Ad agosto grandi incendi si sono sviluppati ad Avola Antica, sulle colline di Cavagrande del Cassibile, a San Corrado Fuori le Mura, a Cozzo Tondo. Sono stati colpiti appezzamenti di terreni incolti e si sono salvati invece quelli ancora curati dai contadini. È il segnale che è ancora possibile pianificare un imponente piano di rigenerazione dell’assetto del tessuto agricolo e naturale

testi Corrado Assenza

Mi ero illuso, come tanti altri. Ammetto il fanciullesco abbaglio, il grossolano errore. Un buonismo ingiustificato, una fiducia oltremodo pronunciata, mi avevano tratto in inganno. Avevo sperato che sul ciglio del baratro il genere umano avesse compreso, appena un attimo prima dello schianto. Che la pandemia ci avrebbe consegnato – perché mai avrebbe dovuto farlo? – un’umanità consapevole del valore aggiunto che ha la reale qualità della vita, la reale salvaguardia e tutela dell’ambiente in cui viviamo.

Poi, all’improvviso, il sogno s’infrange. Alle prime luci di un’alba agosto diventa incubo. Il sordo rumore dei motori dei Canadair in volo sin dal sorgere del sole, il loro incessante andirivieni dalla costa alla collina, mi raccontava, in paese, che neanche tutte le ore di una torrida notte erano bastate a interrompere l’avanzata del fuoco, neanche il placarsi del vento lo aveva impedito. La collina di Noto Antica, la valle del Carosello, la valle del fiume Asinara verso Noto, erano andate in fumo, arse vive, condannate a una rapida morte, desertificate nelle giornate più calde dell’anno. L’odore acre del fumo denso, quello capace di mutare in bianco l’azzurro del cielo, carico di quelli che per me sono di solito profumi: quelli del legno d’ulivo, del mandorlo, dello scornabecco, delle aromatiche che gemendo esalano l’ultimo respiro, profumato sì, ma stavolta carico solo di morte, di nessun piacere, solo di drammatici presagi, mi delineavano quello che sarà per noi un futuro di dannazione.

E non è che il prologo a quell’ennesima tragedia che nei giorni successivi si compie con i roghi che hanno mandano in fumo, arse vive anche qui, altre centinaia di ettari di macchia mediterranea verso Avola Antica, a lambire la collina di Cavagrande del Cassibile, e ancora San Corrado Fuori le Mura, Cozzo Tondo. Questa volta inghiottendo anche case e terreni agricoli.

I conti non mi tornano. So bene che il fuoco non si accende per autocombustione neanche nelle più torride giornate d’agosto. Il fuoco non si accende da solo quasi contemporaneamente a qualche chilometro di distanza. Ci deve essere la mano del piromane, ci deve essere dolo. Ignoti esseri umani allevati all’interno di questa mia stessa società di persone che dovrebbe provvedere alla salvaguardia del comune patrimonio senza prezzo, ricevuto in consegna e oggi in custodia per le prossime generazioni

Troppo poco lo spazio qui a mia disposizione per affrontare una pur necessaria e doverosa analisi del fenomeno sociale che genera i “piromani ignoti”. Posso solo aggiungere che questa frattura sociale si risolve con decenni di programmazione educativa e formativa dentro e fuori le scuole, i luoghi di lavoro, quelli di svago. Siamo già in ritardo nel programmare efficaci e corposi programmi educativi scolastici. La pandemia e la riscoperta della consapevolezza – fin qui più annunciata che attuata – della funzione primaria della scuola come sommo valore sociale, ci offre la possibilità di un cambio di rotta, di una definitiva scelta condivisa di priorità dell’insegnamento della cura, tutela e salvaguardia dell’ambiente. A partire da quello in cui muoviamo i nostri passi di individui, quotidianamente.

