Riparte tra mille difficoltà il viaggio teatrale di Mimmo Cuticchio, magnetico puparo e cuntista, attore e regista, artigiano e sperimentatore. Appuntamento nel cuore del Museo Salinas per far correre ancora la fantasia

testi Antonella Filippi
foto Tullio Puglia

A furia di battere, per tutta una vita, il piede sul palcoscenico, il ginocchio destro si è usurato, ma per fortuna la cartilagine tiene. Rischi del mestiere per un certo Mimmo Cuticchio, magnetico puparo e cuntista, attore e regista, artigiano e sperimentatore: “Devo fare attenzione ai carichi, il dolore è sempre dietro l’angolo”.  Da un dolore a un altro: Mimmo è un tipo incline a farsi tentare dalle nuove sfide e, a modo suo, ha raccontato la sofferenza di Priamo davanti ad Achille, dialogo clou de L’ira di Achille, il suo lavoro che ha debuttato in estate a Palazzolo Acreide e ha poi bissato a Messina: “è stato bello ascoltare il silenzio del pubblico, le sue risate, l’applauso spontaneo. Abbiamo attraversato un brutto periodo ma adesso siamo di nuovo in campo. I bambini nascono sempre, e il nostro nuovo nato, è bello e sano. Niente tristezze, ma la stessa passione”.

Anche la lunga guerra di Troia è iniziata con una pandemia.

“La peste fu l’esito di una maledizione. Ma i pupi, che maledizione hanno? Loro stanno bene, sono i nostri compagni migliori, sono attori che non si lamentano mai. E noi li accudiamo, siamo i loro badanti anche se loro non si ammalano. Noi sì”.

E lei li ha curati particolarmente durante il lockdown…   

“Per i primi tre mesi io e mia moglie Elisa ci siamo occupati dell’archivio storico, di quello cartaceo, dei video. Mettendo a posto le date, viaggiavo da un continente all’altro, ma a un certo punto stavo impazzendo, non capivo più nulla. Per fortuna abito sopra il mio teatro, allora sono sceso tra i miei pupi e lì ho ritrovato il tempo perduto. Sopra, a casa, ero sull’albero, giù ho trovato le radici, i pupi. Ho cominciato a pulirli con pezza e olio e ho finito per spogliarli uno per uno, iniziando un lavoro ancora in corso: li ho smontati, in quelli più antichi c’erano chiodi arrugginiti e ferro filato che andavano sostituiti. Così ho inaugurato un metodo nuovo, sostituendo i chiodi con elastici e laccetti. Come il pannolino per i neonati, così stanno freschi”.

Si vede che è diventato nonno, parla sempre di bambini…

“Mio figlio Giacomo lo scorso primo dicembre mi ha regalato un nipotino che, da marzo, abbiamo visto solo sul telefonino. ‘E chisti cu sunnu?’ avrà pensato quando, finalmente, io ed Elisa l’abbiamo incontrato. Anche Giacomo in questi mesi ha studiato, ha composto musica. Un albero che ha radici forti soffre un po’ meno le intemperie”.

Non c’è solo L’ira di Achille. Ci sono i sogni e quella Macchina dei sogni che da 37 anni li produce… 

“L’abbiamo presa per i capelli, La macchina dei sogni. L’assessore Samonà è venuto a visitarci, ci ha proposto di presentare un progetto e noi avevamo già pronta La macchina 2020 e, visto che non era stato possibile organizzarla al Castello a Mare, dove avrei voluto parlare di archeologia, abbiamo pensato di trasferirci al Salinas. Io, Simona Malato e Alfonso Veneroso condurremo anche delle visite guidate all’interno della Casa dei Padri della Congregazione di San Filippo Neri che ospita il museo e che paragono al palazzo delle cento stanze di Priamo. Io sarò l’aedo – e anche il regista – Alfonso sarà Mercurio, Simona sarà Iris. Il viaggio inizierà a piazza Olivella, vedremo tutta la parte bassa, la loggia in alto la dedicheremo ai bambini, nei saloni ci saranno degli incontri, l’agorà accoglierà i cinque spettacoli serali. E per due sere porteremo anche a Palermo L’ira di Achille. Anche se solo per cinquanta persone a volta”.

