È quella che ha fatto Daniele Rossi, architetto milanese che da anni ormai ha aperto un suo studio nel Val di Noto. Vivere in Sicilia, racconta, “è stato come realizzare una vocazione”

di Gabriele Miccichè

È quella che ha fatto daniele rossi, architetto milanese che da anni ormai ha aperto un suo studio nel val di noto. vivere in sicilia, racconta, “è stato come realizzare una vocazione”

 Daniele Rossi, architetto milanese non ancora cinquantenne, si divide tra il suo studio meneghino e quello del Val di Noto che ha aperto 12 anni fa. Una scelta inusuale. Molti professionisti lombardi hanno casa in Sicilia ma è estremamente raro che vi si trasferiscano in maniera non occasionale, per scelta di vita.

Come mai? “È stata una scelta quasi naturale, un approdo coerente con la mia vita professionale precedente”.

Laureatosi al Politecnico di Milano, Rossi nel 1994 si trasferisce per un anno a Lisbona per l’Erasmus. “Un’esperienza decisiva e davvero felice”. Dopo, anziché rientrare in Italia, preferisce trasferirsi a Berlino dove si ferma due anni. “Fu una scelta fortunata. Al mio rientro a Milano mentre cercavo lavoro incontrai l’architetto Michele De Lucchi, allora ancora un outsider nel panorama milanese ma uno dei professionisti che avevo imparato ad ammirare di più. Cercava qualcuno che si occupasse di alcuni suoi progetti in Germania”. Seguirà per lo studio di De Lucchi, tra l’altro, la realizzazione di diverse stazioni ferroviarie a Rosenheim, Hof, Berlino.

Nel 2001 il primo contatto professionale con la Sicilia: la riqualificazione ambientale della centrale Enel di Termini Imerese. “Quello fu per me un primo approccio, il mio coinvolgimento nel progetto rimase marginale. Diverso il caso, nel 2007, della centrale Enel di Gargallo Priolo, di cui guidai progettazione e realizzazione”. E per la quale chiamò per la documentazione fotografica Gabriele Basilico. Oggi i modelli e il video delle centrali fanno parte della collezione permanente del Centre Pompidou. “Durante i lavori della centrale Gargallo salii su una torre del complesso industriale alta cento metri. Da un lato la realtà straniante del polo petrolchimico di Priolo e Augusta, dal lato opposto il paradiso. Da quell’altezza si dominava tutto il Val di Noto”.

Rossi si occupava già da alcuni anni di design e arredo delle abitazioni soprattutto per una clientela internazionale. “La mia filosofia di lavoro l’ho imparata da Ettore Sottsass: per creare bisogna essere innocenti, calmi, innamorati. Nel paesaggio della Sicilia tra il ragusano e il siracusano, tra gli uliveti, le vigne, i frutteti, i muretti tirati a secco ho pensato di potere interpretare il rapporto con il paesaggio sforzandomi di rispettare la tradizione del luogo, dei suoi materiali, delle forme e dei colori facendo riferimento anche alle possibilità di frequentare maestri e artigiani locali”.

E in effetti le costruzioni realizzate in Sicilia si incastonano con leggerezza e serenità tra le geometrie dei muretti e la quieta bellezza degli uliveti. Costruzioni austere, essenziali, quasi severe, che nel loro intrinseco rigore sembra non vogliano disturbare il delicato equilibrio di quel paesaggio.

E il suo rapporto con la Sicilia, si è trovato a tuo agio?

“Mi sembra di avere realizzato una vocazione. Quando avevo dodici anni ho visto il film dei fratelli Taviani Kaos, ispirato a tre novelle di Pirandello, ne rimasi estasiato. Mio nonno era un grande appassionato del maestro agrigentino. Aveva scritto alcune cose su di lui che non pubblicò mai ma che conservo gelosamente. Era professore di Storia e Filosofia ma anche profondamente radicato alle sue origini contadine. Ci raccontava le sue esperienze degli inizi del Novecento quando ci si trovava in grandi tavolate di trenta-quaranta persone a condividere la musica o il cibo. Se tutto questo nell’Italia settentrionale è ormai una memoria remota, in Sicilia mi sembra che, sebbene anche qui il mondo contadino stia scomparendo, lo faccia più lentamente lasciando tracce ancora visibili”.

Da qui la decisione di aprire uno studio a Noto e la possibilità – anche per la conoscenza del tedesco – di godere di una clientela internazionale. Ma, per un architetto di Milano, lavorare in Sicilia non è difficile?

“Molto più difficile avere a che fare con i clienti tedeschi. Con i siciliani sento una grande affinità anche se mi rendo conto di avere bisogno di una certa distanza. Credo avesse ragione il regista Pietro Germi: la Sicilia è come l’Italia, ma più esagerata”.

E quindi da padano ha trovato una sua mediterraneità?

“Sì anche se credo che la vera Sicilia sia quella dell’interno più che quella delle coste. Mi piacerebbe, dopo Noto, trasferirmi di una trentina, quarantina di chilometri”.

Verso?

“Mi piace molto Palazzolo Acreide, per vivere un’esperienza più montanara”.

Lei sta conducendo uno studio su Noto Antica, i cui primi risultati stanno per essere pubblicati dall’editore palermitano Torri del Vento. In effetti tutti conosciamo il Val di Noto barocco ma pochi si domandano cosa ci fosse prima dell’eruzione dell’Etna e del terremoto del 1693…

“A una decina di chilometri dalla Noto attuale, che è a duecento metri sul livello del mare, a circa cinquecento metri d’altezza, ci sono i ruderi di Noto Antica. Io sono un accanito camminatore e anche un fotoamatore e cinefilo. Nelle mie passeggiate ho scoperto non solo i ruderi del castello ma anche pezzi di cinta muraria ancora in piedi e, sebbene invasi dalla vegetazione, i basamenti di parecchie case. Le mie passioni, unite alla mia professione, mi hanno sollecitato ad approfondire lo studio, a scavare negli archivi online. Noto nel Quattrocento aveva 25.000 abitanti e si pensi che all’epoca Firenze, che era una delle città più importanti d’Europa, ne contava poco più di 50.000. Al momento del terremoto, quando la popolazione si era dimezzata, vi erano 44 chiese, 15 conventi, 130 abitazioni nobiliari, due caserme, un ospedale, 18 mulini e il castello, di cui esistono ancora importanti tracce, con una storia straordinaria. Di impianto tardo antico e bizantino era stato ristrutturato nel Tre e Quattrocento”.

E quindi si è trasformato in archeologo?

“No, studio, ricerco e utilizzo le mie competenze professionali. Oggi a studiare la città antica sono tre persone: un americano, uno svizzero tedesco e Francesco Balsamo, un anziano avvocato di Noto. Io adopero le mie capacità: realizzo rilievi, mappe, riscontri fisici, nel tentativo di ridisegnare la città. Con un po’ di fortuna, alla Bibliothèque Nationale de France, ho trovato i disegni del Collegio dei Gesuiti e diverse piante della città”.

Quindi di un episodio così importante della cultura della Sicilia se ne stanno occupando un avvocato di 80 anni, due studiosi stranieri e lei, architetto milanese, seminaturalizzato siciliano. E questo in una città come Noto che è anche meta di un turismo colto e attento…

“E bisognerebbe scavare non soltanto nei siti della rete e nelle biblioteche, ma anche fisicamente. La città è ancora tutta lì, letteralmente da scoprire”.