L’Orto Botanico di Palermo, il giardino scientifico più antico d’Europa, ha restaurato e allestito il suo museo storico e l’erbario. Fossili, animali ricostruiti, i cataloghi settecenteschi che illustrano la storia degli studi siciliani. Una visita in anteprima in questo scrigno di sapere “verde”

di Mario Pintagro

Non solo piante. Superata la soglia del nuovo museo dell’Orto Botanico di Palermo, a dare il benvenuto nel nuovo allestimento di questo piccolo gioiello culturale oltre a un “ti saluto” in greco (Καιρε συ) ci sono fossili e animali impagliati. C’è uno storione pescato alla foce dell’Oreto ma anche un corallo dal bel colore vermiglio. E poi ancora un fossile di Pantera leo e la vertebra di balena, lunga mezzo metro, pesante tre chili. Poi ci sono taccole, falchi, gazze, piovanelle, garze ciuffetto, quaglie che sembrano scrutare il visitatore. Fossili e animali impagliati, ma che c’azzeccano con il museo della botanica? Paolo Inglese, direttore del Sistema museale dell’Università soddisfa subito la curiosità: “è così che funzionavano i musei nelle nostre università nell’800, i saperi erano completi e multidisciplinari, si mostravano geologia, botanica e zoologia. Non abbiamo fatto altro che riprendere quel filo logico ed espositivo dei nostri avi”.

Nelle due sale, ricavate proprio all’interno del Ginnasio, poco dopo le statue di Igea ed Esculapio, ci sono dei pezzi forti. “Stavano in cassaforte, abbiamo pensato di valorizzarli – prosegue Inglese -. Ci sono copie uniche come il libro di Cupane che illustra l’orto botanico del principe della Cattolica a Misilmeri, realizzato nel 1696. O il catalogo generale dell’impianto dell’Orto, datato 1789 e quello successivo, datato 1827. Pezzi di memoria che abbiamo ritenuto di esporre per illustrare oltre duecento anni di storia della botanica in Sicilia”.

A Parigi si metteva a fuoco la Bastiglia, a Palermo l’architetto Leon Dufourny che da lì veniva, disegnava i quartini linneani dove disporre le prime piante. Con l’umile frate Bernardino da Ucria a fare da dimostratore, oggi diremmo da divulgatore del mondo verde. Un diffusore di conoscenza come pochi cui si è pensato di dare il tributo che forse non gli fu riconosciuto in vita. L’immagine del fraticello botanico compare in un dipinto, alla pari con i mostri sacri della botanica siciliana: Tineo, Todaro, Borzì, e gli altri direttori succedutisi alla direzione dell’Orto.

Nel Santa sanctorum anche le lettere degli architetti che contribuirono a creare questo giardino scientifico: Attinelli, Marvuglia. Eppoi c’è la sedia “Torino” disegnata da Giovan Battista Filippo Basile, che era figlio di un giardiniere che lavorava qui e che tra questi alberi esotici mosse i primi passi della sua straordinaria carriera di architetto, ingegnere e progettista di giardini. In un angolo, due incisioni dell’Orto, recuperate, chissà come, da un rigattiere a Londra. Poi lo spazio per la didattica, con gli strumenti ottici per studiare le piante per la classificazione e i campioni ingranditi degli organi fiorali in ceroplastica. Prima che ci fossero internet e le videoproiezioni la botanica agli studenti si spiegava così.

Nel Ginnasio, proprio dall’aula centrale che sembra controllata a vista dai vigili sguardi di Linneo, Tournefortius, Teofrasto e Dioscoride, i padri dell’antica botanica, si accede a un’aula bianca rettangolare. È l’antico erbario dove sono conservati migliaia di exiccata, cioè campioni di piante disidratati. Dai primi di ottobre questo spazio diventa la nuova sede del corso di laurea in Architettura del paesaggio diretta dal professor Antonio Motisi. È munita di una spettacolare biblioteca con testi provenienti da tutto il mondo. Ma il vero gioiello dei campioni essiccati si trova in un altro corpo di fabbrica, proprio vicino alla collezione di plumerie. Mentre il vecchio erbario accusa il peso degli anni ed è sottoposto da sempre agli agenti esterni che ne minacciano l’integrità, il nuovo erbario mediterraneo che si compone di centomila campioni donati dal professor Greuter è una struttura ultramoderna, in cui la temperatura è controllata e i campioni sono disposti su scaffalature metalliche al riparo dagli agenti esterni. Settecento metri lineari di botanica. Al quale lo stesso accademico ha contribuito donando 90mila euro. Il dipartimento ha fatto il resto recuperando i locali, Greuter ha messo mano per comprare le scaffalature. Un luogo per i nostri studenti e per gli studiosi di tutto il mondo. Ben centomila campioni sono stati già digitalizzati, dalle collezioni di alghe ai licheni, e molto c’è ancora da fare.

L’Orto in questi ultimi due anni ha cercato di abbellirsi. “Abbiamo restaurato la cancellata, il basamento del perimetro e ripulito le sfingi che danno l’accesso all’Orto con il contributo de Le Vie dei Tesori”, spiega il direttore Schicchi. Ultima in ordine d’arrivo, l’apertura di “Talea”, uno spazio-ristoro sotto l’ombra di platani e araucarie, tra il cinguettio dei passeri e il chiassoso svolazzare dei parrocchetti verdi.

E gli alberi di Palermo sono i protagonisti di un libro appena uscito firmato dal direttore dell’Orto Botanico, Rosario Schicchi, e dal suo curatore, Manlio Speciale. Il libro nasce sotto i tipi dell’University Press, una società nata nell’incubatore Arca dello stesso ateneo. Gli alberi sono spiegati e illustrati con una chiarezza che va bene tanto per gli specialisti appassionati quanto per i neofiti. Linguaggio scientifico sì, ma senza abusare. Presentati in ordine alfabetico, c’è un “dove si trova” e c’è un corredo di immagini eloquente che offre la vista dell’albero nelle varie stagioni. E infine c’è anche un catalogo delle gemme e delle cortecce, che permette di individuare l’albero anche nella stagione invernale quando non ci sono altri elementi utili come foglie, fiori o frutti che possano portare all’identificazione. University Press, sotto la guida di Ninni Giuffrida, intende bissare il successo di questo libro, nel mercato anche in formato elettronico, con un libro tutto dedicato agli uccelli della Sicilia.