Il piano nobile di Palazzo Galati a Palermo, comprato dal pittore bagherese negli anni settanta, è in vendita. Un’occasione unica per raccontare i luoghi amati dal grande artista

testi Chiara Dino
foto Igor Petyx

È stato un viaggio a ritroso il suo. Da Roma o Velate di Varese, dove aveva le sue residenze più grandi, i suoi colori e le tele, alla Sicilia. Ma con la giusta misura. Non si trattava, ormai più che sessantenne, di tornare a Bagheria, la città delle ville e dei mostri dove era nato e dove già quindicenne affrontava le sue prime prove d’artista. Quello era forse impensabile. Ma Palermo, a un certo punto, dopo averlo celebrato con la grande esposizione a Palazzo dei Normanni (era il ’71 e i testi del catalogo erano a firma di Leonardo Sciascia e Alberto Moravia), lo richiamò, decisa. Ai siciliani succede. C’è chi risponde e chi no. Lui rispose. E prese casa in città, dove aveva studiato e aperto il suo primo studio, pur tenendo nella capitale la sua residenza.  

Quando Renato Guttuso acquistò il piano nobile di Palazzo Galati, di fronte al teatro Massimo, a metà degli anni ’70, lui era già da decenni “Guttuso”,  il pittore ufficiale del partito comunista, l’artista la cui pittura, pur traendo l’anima dai colori, dalla luce e dalle ambientazioni siciliane, si sostanziava del bisogno di interpretare un mondo fatto di occupazioni contadine e garibaldini, organizzazioni sindacali e partitiche nutrendosi di tratti di pennello quasi espressionisti. Il suo exploit alla Quadriennale di Roma era già storia archiviata; il gruppo dei quattro siciliani (oltre a lui, Lia Pasqualino Noto, Giovanni Barbera e Nino Franchina) era un realtà ormai antica; Picasso gli era già amico e lo aveva ritratto nella sua splendida Spiaggia (1953); la Crocifissione (1941), un capolavoro che per la presenza della Maddalena nuda lo aveva fatto diventare il pictor diabolicus, era già stata sdoganata dalla critica e aveva già dipinto anche la Vucciria (1974), il suo dipinto più famoso (oggi è allo Steri, sede del rettorato di Palermo) ma non necessariamente il più bello su cui ciascuno ha raccontato una storia.

Così, già ricco e famoso, il pittore cui si deve il simbolo del Pci (1953), comprò a Palermo una casa principesca quasi di fronte al teatro Massimo, in via Ruggero Settimo, una dimora che adesso, a 33 anni dalla sua morte, è in vendita. Così ha deciso l’erede, il figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso. Per ora è un via vai di appuntamenti con potenziali acquirenti. L’ultimo “evento” privato che si è svolto qui dentro, il 26 agosto scorso, è la festa dei 18 anni di Emma Carapezza, nipote di Fabio e figlia di Marco, il fratello dell’erede Guttuso che ci ha aiutato a ripercorrere la storia del ritorno del pittore a Palermo. Una vicenda che ricostruiamo per flashback, i suoi, con una trama che trae spunto da ricordi privati. Memorie poco più che bambine e poi di ragazzo.

Il legame tra i Carapezza e Guttuso era antico. Marcello Carapezza, il papà di Marco e di Fabio, che sarebbe stato adottato dal pittore senza eredi poco prima di morire, è stato legato all’artista da un’amicizia fraterna. Il vulcanologo petralese, che avrebbe fatto da intermediario per la donazione della Vucciria all’Università di Palermo, per dire, nella casa di Palazzo Galati veniva quasi ogni pomeriggio, dopo il lavoro, a giocare a scopone. Il tavolo, rigorosamente da quattro, vedeva seduti, oltre a Guttuso e all’amico Marcello, Giovanni Gagliardo di Carpinello e Isidoro, grande conoscitore della Vucciria che alla realizzazione del quadro contribuì in modo determinante. E qui c’è da sfatare una delle tante false notizie legate all’opera. Si racconta, a Palermo, che la grande tela sarebbe stata dipinta durante le lunghe giornate trascorse dal pittore sulla terrazza di Shangai, storica trattoria palermitana che si affacciava sul suo mercato più noto. “Non è vero – racconta Marco Carapezza -. In quella trattoria, come mostrano alcune celebri fotografie, lui andava spesso a pranzare. Ci tenne anche un famoso comizio, nel ’75, quando si candidò al consiglio comunale di Palermo sui cui scranni poi si sarebbe seduto accanto a Leonardo Sciascia. Ma la Vucciria, sebbene fosse stata concepita a Palermo, Renato la realizzò a Velate”.

