Antonella Pirrotta, professoressa di scienze delle costruzioni all’Università di Palermo. È la prima donna in Europa a cui è stato conferito l’Emi Fellow, il più importante riconoscimento nel campo dell’ingeneria civile. Il suo segreto? saper continuare a sognare, come i bambini

di Francesca Taormina

Di una cosa è certa: “Noi siamo quello che eravamo in nuce a tre o a cinque anni” e ai suoi studenti ripete che bisogna scoprire quello che eravamo nell’infanzia, quello che sognavamo, lì c’è la verità, quello che più conta. Posizione da psicologa? Nemmeno per sogno.

Oggi Antonella Pirrotta, ordinario di Scienza delle costruzioni e direttore vicario del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Palermo, è la prima donna in Europa cui è stato conferito l’Emi Fellow da parte dell’Asce (American Society of Civil Engineering), la più importante associazione americana e tra le più prestigiose al mondo nel campo dell’Ingegneria civile, che ogni anno assegna il titolo ai membri che si sono distinti nell’attività di ricerca. Per ragioni di sicurezza sanitaria, andrà a ritirare il riconoscimento il prossimo anno a New York, quando e se la pandemia lascerà il passo alla vita com’era un tempo.

Per raggiungere traguardi di questo tipo bisogna avere il passo giusto. “Il successo per gran parte è determinato dal carattere – sostiene – il resto è studio e anche fortuna, che poi altro non è che incontrare le persone giuste al momento giusto”. Ma allora la tesi di ciò che eravamo da bambini…? “Certamente, io sono ancora ciò che ero a tre anni, quando volevo scendere in cortile e azzuffarmi con i ragazzini e giocare con loro; mia madre non voleva e io rispondevo con la frase che mi ha sempre accompagnato nella vita: ‘Non mi interessa, non mi interessa quello che fanno o che pensano gli altri’, ed è ancora così. Quando, dopo la maturità scientifica, scelsi di studiare Ingegneria, avevo già pagato le tasse d’iscrizione, ma non avevo detto nulla a casa. Quando lo dissi a mio padre, si scatenò l’inferno: Una donna ingegnere? Allora, su quattrocento immatricolazioni, noi donne eravamo in quattro. Percorso difficile, non adatto, e giù pianti, malesseri, ma la testa dura la vince. Proposi a mio padre un vero contratto: se nel primo biennio non avessi dato tutte le materie e con buon esito, avrei lasciato la facoltà. Lo firmammo veramente e io lo onorai. Ma all’esame di Fisica 1, non passava nessuno, i colleghi andavano via, letteralmente scappavano. E io? Avevo più paura del contratto con mio padre che dell’esame e lo diedi con successo. Mio padre è morto subito dopo la mia laurea e certe volte penso che mi abbia contrastata tanto per spronarmi, una specie di gara tra me e lui. Poi quando presi trenta in Scienza delle costruzioni, mio padre cedette le armi”.

E le gare non sono mai finite, ma lei in un ambiente tutto maschile si è sempre trovata bene. La passione incontenibile per la matematica è il refrain di tutta la vita, e tra i suoi compagni di classe allo scientifico, c’è chi ricorda ancora che il professore di matematica la chiamava ogni tanto in cattedra per spiegare ai compagni la lezione del giorno. Amore per la logica? “No, per me la matematica è più creativa che logica – aggiunge la professoressa -. Il vero matematico è irrazionale, è creativo, qualcuno che sa sognare, che sa intuire il mondo. Sì, è il linguaggio del cervello e per questo viene intesa come qualcosa di razionale, ma invece dentro la scienza per eccellenza c’è molto di più: immaginazione, innovazione, l’andare lontano anche per mari in tempesta, senza il timore di osare. Un esempio? La cupola del Teatro Massimo del Basile. Se guardiamo i disegni e i modelli è una struttura rivoluzionaria, allora i modelli di calcolo erano molto semplici e con quelli Basile non poteva verificare le condizioni di tenuta e di sicurezza; eppure lo fece. L’intuito ingegneristico fenomenale verrà dopo, ma molto dopo, confermato dai calcoli”.

Ma persino nelle piccole cose, la vita di una donna, a Ingegneria, non era facile: “Ai miei tempi – sorride – non esistevano nemmeno i bagni per le donne. E dopo mesi di travaglio morale io scelsi il bagno dei professori di Scienza delle costruzioni. Presagio? Destino? E se l’avessero scoperta? “Avrei detto: in quello degli studenti potete mandare le vostre figlie, non mi interessa”.

La Pirrotta ha fatto suo il motto olimpico “Citius – Altius – Fortius”: più veloce, più in alto, più forte. “L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo, combattendo”. Dello sportivo possiede il gusto per l’allenamento, e la ricerca è proprio questa: il piacere di sfidare le proprie capacità. Il primo che capì tutto di lei fu Mario Di Paola, ordinario di Scienza delle costruzioni: la invitò più volte a fare con lui il dottorato, ma lei voleva fare l’ingegnere, aprì uno studio che nel giro di sei anni aveva sette dipendenti, ma per ottenere incarichi sempre più prestigiosi occorrevano titoli accademici e così lasciò lo studio al migliore dei collaboratori e tornò all’università per fare il dottorato che la portò per un anno a Detroit. Dall’università non è più uscita, ha capito che la ricerca è la vera passione. Il racconto di un suo amico dà un’idea del personaggio: una sera d’estate, durante un ricevimento nuziale, l’ultimo piano della torta mariage stava per cadere per il movimento scomposto d’un ospite. Lei guardò la scena, impassibile, e sentenziò: “E certo, il nocciolo centrale d’inerzia…”. Nel frattempo qualcuno pensò a mettere in salvo la torta.

Ha sacrificato tanto della sua vita privata? “Nulla – dice – la vera felicità è lo studio e il rapporto con gli studenti”. A guardarla bene ha l’aria ingenua, semplice, ma brillante, molto femminile, le piace la musica e la danza orientale, lenta e sensuale. Un ingegnere che danza come Salomé? Certo. Non dimentichiamo che la musica è  matematica e la matematica è creatività e sogno.