testi Salvatore Savoia

La parigina Guide Hachette del 1882 è ricca di notizie sulla Sicilia, sui suoi monumenti e sulla natura, fornisce informazioni per i viaggiatori – non ancora turisti – su tariffe, sui prodotti tipici, e non mancano nemmeno raccomandazioni sulla sicurezza. Molto poco invece si dice delle Isole Eolie, pure mitizzate da poeti del passato e raccontate da grandi viaggiatori, come il pittore Houël che ne descrisse i vulcani, Déodat de Dolomieu, Lazzaro Spallanzani, ma anche Alexandre Dumas, Guy de Maupassant, per non tacere dell’Arciduca Luigi Salvatore d’Austria, che visitò l’arcipelago su uno yacht e  realizzò una serie di originali disegni, e dell’intraprendente Elpis Melena  (pseudonimo di Marie Esperance von Schwartz) che si era recata nelle Eolie nell’ottobre del 1860, in pieno “ciclone Garibaldi”. Si invaghì del Generale, tra l’altro, e gli chiese – senza riuscirvi – di sposarla.

Perché l’arcipelago eoliano divenisse meta alla moda bisognava però attendere molti decenni. La Guide Baedeker del 1890 suggerisce agli eventuali spericolati interessati di restare a Lipari, perché nelle altre isole l’ospitalità non apparrebbe agréable, visto che a Vulcano sarebbe stato proposto solo pane, ricotta e formaggio di capra. Per di più, trattandosi di Sicilia, si raccomandava prudenza per la presenza della “maffia”, come del resto continua a fare oggi la Guide du Routard.

È innegabile che le Eolie del tempo fossero lontane dai modelli di sviluppo del continente: la crisi conseguente alla fillossera che aveva distrutto l’economia basata sulla vite, l’assenza di collegamenti efficienti con la terraferma, e le continue eruzioni dei vulcani, avevano inasprito le condizioni di vita degli stessi pochi abitanti. Imponenti le emigrazioni, per lo più verso l’America e per l’Australia, tanto da alimentare il modo di dire che le isole non siano sette, ma otto, considerando appunto l’Australia.

Altro problema per uno sviluppo del turismo era l’utilizzo delle isole come colonie penali. Durante il ventennio fascista si aggiunse il confino a Lipari di numerosi antifascisti. Tra questi Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Francesco Nitti e Carlo Levi. Nel settembre 1945, a guerra finita, anche Edda Ciano Mussolini vi trascorse molti mesi di confino.

Pochi anni dopo, tutto cambiò. Nel 1949 il vulcanologo Haroun Tazieff diffusein Francia alcune riprese delle isole di Stromboli e Vulcano. Da lì l’idea della rivista parigina Connaissance du monde, di lanciare una serie di “croisière des volcans” fra le isole minori del Mediterraneo, compresa l’inaccessibile Stromboli.

Ma dove alloggiare i turisti? Allora l’intera attrezzatura ricettiva dell’arcipelago era formata da tre locande a Lipari, una a Stromboli e una a Salina. In tutto 35 posti letto. A Vulcano non c’era niente. Chi aveva terreni sulla costa attrezzò i primi villaggi assai rustici, circostanza, questa paradossalmente apprezzata da un certo pubblico. Anche a Stromboli, grazie al gran numero di case abbandonate dagli emigrati, si iniziò ad organizzare una minimale forma di ospitalità. E lentamente giunsero i primi viaggiatori dall’estero. Un’organizzazione universitaria messinese, la Corda fratres, realizzò a Stromboli e a Vulcano due villaggi, il Club Alpino creò un rifugio a Stromboli e l’Istituto di Vulcanologia dell’Università una sua sezione. Era un turismo spartano e prevalentemente limitato a un pubblico giovanile. Negli anni Cinquanta nacquero le prime strutture alberghiere, e dai tre esercizi del 1949, già nel 1954 se ne contavano 17, con 81 camere e di 150 posti. La crescita maggiore a Vulcano e Stromboli, grazie alla capacità attrattiva di quegli stessi fenomeni naturali che in altre epoche avevano allontanato gli abitanti.

Dai 90 turisti del 1953 si passò ai 2.000 del 1955 (dati forniti da riviste nazionali specializzate) malgrado i problemi con i collegamenti con la terraferma: finita l’epoca dei battelli a vapore a frequenza settimanale, ci vollero degli anni per arrivare ad aliscafi e motonavi moderne. Celebre il caso di un traghetto danese varato nel 1884 e utilizzato ancora negli anni Settanta per i collegamenti tra Milazzo e le Isole Eolie.

Niente come il cinema contribuì però alla costruzione del mito delle Eolie: già nel 1947 la Panaria Film di Francesco Alliata, Quintino di Napoli e Pietro Moncada, aveva realizzato uno stupendo cortometraggio dal titolo Bianche Eolie, utilizzando vecchie attrezzature da ripresa americane rese impermeabili.

A Panaria si deve certamente la prima narrazione al mondo di quel pianeta inesplorato, conosciuto al più da estrosi aristocratici. A Bianche Eolie seguirono Isole di Cenere e Tra Scilla e Cariddi. Ma il boom del mito si deve a Roberto Rossellini col suo celebre film Stromboli interpretato da Ingrid Bergman. Una storia che – intrecciando cinema e passioni sentimentali – si incrociò con quella di Anna Magnani, già compagna del regista, che reagì all’abbandono da parte di lui, promuovendo la realizzazione di un altro film, Vulcano, del 1950, diretto da William Dieterle. Il mondo intero si appassionò a quella che fu chiamata “la guerra dei vulcani”. Un altro maestro del cinema di Sicilia, Vittorio De Seta, autore di documentari straordinari sulla Sicilia della terra e del mare, raccontò qualche anno fa agli studenti palermitani di essere stato testimone del momento preciso in cui le Eolie, così com’erano state per migliaia di anni, erano scomparse per sempre. Era una mattina del 1958 ed era stato avvistato il primo aliscafo. Tutto era cambiato.