È quella che risplende nelle madreperle lavorate della collezione di Sergio Todesco. Una raccolta unica nel suo genere che racconta la storia di una forma di artigianato che si è fatto arte

di Alessia Franco

Galeotto fu quel mercatino messinese di via Catania, in pieni anni Ottanta.
La passione di Sergio Todesco – antropologo e già direttore della sezione etno-antropologica della soprintendenza di Messina, oltre che del museo regionale Giuseppe Cocchiara di Mistretta e del parco archeologico dei Nebrodi occidentali – è partita proprio da là. Da quella madreperla incisa: piccola, ma di straordinaria bellezza, che rappresentava una natività.

“Non avevo mai ammirato prima di allora questa forma d’arte direttamente – racconta l’antropologo – ma la mia formazione e il mio lavoro mi hanno permesso di riconoscere il valore di quell’oggetto, frutto di artigianato popolare. La pagai tremila lire, e fu un affare”.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti: dalla lira si è arrivati all’euro, il mercatino di via Catania non c’è più e Sergio Todesco ha una collezione di madreperle lavorate più unica che rara per un privato. Un centinaio di pezzi tra il Sette e il Novecento, provenienti dalla Sicilia, ma anche dall’area balcanica, dalla Grecia, dalle isole del Mediterraneo, da Francia e Spagna.

Una passione che, come per ogni collezionista che si rispetti, è stata affiancata da una lunga documentazione: “In Sicilia – continua Todesco – la tradizione della madreperla lavorata arriva nel Seicento, portata dai padri Minoriti della Terrasanta, che a loro volta apprendono l’arte dell’incisione dagli artigiani d’Oriente”.

I religiosi affiancarono però questa pratica a un’intuizione. Così, mentre in Oriente si lavorava la madreperla rappresentando figure simboliche, in chiave cristiana i temi si convertivano in una sorta di biblia pauperum. Santi patroni, dunque, ma anche scene evangeliche e bibliche: la Natività e l’Ultima cena sono tra i soggetti più trattati, così come la Domenica delle palme.
“Tutti temi che – spiega lo studioso – sono riscontrabili anche in altre forme di arte popolare, come la pittura su vetro. Nel caso della madreperla, quello che colpisce è la straordinaria perizia con cui questi artigiani popolari trattavano una materia molto difficile da lavorare”.

Questi oggetti, spesso in forma di ciondoli, contrassegnavano i pellegrini, che li portavano al collo come segno di distinzione devozionale. Ogni madreperla, considerata di valore minore rispetto al corallo, aveva la sua scena incisa o il suo santo protettore, soprattutto San Nicola, San Giorgio e San Giacomo.

“È possibile – ipotizza Todesco – che questi oggetti, che di fatto rendevano immediatamente identificabile il pellegrino, in qualche modo fossero stati pensati anche per tenere lontani eventuali malintenzionati nei confronti di chi stava intraprendendo un percorso religioso. E che quindi le madreperle fossero portatrici di un significato aggiunto”.

Numerosissime sono anche quelle per uso domestico. Nella sua collezione, Todesco ha anche una preziosa  lavorazione del Settecento su cui è stata innestata una cornice in epoca liberty. Un pezzo da museo che si aggiunge a molti altri: ciondoli, medaglioni, perfino una fibbia da cintura di area balcanica che richiama moltissimo l’arte di Piana degli albanesi.

“I modi in cui era lavorata la madreperla sono due – spiega l’antropologo – mediante l’incisione o con la tecnica della scultura. Nel primo caso le incisioni venivano fatte risaltare con del nero di seppia. I temi ricalcano quelli delle stampe devote di Sette e Ottocento. E poi ci sono quelle scolpite, in cui la materia viene scavata in  modo da riprodurre le immagini sacre in piccoli bassorilievi scultorei”.

Una pratica che dopo qualche tempo approda in Sicilia. A Trapani, le botteghe la lavorano di pari passo con il corallo. Esistono bellissimi esempi di presepi misti, realizzati appunto in corallo e madreperla.

“Anche le incisioni sono un vero e proprio trattato di antropologia. In una madreperla della mia collezione che raffigura l’ultima cena l’iscrizione riporta un Cenna domini indicativo di come si tentasse di riprodurre una parola che evidentemente non era familiare”, spiega Sergio Todesco.
Rispetto a quelle dei due secoli precedenti, le opere d’arte novecentesche sembrano avere perso lo stretto contatto con la tradizione iconografica religiosa. I temi sono sempre quelli, ma gli artigiani si sono presi qualche libertà interpretativa in più nella lavorazione.
“Un altro aspetto che mi affascina profondamente – conclude il collezionista – è il legame strettissimo tra la madreperla e la conchiglia, simbolo di fertilità e rinascita. Tutto partecipa di una certa sacralità, dai soggetti rappresentati alla materia: “Non dimentichiamo poi che in certe culture la conchiglia era anche oggetto di scambio, serviva a stabilire un rapporto di reciprocità tra i gruppi”.

Simbolo, rinascita, scambio, sacralità: c’è un microcosmo racchiuso in ogni opera, che cela un piccolo miracolo. Lo raccontano certe madreperle filigranate, fragilissimi merletti perlescenti realizzati senza elettricità né alcun supporto tecnologico. Con il solo sapere delle mani.