Vita e incredibili viaggi del capitano usticense Vincenzo Di Bartolo, che nei primi anni dell’800, per conto della famiglia Ingham, affrontò gli oceani, navigò nelle americhe e nelle indie superando ogni ostacolo. Una storia di ardimento e di scienza marinara che non deve essere dimenticata

di M.Laura Crescimanno

Questa è una storia per lupi di mare. Una vicenda affascinante se non incredibile, che noi siciliani, sia quelli di scoglio che di mare aperto, non possiamo misconoscere. La storia di Vincenzo Di Bartolo, navigatore usticese, che proprio del mare aperto fece un mestiere e una ragione di vita e che al mare aperto tra rischi e avventure ritornava sempre. Partì per tre volte dalla sua isoletta di fronte a Palermo sulla rotta dell’Oceano Indiano, ancora semisconosciuta agli europei nei primi anni dell’Ottocento, per caricare pepe e spezie nell’isola di Sumatra per conto degli Ingham; raggiunse le coste del Brasile e quelle dell’America. Il destino volle che, dopo aver navigato per tutta la vita, a 43 anni, tornò nella sua Ustica per finire lì i i suoi giorni in malattia e solitudine.

Incontriamo il suo pronipote, anche lui Vincenzo Di Bartolo ma di quarta generazione, anche lui capitano di lungo corso, che ha lavorato a lungo alla biografia del navigatore recuperando alcuni dei diari di bordo. Seduto sulla terrazza dell’antica casa di famiglia che guarda Tramontana tra gli orti e l’azzurro, ci aspetta davanti ai suoi libri nel sole calante della calda estate usticese. Un set ideale per riannodare il filo della memoria. La nave a tre alberi Sumatra, riprodotta in ceramica dai quadri d’epoca, con le sue vele e il vessillo del regno delle due Sicilie, ci accoglie sul cancello d’ingresso.

Il Capitano Di Bartolo compì con successo decine di viaggi in Mediterraneo, Oceano Atlantico e Indiano, doppiò diverse volte Capo Horn sulla rotta verso le Indie Orientali. In uno dei suoi quadri ufficiali infatti portava l’orecchino, come vuole la tradizione di chi solcava quei mari tempestosi e ne usciva indenne con nave ed equipaggio…

“Di Bartolo, nato a Ustica nel 1802, fu senza dubbio un uomo straordinario, il capitano preferito dalla famiglia di imprenditori Ingham e contribuì alla loro ricchezza e fama a livello europeo. Un uomo di sicuro ingegno tecnico, come dimostra il secondo diario di bordo ricco di note, rotte e disegni, che io stesso ho potuto recuperare e studiare, mentre quello relativo al primo viaggio a Sumatra è purtroppo andato smarrito.  Oggi, in tempi di globalizzazione, il suo carattere avventuroso e la sua forte spinta verso la navigazione per mare andrebbero rivalutate. Di sicuro portò la marineria siciliana, sotto il re Ferdinando di Borbone agli inizi dell’800, alla pari con quella inglese e spagnola. Preparato alla vita sul mare sin da ragazzino, per volere dello zio Andrea lasciò Ustica per entrare all’Istituto nautico Gioeni Trabia di Palermo. A lui si devono i floridissimi commerci di pepe, caffè, zucchero e altre spezie che giungevano nel porto di Palermo e in Sicilia ai tempi dei Florio, superando viaggi estremamente rischiosi per bufere, correnti e altri imprevisti, che duravano anni. Sul brigantino Elisa, da Palermo a New York, impiegò 160 giorni per mare. Già un primo volumetto edito da Sellerio, curato dallo storico Salvatore Mazzarella, poi ampliato nel 1999, ne ha raccolto le memorie, le lettere alla moglie, i carteggi con gli armatori Ingham, ricostruendo i particolari dei viaggi emblematici delle sue navi a vela: l’Elisa, la Sumatra, Il Gabriele”.

