Breve escursione a Levanzo, arcipelago delle Isole Egadi. Un luogo dove il tempo si ferma e ci si può lasciare andare al ritmo delle onde e del vento, o camminare in una macchia mediterranea rigogliosa. Esattamente come facevano i nostri antenati tredicimila anni fa

Testo e foto di Antonio Schembri

Sbarcare su un’isola di neanche sei chilometri quadrati e mollare le redini della propria identità, quasi fino a sentire di perderla per entrare dentro altre dimensioni dello spirito. Può succedere a Levanzo, la più piccola e riservata delle Isole Egadi, avamposto nel blu del Mediterraneo a 21 chilometri dalla terraferma dove il tempo si ferma. Una zattera naturale, vicina e lontana nel contempo: in alcune giornate sembra quasi agganciata al porto di Trapani, in altre già in fuga, prua al vento, nel Mare Nostrum. Di certo terra d’oblio di qualsiasi frenesia e, grazie ai suoi scenari sia rudi che dolci, porta d’ingresso in un proprio possibile secondo Io, messo a nudo, risvegliato da misteriose magie di vento e onde, dall’energia e i chiaroscuri di rocce calcaree bucate da ampie grotte e dai colori vividi di germogli e piante mediterranee.

Basta poi abbassare lo sguardo sulla sua costa frastagliata ed ecco l’inevitabile sfumare dell’acqua marina dentro cale e ridossi: dal blu al turchese al verde. Nel gran teatro del Mediterraneo queste repliche di varietà naturalistica, a Levanzo, si avvicendano per tutto l’anno. Quelle più suggestive, però – lo confermano molti tra i duecento residenti stanziali, che in inverno si riducono a non più di novanta – sono in programma da ottobre in avanti, quando le giornate ancora soleggiate riversano gli ultimi caldi strappati all’estate nell’atmosfera dell’arcipelago egadino, luogo di antichi e cruciali accadimenti storici nonché vera e propria “nursery” di biodiversità, oggi salvaguardata nei quasi 54mila ettari dell’Area marina protetta più ampia del Mediterraneo.

“Quando l’estate chiude i battenti, a Levanzo comincia l’anima”. Parola di Alberto Venza, artista locale: non di professione, ci tiene a precisare, lui che sull’isola lavora come caposquadra forestale e che preferisce invece farsi identificare come costruttore a secco di rifugi agro-pastorali, pagliai e muretti di contenimento. Ma il “senso” di Levanzo lui lo esprime anche attraverso la semplicità degli oggetti consegnati dal mare o trovati nell’entroterra. Li recupera per poi intagliarli, levigarli, dipingerli: così pezzi di legno o di osso – come la spada degli omonimi pesci – diventano opere da esporre in vendita nell’unica piccola galleria d’arte gestita sull’isola da un amico. “In autunno qui si va a funghi: sono di ottima qualità e alimentano l’unica vera competizione tra le famiglie locali, quella a chi ne raccoglie di più”.

Lo stesso vale per i capperi, gli asparagi e la purciddana di Levanzo, erba infestante riscoperta come ottimo ingrediente per insalate gourmet. “Il carattere di noi isolani resta comunque segnato dalla cultura peschereccia”, sottolinea Venza. Oggi si contano pochissime barche da pesca, tutte piccole; le poche altre di maggior tonnellaggio si è finito per demolirle dietro gli incentivi della Comunità europea. Ma, pur avendo sempre avuto una marineria proporzionale alle sue piccole dimensioni, Levanzo ha forgiato leve di provetti tonnaroti, impiegati nelle due tonnare egadine, quella di Favignana, grande e celebre, ma soprattutto quella di Formica, il piatto isolotto su cui da mezzo secolo funziona Mondo X, la comunità terapeutica fondata da Padre Eligio e dove le reti di questo affascinante sistema di pesca ecosostenibile vennero gettate sino al 1977, facendo peraltro registrare sensazionali record di catture.

Il mare, con le sue malìe, soddisfazioni e tremendi pericoli è il direttore d’orchestra del carattere degli isolani. “Il nostro è più simile a quello degli abitanti di Marettimo che non di Favignana, con la differenza che qui siamo più silenziosi, appartati, dice Pietro Bevilacqua, ex pescatore di 75 anni, “nato vissuto e rigenerato a Levanzo” come ama sottolineare gioviale. È l’erede del carisma del fratello più anziano, Paolo, scomparso quattro mesi fa, anche lui ex pescatore, la cui ieratica barba bianca lo rendeva il personaggio più riconoscibile di tutta l’isola. Memorie di vita marina, “barbara ma splendida”, condivisa insieme sul San Giovanni, il grosso motopesca di famiglia con cui, racconta Pietro, ‘battevamo insieme a un equipaggio locale non solo il Canale di Sicilia ma anche le acque dell’Arcipelago toscano, dove ci spingevamo per campagne di pesca di almeno un mese”.

Adesso, ogni giorno, Pietro Bevilacqua ritrova ricordi e pace a bordo della sua barchetta di sette metri, con cui in autunno va a pesca di polpi e calamari, navigando placidamente a dieci metri dalle scogliere. “Siamo grati al turismo – aggiunge – ma si ha l’impressione che molte delle 1.500 persone che anche quest’anno sono approdate a Levanzo non si rendano quasi neanche conto di dove stiano davvero, sprecando energie in inutili schiamazzi e non comprendendo quanta ricchezza regali la quiete di quest’isola”.  Per questo conviene puntare su mesi come ottobre e novembre per alternare i silenzi con la voce narrante della Storia, espressa dalle rocce e dal mare di Levanzo.