Troppo grande per le dimensioni dello studio di Palazzo Galati: misura tre metri per tre. “E per la sua fattura Isidoro fu determinante”. Il quadro, come è noto, rappresenta una scena di vita quotidiana nel mercato palermitano. I dieci personaggi sono immersi in una selva di uova, limoni, pescespada, gamberi, pomodori, mortadelle, finocchi. Sulla destra pende incombente la carcassa di un bue e quella più piccola di un coniglio parzialmente disossato. “Tutti i prodotti dipinti – ricorda Marco Carapezza – compreso il pesce, arrivavano a Velate al mattino, da Palermo, spediti in aereo. A inviarli all’artista era il fedele Isidoro. Il rituale era consolidato. Aperto il pacco di prodotti siciliani Renato si metteva all’opera: riportava su tela quei limoni, quei pesci, quei pomodori. Quel giorno a pranzo lui e la moglie, Mimise, mangiavano frutta, pesce e verdure appena dipinti”. Ha funzionato sempre cosi: tranne che per il bue. Troppo grande la carcassa e dunque troppo difficile da trasportare, Guttuso la fece arrivare da un macellaio della zona. Probabilmente sarà stato difficile anche smaltirla per pranzo.

Finita l’impresa, l’anno dopo, arrivò il momento dell’acquisto della residenza a Palermo: Palazzo Galati, costruito alla fine del 1700 da Venanzio Marvuglia, era appartenuto ai De Spuches che lo avevano venduto a una società cui faceva parte anche Vivi, la prima moglie del pittore Bruno Caruso. Comprarla, per Guttuso, non fu complicato. Alla Tavolozza, la Galleria della stessa Vivi Caruso, lui era di casa e come anche Sciascia, Piero Guccione, Mino Maccari. L’acquisto fu rapido e una volta conclusosi l’artista decise che qui avrebbe vissuto tre mesi all’anno circa. Era qui a Natale, lo era anche a Pasqua. Così ogni anno prima che si ammalasse e morisse, dopo la moglie, nell’87 a Roma. Non fece nessuna modifica sostanziale alla casa tranne una, anche questa tramandata con una leggenda che non è veritiera. Sul pavimento del salone c’era un grande mosaico che raffigurava un pavone. “Di epoca romana, era un pezzo di grande pregio risalente al terzo o quarto secolo dopo Cristo scoperto nel 1873 a Carini dal principe De Spuches – ricorda Marco Carapezza -. Guttuso volle che quel mosaico fosse tolto. La gente sostiene lo abbia fatto per venire incontro alle ansie della moglie convinta che quel soggetto portasse sfortuna. Invece fu il prezzo aggiuntivo per il mosaico che determinò il suo smantellamento e Guttuso non se ne preoccupò più di tanto. Diceva che se il principe non si preoccupava di mettere le sedie sul mosaico lui però si sarebbe sentito a disagio”. Così fu smontato con l’autorizzazione della Soprintendenza, venduto a un albergo di Sciacca e – dopo infinite vicessitudini – oggi tornato a Carini, il luogo al quale apparteneva, nell’ex convento di San Rocco. Ma questa è un’altra storia.

Quella di Guttuso nella casa di Palermo, invece, una volta risolto l’acquisto e questi aggiustamenti, era fatta di ritmi ordinati e serate mondane. “Renato si svegliava presto, beveva un caffè e andava a lavorare nel suo studio – ricorda ancora Marco Carapezza – da un lato disegnava e dall’altro dipingeva, in genere quadri da cavalletto vista la dimensione della stanza. Non amava stare solo, accanto gli stava Isidoro. Interrompeva alle 12 quando beveva il suo primo Johnnie Walker etichetta nera della giornata. All’una mangiava e nel pomeriggio lavorava fino alle 19. Se faceva il bagno era nella piscina di Villa Igiea”. Per il resto non rispondeva al telefono temendo che quel numero, 325920, lo conoscessero in troppi e accoglieva in casa solo poche selezionate persone. Gli amici dello scopone, Ignazio Buttitta, i Pasqualino. Di qua stavano le donne con vassoi di tartine, di là i maschi. E poi c’erano le sue feste. Le sue indimenticabili feste di Capodanno cui partecipavano personaggi palermitani come Gioacchino Lanza Tomasi o di passaggio a Palermo, come Gianandrea Gavazzeni. Ed erano feste con balli e menu fisso: fagioli bianchi al caviale, salmone selvaggio e un agnello speciale che si faceva mandare dalla zona di Mont Saint-Michel: era l’agneau pré-salé. Quello era immancabile.