pensare di ingrandire i propri impianti o sostituire le piante anziane in simili condizioni di concorrenza e sovrapproduzione?

A salvare tante aziende e la tenuta di tutto un distretto produttivo è stata l’intraprendenza di alcuni imprenditori. “Abbiamo iniziato a girare l’Italia, provando a vendere quel centinaio di piante che avevamo sul camion e a piazzarne altre – racconta Michele Isgrò, uno dei produttori che hanno fatto la storia del distretto, ex assessore al Marketing territoriale del Comune di Terme Vigliatore – Facevamo su e giù lungo lo stivale. Non sapevamo niente, meno che meno conoscevamo le varietà di piante esistenti”. Prima la vendita ai garden center del centro Italia, poi ai vivai delle zone di produzione già inserite nel mercato, come i poli vivaistici di Pistoia e Albenga, trampolini di lancio verso l’Europa.

Sono in tanti in quegli anni a provare questa strada, anche lasciando le proprie attività in crisi di falegname o muratore. Inizialmente si trattava di un’attività di compravendita: il ricavo veniva dal ricarico sulle piante acquistate a buon prezzo in giro per le campagne.

Qualcuno preferisce la vendita diretta nei mercatini del nord. Ma i più cercano di creare in fretta un ricco portfolio di contatti giusti per la vendita all’ingrosso. È da questi contatti che man mano si distillano le informazioni per capire cosa ci vuole veramente per stare sul mercato. All’inizio le radici venivano avvolte nel tradizionale sacchetto fitocella o fidducedda, ma la pianta destinata a stare in negozio, oltre a essere attraente, doveva potersi innaffiare facilmente e reggersi da sola. Da qui la svolta.

“Ho avuto il coraggio di buttarmi nel vivaismo nonostante i pareri contrari della famiglia. Sin da bambino amavo curare e sperimentare con le piante. E così mi è venuta l’idea di provare a far crescere la piantina direttamente nel vaso, anziché estirparla da più grande – racconta Girolamo De Pasquale, che insieme al fratello Giovanni, dopo aver aperto la strada agli altri, per motivi personali ha dovuto ridurre l’attività – Chi lavora per passione è instancabile e anche se poi le cose cambiano, comunque ha vissuto bene e lascia qualcosa di importante alla comunità”.

Così è stato. Molti hanno preso al volo il testimone e hanno continuato, passo dopo passo, a dar forma al nuovo. Una produzione originale, tutta sicula di “mini-alberi” coltivati in vaso, i cui frutti sono commestibili, ottenuti grazie allo sviluppo integrato di tecniche agronomiche avanzate messe a sistema: potatura, alimentazione e scelta sapiente della tempistica. Perché una cosa è coltivare in pieno campo. Altro è concentrare tutta la coltivazione in un vasetto di dimensioni relativamente ridotte che può contenere una quantità minima di terra. “Nella pianta piccola, dove ci sono pochi rami a disposizione – spiega Isgrò – non puoi permetterti di sbagliare un taglio. Alcuni rametti sono portatori di fiori, e quindi di frutti. Altri no. Bisogna saperli riconoscere. Formare la pianta in modo che faccia frutti anche in vaso è la vera grande sfida per il nostro tipo di produzione”.

In comune con i famosi Bonsai hanno la modellatura della chioma, ma solo tramite il taglio sapiente, e non forzandola con l’uso del fil di rame. Inoltre qui le radici non vengono toccate. Perciò, per quanto riguarda le piantine di agrumi o gli olivi più piccoli, si potrebbe parlare di “pre-bonsai”. Il salto di qualità per chi puntava sull’ingrosso avviene con l’esposizione alle piccole e grandi fiere di settore. Prima al “Flora” di Latina. Poi al Salone Internazionale del verde FlorMart di Padova, la fiera Miflor, oggi divenuta Myplant&Garden, a Milano. E infine l’Euroflora di Genova. Qualcuno si lancia direttamente sulle grandi fiere europee, come la IPM di Essen in Germania. Ognuno a suo modo contribuendo a far conoscere e moltiplicare la forza di attrazione di tutto il distretto. A questo punto sono gli stessi belgi, svedesi, francesi, tedeschi e olandesi a bussare direttamente alle porte delle aziende siciliane, senza più passare attraverso gli intermediari. Tra piccole e grandi, oggi il distretto di aziende ne conta più di quattrocento, e impiega circa diecimila dipendenti tra mano d’opera diretta, indiretta e tutto l’indotto.

“La mia generazione ha creato davvero un bel business. Speriamo di riuscire a mantenerlo per quelle a venire”, dice senza celare il suo orgoglio Vito Giambò, titolare dell’omonima azienda di agrumi ornamentali, per estensione la più grande in tutta Europa, con sessanta dipendenti e una produzione di decine di migliaia di alberelli.

