Cinquant’anni in sala operatoria a salvare vite. Bino Marino, luminare della cardiochirurgia, racconta la sua straordinaria carriera. Tra i suoi pazienti Madre Teresa di Calcutta e il presidente Sandro Pertini

testi Daniela Tornatore
foto Tullio Puglia

Ha trascorso la metà della sua esistenza in sala operatoria, affondato il bisturi nel torace di migliaia di pazienti (sì, migliaia), toccato con mano il cuore di uomini e donne di tutta Italia, salvato la vita a tante persone. Lo chiamano Bino. Ma lui è Benedetto, di nome e di fatto. Eppure il professor Marino, luminare di cardiochirurgia, professore all’Università La Sapienza di Roma, primario, fondatore dell’istituto cardiochirurgico dell’Università di Catania, sostiene che la vita salvata da questa professione sia stata innanzitutto la sua. 

Oggi ha 87 anni, da quindici è in pensione, ma ricorda le diagnosi e le storie di tutti i pazienti che ha curato. La tradizione di famiglia voleva che nascesse a Cattolica Eraclea, il paese di sua madre. Ma le doglie la sorpresero a Porto Empedocle, la città di Andrea Camilleri, ed è lì che il cardiochirurgo è nato “casualmente”. Poi ne è diventato cittadino onorario. Vive a Roma da oltre mezzo secolo, ma ha un rapporto fortissimo con la Sicilia. Ed è nella sua casa di Palermo che lo si ritrova ogni estate. Il suo cane si chiama Erodoto…

Perché Erodoto?

“In realtà si chiamava Eros. Poi ho capito che alla mia età avere un cane con quel nome non era così divertente…”

Professore, quando nasce il suo legame con Palermo?

“Tutto sommato tardi, con l’università. E di quella università conservo un buon ricordo. Dopo avere frequentato il liceo ad Agrigento, è qui che ho studiato. Con me venne tutta la mia famiglia, mandare un ragazzo da solo in una grande città era considerato inopportuno. Ma lasciai Palermo la sera stessa in cui mi laureai, era il febbraio del 1958. Mi aspettava la cardiochirurgia e mi aspettava il professor Valdoni, che era un grande chirurgo e che è stato il mio maestro. Mi imbarcai sul postale e arrivai a Roma, dove sono rimasto per tutti questi anni. Se si escludono gli stage cui ho partecipato negli Stati Uniti”.

Ha sempre desiderato fare il cardiochirurgo?

“No, io volevo fare il chirurgo. Avevo il mito di mio zio, il fratello di mia madre, che è stato primario ad Agrigento, uno molto bravo. All’inizio, come tutti i ragazzi, ero combattuto: pensavo di studiare legge per fare il penalista. Poi prevalse la tradizione familiare. Quella per la medicina è stata una scelta felice. Un percorso duro, faticoso, con momenti di scoramento. Ho svolto la mia professione in un secolo difficile, il Novecento, con il terrorismo e tutto il resto. Mi occupavo di esseri umani. Un medico cura le persone. Adesso che sono in pensione e mi trovo alla fine della mia vita, penso che se avessi fatto un altro lavoro sarei stato molto infelice. Molte cose degli uomini sono aride, vengono vissute in funzione della ricchezza. E invece, grazie al mio lavoro, ho fatto cose utili per delle persone. Questo mi consola molto nel mio bilancio finale”.

Come si sopravvive con la responsabilità enorme che un medico ha tutti i giorni?

“È vero, abbiamo una grandissima responsabilità. Ma per fare il medico ci vuole passione. Se affronti questo lavoro come qualsiasi altro, vengono fuori i guai. La moglie, i figli, la famiglia, il tempo libero, tutto questo non è conciliabile con il lavoro di medico. Mai. La dedizione e il sacrificio devono essere totali, c’è poco da fare. E allora nascono i problemi, non solo familiari ma soprattutto con se stessi: senza la dedizione non puoi essere un buon medico. Questa professione sta cambiando, oggi ci sono nuove tecniche. Ma il fattore umano resta importantissimo. Puoi essere bravo quanto vuoi, ma un vero medico si deve portare il problema del paziente anche a casa, non può chiudere. Deve sempre ricordarsi di avere di fronte un uomo. Io ho avuto una moglie brava, Lucia. Lei mi ha assecondato molto”.

Era siciliana anche lei?

“Sì. Io la lasciavo praticamente sempre sola, lei si è occupata dei nostri due figli”.

Tra i pazienti che lei ha curato ci sono stati anche molti personaggi importanti…

“Certo, se cresci e diventi credibile va a finire che operi il top della società”.

Per esempio?

“Per esempio il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. E tante altre persone, politici, magistrati. In fondo ero il cardiochirurgo di Roma, il punto di riferimento”.

Lei ha operato anche Madre Teresa di Calcutta…

“Sì, è vero. Fu un’esperienza molto bella. Sapevo qualcosa di lei, ma non moltissimo. Un giorno mi chiamò un medico di una casa di cura privata e mi chiese se potevo accompagnarlo a visitarla. Lei era di passaggio a Roma, non stava bene. Accettai e la sera andai a trovare questa suorina, era di una semplicità sconvolgente. Incredibile. Aveva un blocco atrioventricolare, aveva bisogno di un pacemaker, che poi le abbiamo messo. Fu un incontro che mi segnò molto. In quel periodo avevo fatto un capriccio, uno dei pochi capricci della mia vita. Era appena uscito uno spider della Mercedes, molto bello, costava un sacco di soldi. Lo comprai. Quando lo portai a casa mia moglie non ne volle sapere niente, ci salì una volta sola. Presto lo diedi via. Avevo il grande rimorso di avere speso tutti quei soldi per una macchina. Allora andai in banca, scambiai delle lire in dollari, li misi in una busta e quando tornai a visitare Madre Teresa, gliela diedi. Lei prese quella busta come una regina, non potrò mai dimenticarla. Mi regalò un rosario. Io misi a posto la mia coscienza”.