Invito i lettori ad andare a guardare le immagini riprese dal drone dal mio amico Eddy Lucchesi (questo il link utile https://www.youtube.com/watch?v=Cf22HuohFEY) di quello che rimane delle colline di San Corrado Fuori le Mura e Cozzo Tondo. Guardatele con calma, cogliete tutti gli elementi del dramma. Non fermatevi alla monotonia del bianco e nero, alla sua struggente bellezza. Quello che i vostri occhi osservano è lo scheletro di un cadavere di un territorio arso vivo. Seguite con lo sguardo le linee bianche dei terrazzamenti che segnano, come in una mappa topografica dell’Istituto geografico militare, le curve di livello formando un bianco scheletro di ossa calcaree, rivelate all’occhio solo al compimento del dramma. Figlio di una mano sapiente che con certosina capacità, antica conoscenza e paziente cura, ha reso fino a qualche decennio fa quei cozzi fertili terre. Seguite col dito le strade e le bianche, polverose trazzere, i ruderi fumanti dei pochi caseggiati rurali diroccati. Osservate come i pochi appezzamenti lambiti dalle fiamme ma ordinati e sgombri da vegetazione secca, si siano salvati, insieme con le case d’abitazione.

Questo il motivo incipiente del dramma: a bruciare sono le terre incolte perché abbandonate. Un tempo coltivate e quindi terrazzate per poterle rendere produttive; abitate le case, luogo di vita e lavoro. Allora erano curate e tutelate perché mezzo di sostentamento. Poi, l’avvento di un’agricoltura industrializzata, meccanizzata e fortemente vocata alla monocoltura le ha rese poco interessanti ai fini economici. Il conseguente abbandono e disinteresse al loro utilizzo le ha riconsegnate alla natura che se ne è riappropriata, con la sua equa logica non umana, facendone crollare l’interesse economico e mai arrivare quello sociale.

Da decine di anni sostengo, nel deserto dei sordi, che la tutela e la salvaguardia del territorio, inteso come un unicum di carattere naturalistico, sociale, economico, si attua giorno dopo giorno, anno dopo anno, rendendosi conto che la società tutta, urbana e rurale di un territorio, ne decide e sceglie in accordo la tutela. Attuando ciascuno per propria competenza, possibilità, responsabilità e ruolo le misure atte alla conservazione e alla vita di quello che all’unisono si crede valore supremo. Da decenni sostengo da artigiano alimentare, l’alto valore economico, sociale, culturale e alimentare delle terre marginali. Il loro recupero alla coltivazione sostenibile e biologica come rimedio alla scarsità di cibo, come possibile luogo di riconversione di tanta manodopera liberata dalla crisi delle attività industriali.

Anni fa, era il 2007, il compianto Maestro Andrea Camilleri così scriveva nel suo accorato appello a sostegno del blocco delle ricerche petrolifere nel Val di Noto, consapevole perché testimone del pari valore – economico, sociale, culturale, artistico – di un cozzo, di una cava e di una cattedrale, un famoso documento: “I milanesi – scriveva – come reagirebbero se dicessero loro che c’è un progetto avanzato di ricerche petrolifere proprio davanti al Duomo? Rifarebbero certo le cinque giornate. E i veneziani, se venissero a sapere che vorrebbero cominciare a carotare a San Marco? Ebbene, in Sicilia, e precisamente in una zona che è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità, il Val di Noto, dove il destino e la Storia hanno voluto radunare gli inestimabili, irripetibili, immensi capolavori del tardo barocco, una società petrolifera è stata qualche anno fa autorizzata a compiervi trivellazioni e prospezioni per la ricerca di idrocarburi nel sottosuolo, …in parole povere, questo significa distruggere, in un sol colpo e totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia, il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e indispensabile per tutti”.

Non possiamo, della nostra Terra, ricordare l’alto potenziale turistico, e non comprendere, colpevolmente ignorare, che le città d’arte, le spiagge assolate e affollate, i luoghi glamour che la rendono meta di centinaia di migliaia di turisti ogni anno, sono generate e sostenute da una globale gestione del patrimonio, antropizzato e naturalistico, di tutto il territorio, in cui sono incastonate come perle.

Abbiamo la possibilità, anche a seguito degli ingenti investimenti possibili con i fondi europei post pandemia, di pianificare per i prossimi decenni un imponente piano di rigenerazione dell’assetto del tessuto agricolo e naturale del nostro Paese.

Dobbiamo però essere consapevoli che questo sforzo collettivo potrà avere risultati, positivi e duraturi, solo se in questa programmazione cureremo con pari risorse necessarie e altrettanto ferrea volontà la cura e la ricostituzione di un sano tessuto sociale a partire dal 14 settembre.