Questa avventura di imprenditoria collettiva – così difficile in una terra abituata all’individualismo – ha portato anche a un primato di tipo, per così dire, collezionistico. “Dalle prime poche varietà oggi si è arrivati a un patrimonio di 280 tra quelli commestibili e quelle precipuamente ornamentali – sottolinea Carmelo Scilipoti, fondatore del Vivaio La Palmara -. Abbiamo una collezione unica al mondo. Varietà ottenute grazie a ibridazioni sviluppate nel tempo e a scambi con amatori, collezionisti e produttori di tutto il pianeta. Le differenze possono essere anche minimali. Forma del frutto, spessore della buccia, quantità di semi. Ma anche striature delle foglie o persino dei frutti”. A onor del vero, di collezione ne esiste un’altra altrettanto importante in Toscana, a Pescia. Frutto della passione per gli agrumi della famiglia di vivaisti Tintori. Linfa vitale per questa bella realtà del nord, sicuramente il contatto con la Sicilia e l’amicizia con Scilipoti.

“Noi tra le piante di agrumi ci siamo cresciute. Arance, limoni, mandarini, chinotti e kumquat, detti mandarini cinesi. Per noi questa è sempre stata la vita – ricorda con fierezza Anna Recupero, che insieme alla sorella Fortunata gestisce al femminile Green Garden, uno dei vivai della zona, ereditato dal padre -. Di diverso, oggi, c’è il tipo di commercio e i sistemi di coltivazione. La concimazione allora avveniva a mano, vaso per vaso. Con l’avvento della fertirrigazione, del concime idrosolubile, ora è gestita tramite un sistema completamente automatizzato”.

Troppo forte il rischio di un accumulo di sali e nitrati, che se assorbiti in eccesso dalla pianta tendono a danneggiarne i capillari, a limitarne la capacità di assimilazione e a farla irrimediabilmente ingiallire. Problematiche tecniche che andavano risolte con l’esperienza. Oggi la precisa misurazione del PH e della conducibilità dell’acqua è resa possibile dai moderni macchinari. Importante in questo senso anche la stretta collaborazione con tecnici agronomi e con il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e forestali dell’Università di Palermo e con quello di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania, oltre che con l’Osservatorio Fitosanitario di Acireale e Milazzo e con l’Istituto Sperimentale di Agrumicoltura di Acireale.

“Il polo vivaistico del Messinese è una realtà che meriterebbe di essere meglio conosciuta e studiata – afferma decisa Maria Antonietta Germanà, docente di Agrumicoltura dell’Università di Palermo – per questo ogni anno porto in visita tecnica i miei studenti del corso di Scienze e tecnologie agrarie proprio in alcune aziende del distretto. Da un punto di vista agronomico generale non si spiega come lo stesso fenomeno non sia avvenuto in altre zone dove le condizioni avrebbero consentito uno sviluppo simile, come nella provincia di Palermo. Se ci fosse stata la volontà, si sarebbe potuto fare. Probabilmente si tratta di un fatto culturale o sociologico”.

Aggiunge Stefano Salvo, presidente dei Dottori Agronomi e Forestali della provincia di Messina: “Gli imprenditori qui non si sono mai stancati di rinnovarsi, di investire per rimanere all’avanguardia, anche quando venivano esclusi dai contributi europei. Il comparto è talmente solido da aver retto anche all’onda d’urto del Covid. Dopo una prima fase di incertezza e timori appena il blocco è stato tolto tutto è ripartito”.

Certo le criticità non mancano. Come per esempio il ristretto margine di profitto con cui si è costretti a lavorare. “Per ottenere a un prezzo ragionevole per il mercato il Limone Lunario o quello Rosso Fuoco, il mandarino Calamondine, il Citrus Myrtifolia, alias Chinotto, oppure lo Yuzu e il Finger Lime detto Caviale degli agrumi, molto utilizzati in nouvelle cousine, o anche il Cedro Piretto e naturalmente anche quello Mano di Buddha che fa impazzire i tedeschi anche se è tutto scorza e di polpa non ne ha proprio, ci vuole una manodopera specializzata al massimo – sottolinea Isgrò – che sappia formare la pianta, che sappia innestare in maniera creativa per moltiplicare le varietà e catturare l’attenzione del consumatore, e che sappia fare accadere tutto questo in vaso. Se la pianta non viene portata a maturazione in tempi rapidi, massimo due anni, i costi lievitano e salta la rimuneratività economica dell’operazione”.

Tutto questo sapere, questa esperienza accumulata nei decenni, e per certi versi nei secoli, è difficile da imitare. Il mestiere si tramanda di padre in figlio. Da operaio a operaio. In una certa misura, per solidarietà, l’informazione circola anche tra le aziende. Senza però mai rivelare il segreto dei segreti della casa, ovviamente. “Abbiamo creato un prodotto particolarissimo per cui siamo considerati i più bravi in assoluto al mondo – afferma perentorio Tonino Giambò, titolare di Sicilia Verde, azienda di punta al pari di quella del fratello -. Anche i giovani, vincendo iniziali scetticismi sul seguire o meno le orme dei padri, si stanno dando molto da fare. Siamo come artigiani. Per capire i fondamenti bisogna iniziare presto. E innamorarsi del mestiere”. Magari creando un brand comune, ben riconoscibile in tutto il mondo. Un volano per tutta l’Isola.