Le disse qualcosa?

“Di recitare una preghiera”.

Parliamo dei primi trapianti di cuore. In Italia sono arrivati con lei…

“Con me e con altri, all’inizio degli anni Ottanta. Ci voleva l’autorizzazione per eseguire un trapianto di cuore e l’Italia non ce l’aveva. A Roma eravamo pronti, ma la prima autorizzazione venne concessa a Padova dal ministro Degan. Fu lì che avvenne il primo trapianto di cuore nel nostro Paese, a opera del mio collega, il professore Vincenzo Gallucci. La mattina dopo, a Roma, eseguii un trapianto anch’io, su un uomo. Era il 1983. Ma benché avessi richiesto l’autorizzazione, non l’avevo ancora ricevuta, e così il ministro mi denunciò. Avevo infranto la legge”.

Come andò a finire?

“Che venne tutto archiviato. Il trapianto andò bene, ma fece molto scalpore. Poi, per l’abbrivio, facemmo il primo trapianto pediatrico in Europa”.

Come fu quell’esperienza?

“Molto emozionante. Si trattava di una bambina di sei anni gravemente malata e c’era un altro grosso problema: i suoi genitori erano testimoni di Geova. Quindi avevo l’obbligo di non fare trasfusioni di sangue. Devo dire, però, che avevo una riserva mentale: se fosse stato necessario, la trasfusione l’avrei fatta. Sono stato fortunato, l’operazione andò liscia e non ce ne fu bisogno”.

Ha più visto quella bambina?

“Sì, ma purtroppo all’età di 29 anni morì in seguito a un incidente motociclistico. Ricordo anche il secondo bambino cui ho trapiantato il cuore, è napoletano, sta bene, fa il parcheggiatore abusivo. Poi cedetti il testimone dei trapianti sui bambini all’ospedale pediatrico Bambin Gesù, lo ritenni più giusto”.

Che momento è, dal punto di vista del medico, quello dell’incontro con il paziente?

“Gli incontri sono sempre diversi, perché l’umanità è molto varia. Io con i malati parlavo. Non ero asettico. Dietro ognuno di loro c’era una storia. Era sempre emozionante. La routine in questo lavoro non esiste, spesso è un’avventura. Puoi programmare tutto, ma c’è sempre l’imprevisto”.

L’intervento più lungo che lei ricordi per quante ore è andato avanti?

“Tantissime. Il paziente era un uomo di cinquant’anni in gravi condizioni, era già stato rifiutato da un altro ospedale, ma io quella mattina decisi di operarlo lo stesso. Uscì dalla sala operatoria abbastanza bene, ma dopo due ore fui costretto a riportalo sotto i ferri e a rifare da capo l’intervento. Finimmo a notte alta”.  

Come si fa a reggere fisicamente?

“Adesso sono vecchio, ma prima non mi stancavo. Avevo il problema della mattina presto, poi non mi fermavo più. Si stancavano gli assistenti, io potevo andare avanti senza sosta. La tensione aiuta molto. Avevo una grande resistenza, fisica e mentale”.

La chiamano ancora per avere dei consigli medici?

“Un chirurgo non può trascinarsi negli anni, ha bisogno di una certa fisicità. Quindi non ho fatto come molti, che accettano incarichi per continuare a vivacchiare. Una volta andato in pensione ho smesso completamente. Il primo anno non è stato bello, ma poi ho imparato ad apprezzare la libertà, i tempi lenti, non devi più correre, non hai venti segretarie a ricordarti mille impegni. Però certamente ancora adesso mi chiamano al telefono per chiedere un consiglio, un aiuto, soprattutto i siciliani. E non solo per il cuore, ma perfino per le cataratte. Io rispondo. Fino a mezzogiorno, poi basta. E con mia grande sorpresa – questa è una delle cose buone della mia vita, che mi aiuta in questo percorso di invecchiamento – trovo sempre la disponibilità di tutti i medici e di tutti gli ospedali ai quali mi rivolgo per affidargli questo o quel paziente. Mi fa un grande piacere, significa che ho lasciato un buon odore”.

Lei è un uomo di fede, professore? 

“Sì. Non praticante, ma di grande fede. Lo sono perché trovo stupido tutto il resto della vita. Se non ti occupi dei tuoi simili, che cosa hai concluso? Porto avanti un discorso di solidarietà continua, ed è sempre troppo poco”.

Però ha dedicato tutta la sua vita agli altri…

“È l’unico senso”.

Che rapporto ha oggi con la Sicilia?

“L’ho sempre amata molto. È una terra martoriata, siamo eternamente fuori tempo. Chissà perché. I siciliani sono intelligenti, ma c’è anche tanta ignoranza. E quelli istruiti sono avidi. Era meglio la Sicilia di una volta, certamente arretrata ma c’erano persone sagge, seppure in minoranza. In questi giorni sto leggendo il filosofo francese Serge Latouche, il teorico della decrescita felice. Lui scrive: ‘Siamo a bordo di un bolide senza pilota, senza marcia indietro e senza freni, che sta andando a fracassarsi contro i limiti del pianeta’. Ecco, la Sicilia è un po’ così”.

Professore, lei che ha tenuto tra le sue mani il cuore di così tante persone, che cosa ha capito dell’amore?

“L’amore è la forza della vita, ma purtroppo sono convinto – e mi dispiace dirlo – che la parola amore venga usata nella maniera sbagliata. I ragazzi lo confondono con il sesso, non c’entra niente. L’amore è un progetto, una sintesi tra due anime. E allora regge, e allora è bellissimo”.