testi Giuseppe Barbera
foto Margherita Bianca

I nomi dei luoghi, i toponimi, nascono dalla conoscenza dei caratteri ambientali e dalla storia che questi hanno impresso alle società che li abitano. Se l’uomo se ne dimentica, la natura non manca di ricordarlo. Quante volte, occupandomi delle campagne palermitane, sono stato corretto: “La Conca d’oro? Ma non esiste più. Vorresti dire l’ex Conca d’oro!”. Le sue incancellabili caratteristiche ambientali, invece, si riaffermano periodicamente con esiti – come quelli dell’ultima alluvione – inequivocabili. Ci si compiace di riferire l’origine del toponimo a una leggendaria bellezza e fertilità, ma non c’entrano né le pagliuzze d’oro, che secondo la Sicilia Ricercata del Mongitore sarebbero state ritrovate tra le acque del fiume Oreto, né il colore dorato dei frutti di aranci, limoni e mandarini che solo dal IX secolo copriranno le sue campagne. Ben fondati, nella morfologia del territorio, erano invece gli encomi poetici – negli anni tra il XV e il XVI secolo – di Angelo Monteverde, che si fregiava dell’appellativo di Callimaco, e per il quale la Conca era una conchiglia d’oro paragonabile a quella dalla quale sorgeva Venere. Più antica è l’iscrizione (risale al 1470 circa), che corre sul bordo della conchiglia del Genio di Palermo del Palazzo Pretorio: Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit.

Conca o conchiglia, il riferimento è comunque evidente nella catena di monti che chiude, protegge dagli eccessi del clima e fornisce di acque abbondanti una pianura aperta al mare. Anche il nome rimanda alla morfologia. Il greco hormos, da cui “pan hormos” tutto porto, fa riferimento alla conca, come anche al profilo della costa. Il termine, prima che indicare un porto, analogamente al termine fenicio punico SYS che si ritiene abbia costituito il precedente nome, era utilizzato per definire una collana, una ghirlanda e anzi era frequentemente impiegato per chiamare la cinta di scogli che limita un approdo e, per estensione, un porto. Analogo significato (secondo Giuseppe Mandalà) potrebbe avere anche la qualifica “d’oro” nell’ipotesi che risalga all’arabo
dˉˉ ara (cerchio, circuito) a rafforzare il senso di una fertilità dovuta alla conformazione del territorio. Un toponimo che giustappone due parole di identico significato ma di lingua diversa, così come, al capo opposto dell’isola avviene con l’altra grande presenza paesaggistica siciliana: l’Etna, il Mongibello, due volte monte.

Lo diceva il genio, lo spirito della città: “Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli alieni” e a questo si pensa, quando l’acqua raccolta dalle montagne scivola torrenziale sui monti disboscati, non trova sfogo nei fiumi cancellati, non viene assorbita dalla pianura asfaltata e cementificata e così ci ricorda che non si sfugge alla natura dei luoghi e che dovremo continuare a fare i conti con essa e che questi, in tempi di cambiamenti climatici, saranno sempre più salati. Nel 1900 Oscar Wilde la definiva “città con la più bella posizione al mondo, che trascorre i suoi giorni sognando nella Conca d’oro, la stupenda vallata situata tra due mari”. Poi sono arrivate le parole di Rosario Assunto – “agglomerati di cemento per i quali nessuna classificazione sarebbe abbastanza negativa”  che travolgono un paesaggio “del quale nessuno che lo abbia conosciuto può non sentirne il rimpianto, come di una luce che si sia spenta sul mondo”- e  quelle di Leonardo Sciascia: una città “più che informe amorfa, quasi che le case lievitassero e proliferassero inarrestabilmente, una biancastra fungaia che tutto invade e cancella”.  Quando giungerà il momento di andare oltre la storia dei tombini ostruiti dagli aghi di pino, dei sistemi fognari mal progettati, costruiti e mantenuti e parlare davvero del futuro?