Chissà quale meraviglia avrà provato nel 1950 Franca Minellono, allora giovane e intraprendente viaggiatrice dell’alta borghesia di Firenze, quando arrivò a Levanzo in fuga dalle convenzioni e si mise a esplorare i sentieri dell’isola. Aveva appreso dai racconti di alcuni abitanti che esisteva una grotta, probabilmente profonda, di cui gli isolani conoscevano bene solo la volta d’ingresso, davanti alla quale liberavano i furetti per la caccia ai conigli, guardandosi però dal penetrarvi, soprattutto per salvaguardare le tane.  A provarci fu la giovane donna (scomparsa tre anni fa), munita soltanto di una candela. Quella luce fioca bastò a darle uno shock: ad apparire sulla roccia un pannello di pitture rupestri raffiguranti cervidi, equidi e bovidi. Fu solo il primo. Perché subito dopo che la Minellono comunicò la scoperta a Paolo Graziosi, uno dei più quotati docenti di protostoria dell’epoca, lo staff di archeologi precipitatosi a Levanzo scoprì anche incisioni e resti di scheletri delle stesse tipologie zoologiche disegnate sulle pareti, alle quali si aggiungevano figure di pesci e di raccolti agricoli e un’immagine antropomorfa di genere femminile con un copricapo: forse una divinità. È il tesoro della Grotta del Genovese, uno dei siti preistorici più rilevanti del bacino mediterraneo.

“Si chiama così perché all’inizio del 1700, l’arcipelago delle Egadi era molto frequentato dai vascelli genovesi legati alle attività dei Pallavicino, la facoltosa famiglia proprietaria della tonnara di Favignana prima del suo passaggio ai Florio. Quelle navi usavano la cala sottostante la grotta, esposta a nord, sia per ripararsi dallo scirocco che per approvvigionarsi dell’ottima acqua dolce che ancora oggi sgorga, seppur in quantità molto più modeste, da una fonte sotto la scogliera, a lungo sfruttata da noi stessi levanzari”, illustra il custode del sito Natale Castiglione. A differenza delle altre grotte di Levanzo, adibite ad abitazioni dagli uomini preistorici, quella del Genovese avrà probabilmente avuto un ruolo legato al culto dei morti”.

Vale la pena fare un attimo mente locale. Gli studiosi datano la Grotta del Genovese su due ere: quella paleolitica, risalente a 13mila anni avanti Cristo; e quella neolitica, datata ad almeno settemila anni fa. Nel primo periodo Levanzo e Favignana erano i rilievi soprastanti una vasta pianura emersa unita alla attuale terraferma, su cui scorrazzavano proprio gli animali rappresentati nella Grotta: ovvero prede con cui sfamarsi. Con la successiva deglaciazione e l’innalzamento del livello del mare queste diventano isole al pari di Marettimo, che invece è stata sempre circondata dall’acqua. Per gli uomini del tempo si trattava quindi di aggiungere alla caccia altre forme di sostentamento, come la pesca e l’agricoltura: tutto raccontato dentro la grotta.

Vicende geologiche che hanno determinato il patrimonio naturalistico di Levanzo. “Non isola di endemismi esclusivi come Marettimo, ma comunque scrigno di svariate bellezze botaniche – spiega la guida naturalistica Alfonso La Rosa -. Basta un breve trekking sui sentieri del versante nord per indugiare sui colori, straordinari specialmente in questa stagione, di specie come la mandragora, la lomelosia cretica, la jacobaea maritima, il senecione siculo e il garofano rupestre, per citare le più diffuse. A questo elenco si è di recente aggiunto un endemismo del sud Italia, rinvenuto anche a Levanzo e Favignana: la ophrys apulica, un’orchidea spettacolare”.

Isola generosa anche per la viticoltura. Attorno al caseggiato della Villa Florio, che spicca nella grande radura sopra il paesino, fino al 1972 ha funzionato un vigneto coltivato a catarratto e a grillo, il cui vino, ricavato nel palmento della proprietà, veniva destinato alle aziende della terraferma per la produzione del Marsala. Da sei anni proprietari sia di questo splendido immobile sia della Villa Burgarella, giù al porto, sono la stilista Miuccia Prada e il marito Patrizio Bertelli, patron di Luna Rossa, molto presenti sull’isola quest’anno.

Adesso, nell’arcipelago, si punta sui fari. La progettualità del brand Seventyseven dell’imprenditore bergamasco Lorenzo Malafarina vuole convertire queste strutture in alberghi di charme. Quello di Levanzo, sopra Capo Grosso, si affaccia su un altro grande teatro di storia. Poche miglia al largo, come ha ricostruito Sebastiano Tusa in questi ultimi anni, i Romani ebbero la meglio sui Cartaginesi nella battaglia delle Egadi. Svolta epocale, quello scontro navale con cui Roma consolidò la sua egemonia nel Mediterraneo. Era il 241 avanti Cristo. Il 10 marzo: lo stesso giorno in cui l’archeologo palermitano è morto due anni fa nell’incidente aereo in Etiopia.