Una mostra organizzata dalla Fondazione Federico II a Palazzo dei Normanni a Palermo racconta la straordinaria vicenda storica del nostro mare. Un intreccio infinito di trame che legano uomini ed elementi naturali lungo il corso di millenni. Un salto nel passato per cercare di capire che cosa ci porteranno le onde del futuro

di M.Laura Crescimanno

Non ha l’ambizione di trovare una definizione unitaria, di fornire una nuova chiave comune tra i popoli del Mediterraneo o di dire l’ultima verità sul Mare Nostrum. La mostra allestita a Palazzo dei Normanni, nelle Sale del Duca di Montalto, intitolata Terracqueo, ci invita piuttosto a restare uniti attorno alla cultura, in quest’epoca difficile segnata da pandemia, migrazioni e minacce ambientali, e riflettere sulla nostra comune identità. Dopo aver mobilitato un comitato interdisciplinare di decine di studiosi, partner italiani di prestigio e raccolto centinaia di reperti, 324 per la precisione, non soltanto tra i musei siciliani, Terracqueo si profila come un percorso esperienziale affidato anche alle immagini, che riesce bene a compiere la sintesi del mosaico di anime affini ma in perenne contrasto attorno al bacino chiuso, su cui già si era ampiamente espresso Fernand Braudel.

Mare di commercianti, navigatori, soldati, artisti, scrittori, turisti, pescatori, ma oggi più che mai, in tempi di post-globalizzazione, migranti politici e ambientali. Per capire come sarà il Mediterraneo del futuro, provare a risanare le sue ferite tra guerre e povertà, occorre sempre tornare indietro a guardare la storia. “Solo così, costruendo occasioni di scambio di cultura in uno sforzo congiunto, si potranno comprendere le testimonianze di questa incredibile civiltà, uno spazio in perenne movimento”, ha spiegato Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, che  ha realizzato l’esposizione palermitana non senza difficoltà nel periodo incerto del post-Covid.

Un appuntamento che vuole essere anche un workshop culturale con appuntamenti con esperti e studiosi sul tema del Mediterraneo di ieri e di oggi: in ottobre, in data da definire, è atteso Maurice Aymard, uno dei più grandi storici francesi viventi, direttore dell’école des Hautes Etudes di Parigi. La mostra ha visto la collaborazione del Centro regionale del Catalogo e del Dipartimento per i Beni Culturali, oltre che della Soprintendenza del Mare, dell’Università di Palermo con il Museo Gemellaro, del museo archeologico di Napoli, del museo archeologico Salinas di Palermo, dei Musei Capitolini, di quello etrusco di Volterra, nonché della Fondazione Mandralisca, della Fondazione Sicilia e della Fondazione Buttitta.

Entrando in un acquario digitale, ci si ritrova nella sala che ospita la statua imponente di Atlante, il gigante in pietra del II secolo dopo Cristo di epoca romana, proveniente dal museo archeologico di Napoli, il MANN, che – appena chiusa la mostra Thalassa – è pronto a mantenere viva la collaborazione con la Sicilia e a dedicare all’archeologia subacquea mediterranea una sezione speciale. Atlante porta il peso del mondo e mostra le costellazioni agli uomini perché si possano orientare. Tutto è sulle sue spalle, in uno sforzo che ci sembra simbolico per chi intenda resistere agli eventi odierni e trovare una via d’uscita tra scienza e resilienza. Oltre, ci si imbatte in una grande cartografia interattiva, realizzata da Teichos, azienda campana specializzata in tecnologie per l’ archeologia, che racconta in video la storia geologica delle terre attorno a quello che era un lago salato chiuso da montagne, che in un tempo remotissimo furono unite. Si capisce bene così come si formarono lo stretto di Gibilterra e il canale tra Sicilia ed Africa, come cambiò la salinità del nuovo mare e la biologia stessa di migliaia di chilometri di coste, oggi minacciati da una pressante erosione.

Seguono, in un percorso di visita molto vario, otto sezioni tematiche: un mare di storia, di migrazioni, di commerci, di guerra, un mare da navigare, un mare di risorse, archeologia subacquea: passato e presente. Di grande pregio è la Nereide su Pistrice proveniente dal museo di Napoli, la statua ritrovata in una villa di Posillipo risale al I secolo dopo Cristo. Chiude l’esposizione una mostra fotografica curata dal giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio e dalla fotografa pugliese Lucia Casamassima dal titolo “Il Mediterraneo. Oggi”.

Molti dei reperti in mostra sono già famosi: c’è il cratere del IV secolo avanti Cristo in argilla rossastra che raffigura il vecchio venditore di tonno, le maschere fenice, anfore e ancore greche e romane, elmi e monete. Imponente è lo spazio verticale dedicato ai 12 rostri navali della Battaglia delle Egadi, risultato del lavoro straordinario dell’ archeologo del mare Sebastiano Tusa nelle acque delle Egadi. Sul tema si inserisce l’ innovazione digitale, con il filmato interattivo che ricostruisce la battaglia navale delle Egadi tra romani e cartaginesi, avvenuta a ridosso dell’isola di Levanzo il 10 marzo del 241 avanti Cristo.

Una scelta espositiva che è in grado di entusiasmare i più giovani, che vanno riportati con coraggio nei musei, con il giusto rispetto delle norme anti-pandemia. Interessante anche la sezione dedicata a elementi legati alla vita quotidiana, come ami e utensili vari, altarini e vasche rituali in uso durante la navigazione, che permisero lo sviluppo di civiltà e di popoli legati a un mare comune. Come la storia dedicata alle tonnare e alla pesca del tonno che fiorì già in epoca fenicia lungo le coste di Sicilia, Sardegna, Baleari sino all’Africa, in un sapere comune che oggi rischia di scomparire. Mosaici raffiguranti delfini erano in uso nelle ville siciliane, un particolare di pittura murale su intonaco ci mostra la biodiversità marina di pesci e crostacei, quella che stiamo già perdendo.

Un workshop sarà dedicato al racconto del viaggio di Vulpio e Casamassima con taccuino e macchina fotografica, durato sette mesi per documentare la realtà in 17 paesi rivieraschi e nell’interno, viaggio realizzato nel 2017, quando i conflitti attuali scoppiati in Libia e Siria non erano ancora deflagrati. Ne scaturiscono volti e momenti di un collage mediterraneo di complesso e minacciato che apre a molte riflessioni.