di Maurizio Carta

Dopo i drammi di quest’estate, so che parlare di “città allagabili” sembra una provocazione. Ma non lo è. è l’unico modo di affrontare i rapporti tra le città e l’acqua in maniera non emotiva, partigiana, o solo tecnica, tornando a pensare l’acqua come una componente rilevante della fisionomia della città, che va governata, plasmata, assorbita e non solo – spesso vanamente – contrastata.

Nel mondo, la relazione tra acqua e città è sempre stata molto intensa, numerose città sono a tutti gli effetti città d’acqua e della sua presenza hanno fatto la loro identità: Venezia e Amsterdam, le più note, ma anche New Orleans, Lagos, Bangkok, Hong Kong, Rotterdam, Stoccolma, Chicago o Boston intessono una relazione con l’acqua come componente della loro bellezza e prosperità, ma anche come fonte di rischio da mitigare (nel 2019 nel mondo ci sono stati 9 milioni di rifugiati a causa di alluvioni). Non è solo una questione da affrontare nei tradizionali termini delle città portuali e fluviali che convivono con l’acqua, ma si estende alle stesse forme urbane e agli usi quotidiani che dipendono da un creativo – e non solo conflittuale – rapporto con l’acqua che torna ad essere compagna, talvolta vendicativa, delle vite degli abitanti, matrice generativa della stessa città.

Naturalmente il rapporto con l’acqua non è mai neutro, l’acqua per sua natura pervade, invade, colma, sommerge, devasta, e così via, proponendosi come attore potente della vita delle città. La soluzione che i secoli delle storie urbane ci consegnano non è di un conflitto e un contrasto, ma di una fertile resilienza che consenta all’acqua, quando supera il livello quotidiano (a causa di innumerevoli fattori sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico), di trovare uno spazio per essere accolta, rallentata, assorbita, persino utilizzata per nuovi usi di uno spazio pubblico che si fa liquido. Sono famose le Water Squares di Rotterdam che, quando si riempiono d’acqua a causa di precipitazioni più intense, continuano a funzionare come laghi, piscine, playground per i bambini, garantendo la sicurezza delle persone che le utilizzano, e quando il livello dell’acqua sale ancora, ecco che si trasformano in cisterne naturali che impediscono all’acqua di invadere le strade o i piani cantinati delle case, evitando drammi. Altre città stanno realizzando, addirittura, prototipi di case (e anche interi quartieri) che galleggino sull’acqua quando occorra.

È cronaca recente che anche le città italiane e persino quelle meridionali devono sempre più spesso fare i conti con precipitazioni anomale (le cosiddette “bombe d’acqua”) e con una tropicalizzazione del clima che impedisce l’utilizzo dei tradizionali modelli pluviometrici per dimensionare i sistemi fognari. Gli allagamenti devastanti diventano sempre più frequenti, andando di pari passo con il dissesto idrogeologico del territorio. Tuttavia, il problema non è solo il clima, ma il problema è urbano. Se Palermo, Milano, Genova o Roma, si allagano con conseguenze devastanti, se le strade si trasformano in canali di gronda, se i fiumi esondano, se le fogne esplodono, non è solo perché la portata delle piogge è straordinaria (e spesso lo è), ma è perché le città hanno perso la capacità di governare il rapporto con l’acqua. Abbiamo depredato il territorio e impermeabilizzato troppo il suolo, interrompendo i cicli naturali e agevolando il dilavamento delle acque invece che il loro prezioso assorbimento, abbiamo ridotto le aree di laminazione dei fiumi innalzando argini invece che prevedendo aree di espansione sicure e adeguate. Cosa fare? Rendere le città di nuovo resilienti, capaci di assorbire gli shock di una alluvione, incrementare le aree vegetali perché assorbano, deviino, distribuiscano l’acqua, oltre che a contrastare la formazione della bolla di calore urbana, spesso concausa delle precipitazioni torrenziali.

Palermo era “Conca d’Oro” perché intratteneva un rapporto amoroso con l’acqua e le piante, danzava al ritmo della natura e plasmava le sue forme perché l’acqua la facesse fertile e non fosse un messaggero di distruzione. Ancora oggi Palermo possiede negli interstizi dei palazzi sgraziati e tra le strade arroganti un prezioso anello vegetale fatto di parchi, giardini, viali alberati e aree agricole che la salverebbe dai disastri delle alluvioni se solo fosse attivo come sistema naturale di protezione e non fosse, invece, inservibile perché frazionato in decine di parchi e giardini che non collaborano fra di loro. Anche la circonvallazione, invece che una infrastruttura stradale sommersa alla prima grande pioggia, potrebbe diventare più sicura grazie all’azione delle aree vegetali limitrofe se solo fossero progettate per assorbire l’acqua invece che per tenerla, inutilmente, lontana. Serve, quindi, un nuovo (antico) progetto di città, capaci di allargarsi in sicurezza quando serva, capaci di tornare a usare la fertile ricchezza dell’acqua e non solo dotate di dispositivi di gestione idraulica delle piogge (servono anche quelli, ovviamente). Manutenzione, contenimento e gestione ecologica delle acque devono fondersi in un unico progetto di città, perché l’acqua torni presenza amica.