Nel 1999 lei organizza una mostra sul suo antenato navigatore all’Arsenale Borbonico di Palermo. Il Centro Studi di Ustica nel 2002 gli dedica nel bicentenario dalla nascita alcuni articoli sulla sua rivista. Poi, il silenzio. A parte una via dietro la chiesa di Ustica che porta il suo nome. Le pare che la Sicilia sia stata generosa nel ricordarlo?

“La storiografia, a partire dal suo biografo, il Coglitore, è ampia. Ma mi sembra che la vicenda umana e le imprese nautiche del capitano Di Bartolo siano rimaste nascoste nelle pieghe della storia siciliana. Nei primi anni dell’Ottocento navigare a vela era una vera impresa, le rotte atlantiche erano note solo agli americani, che le tenevano segrete. Di Bartolo, invece fece circolare le informazioni sul suo primo viaggio a Sumatra, con una prima tappa a Boston, dove si fermò a lungo per rimettere in sesto le vele e gli alberi dopo i danni causati dalle tempeste oceaniche sulla rotta da Gibilterra alla costa americana. Il capitano era responsabile della vita dell’equipaggio, degli approvvigionamenti e della salute a bordo, doveva rispondere della nave e del carico di spezie che andavano mercanteggiate con i capi tribù delle isole indiane, a quei tempi del tutto sconosciute. Ogni impresa commerciale poteva durare più di un anno, finché il carico previsto non era completato, e si doveva arrivare a chiudere buoni affari prima della concorrenza, avere ovvie doti di comando e organizzative per lo stivaggio sulla rotta del ritorno. Il pepe ammassato pare emettesse esalazioni nocive, a bordo erano comuni risse e fughe. Era necessario che il comandante parlasse almeno l’inglese e il francese, che avesse autorità, che fosse un ottimo disegnatore, e come dimostra la storia del suo secondo viaggio verso le Indie, avesse doti da diplomatico. Di Bartolo riuscì infatti a risolvere a suo favore il tentativo di ammutinamento da parte dell’ equipaggio che temeva di contrarre malattie sconosciute nelle isole malesi. Ma fu lui ad avere la meglio, il pepe fu caricato comunque, e la nave riprese la via verso la Sicilia”. 

Che idea si è fatto, dopo anni di studi e convegni,  su questo suo antenato, la cui vita fu segnata dal mare e dall’ avventura? Si riconosce nella sua psicologia?

“Mazzarella nel suo libro parla, nel descrivere il carattere di Di Bartolo, di una teoria dell’elastico, di una natura anfibia, analisi che approvo in pieno. Il desiderio di partire era la leva che muoveva la sua vita, ma altrettanto era il senso del dovere, della famiglia e degli affetti. Cosa mi ha colpito di più nella sua personalità? Forse questo dualismo da Giano bifronte, questa forza d’animo che lo portava ad affrontare i capi tribù di terre lontane ai tempi del cannibalismo per realizzare gli interessi commerciali del suo padrone, a sfidare le tempeste, ma allo stesso tempo, l’anelito del ritorno a casa. Perfino il re Ferdinando di Borbone lo ricevette a Napoli per sentire dalla sua bocca il racconto dei viaggi a Sumatra, e gli tributò onori e simpatie. Eppure il capitano viveva e annotava nei suoi giornali di bordo profondi momenti di scoramento e solitudine, la lontananza dalla moglie e dalle figlie, poi la morte del padre, esperienze che lo minarono nella psiche. Quando in un viaggio alle Canarie ricevette la notizia della malattia della moglie e poi della sua morte, subì di certo un colpo fortissimo che lo portò all’esaurimento nervoso, preludio ai tristi anni di instabilità mentale della fine della sua vita. Uomo di grande coraggio, capace di mettersi al pari di notabili come gli Ingham e perfino dei reali del tempo, morì nella sua isoletta, quasi stravolto dalla malattia, senza più riconoscere le figlie. La sua vera grandezza, ritengo sia stata la sua apertura mentale verso nuove culture e conoscenze, ma anche il suo dilemma profondo: voler soddisfare la sua indole ma allo stesso tempo il suo fortissimo senso del dovere. La sua morte, tutta giocata su questa dicotomia interiore, potrebbe aprire nuove pagine di storia su un uomo che precorreva lo spirito moderno”.