Con un imperdibile dialogo tra Priamo e Achille. Con l’ira non manca la pietà… 

“Priamo va a riscattare il corpo di Ettore, il figlio più amato. Giove arriva dritto al cuore del guerriero greco più valoroso, Achille che, dunque, al cospetto del re vede in lui non più l’acerrimo nemico ma il vecchio padre Peleo. In questo sentimento intreccio anche il mio nei confronti di mio padre. Nel secondo dopoguerra, l’opera dei pupi era diventata un fenomeno folcloristico per turisti, io pensavo che andava salvata, scrivendo nuovi copioni, trovando un nuovo pubblico, lottando per non perdere la memoria, per dare un seguito a tecnica e saperi. Nacquero degli screzi con mio padre. Ma cambiando strada, ho fatto rivivere ciò che lui mi ha insegnato, cioè amare i pupi, vivere con i pupi, comunicare con loro. Per me il teatro era, e rimane, il più antico metodo per comunicare nella storia dell’uomo, prima della scrittura, di ogni forma teatrale con gli attori. Omero racconta, come fosse la radio, i pupi sono i continuatori dei neuròspasta greci, sono la televisione, il cinema. Con Omero ognuno realizza le proprie visioni, i pupi si rappresentano in carne e ossa, anzi in legno e metallo. Attraverso loro si può raccontare di tutto, aggiornare il linguaggio: il dialogo tra Ettore e Andromaca, per esempio, lo vedo come quello tra un camionista e sua moglie, ogni mattina, quando lui deve affrontare le fatiche quotidiane e lei gli raccomanda di stare attento. Così arrivo al cuore della gente”.

A proposito, le mancano le tournée, il contatto con le persone?

“Tanto. Io e i miei fratelli siamo nati in viaggio, per me la casa è il teatro, la famiglia sono i pupi e, girando il mondo, abbiamo trovato tanti amici che mi scrivono spesso: a tutti rispondo che in questo momento la nostra nave è in porto, che stiamo pulendo la stiva, dipingendo le pareti. Qui vengono in tanti in processione ma purtroppo non possiamo riaprire il nostro teatrino per venti persone, è antieconomico”. 

E quell’evangelico “chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto” non si addice alla sua storia…

“Noi non abbiamo una convenzione fissa con il Comune di Palermo, si attivano solo in qualche occasione, ci supporta un po’ la Regione, ma facciamo degli sforzi per mandare avanti la scuola e assegnare qualche borsa di studio ai giovani ai quali trasmettiamo la nostra passione”.

E poi c’è la questione dello spazio…

“Ce lo hanno assegnato e poi tolto mille volte. La città dei ragazzi, Montevergini, l’ex Falletta, poi san Mattia ai Crociferi. Sono stato sfortunato, i miei spettacoli li costruisco a pezzettini in via Bara. Ma voglio chiarire: io non chiedo di gestire un teatro, ho bisogno di un salone, una palestra, un capannone. Si potrebbe tornare a pensare a un centro per il teatro di figura con l’esposizione di oltre mille pupi, più quelli nuovi, le macchine sceniche. Sono molto stimato, negli anni ho conosciuto tante compagnie che mi piacerebbe invitare e che verrebbero anche a spese loro perché ‘siamo fratelli’, come dice il maestro di bunraku giapponese. Ma in quale spazio? Non è destino, lo chiedo da quando avevo 32 anni, ne ho 72… Comunque, guardiamo al futuro, la frase che mi ha sempre accompagnato è rinnovarsi o morire: io mi sono rinnovato, riesco anche a non prendermi sul serio. Ho ancora voglia di raccontare e in tanti amano ascoltarmi”.