di Daniela Bigi

La storia di Castelbuono riserva, tra i tanti, un evento di particolare interesse, che si colloca, per la precisione, nell’aprile del 1920. Mi riferisco all’acquisto all’incanto del celebre Castello dei Ventimiglia da parte della popolazione grazie a una raccolta di fondi promossa al fine di aggiudicarsene la proprietà per salvaguardare il fulcro della vita religiosa e civile del paese, visto che quell’austero maniero custodiva da sempre, nella Cappella Palatina, le reliquie della patrona Sant’Anna.

Cento anni dopo, il Museo Civico recupera quel fatto e lo celebra con un progetto intitolato proprio L’Asta del 1920 grazie al quale, per la cura di Maria Rosa Sossai in collaborazione con Angelo Cucco, sono state riunite le tante componenti del tessuto cittadino – la Proloco, le associazioni, le scuole, le confraternite – per una vasta programmazione di eventi che si svolgeranno fino a marzo 2021.

A partire da quella vicenda storica del tutto straordinaria, questa comunità, già di per sé piuttosto attiva, è stata invitata a riflettere sul concetto di “bene comune” ed è tornata ad esperire la ambita condizione di solidarietà sociale e condivisione di intenti.

“Cos’è il bene comune se non la ricerca di uno stato di benessere insieme agli altri? – si chiede la curatrice del progetto -. Il filosofo del diritto Francesco Viola afferma che il bene comune è un fascio di relazioni che va in un senso e poi nell’altro. Ecco, mi interessava entrare dentro i modi in cui una comunità costruisce il proprio benessere, attraverso la relazione con gli altri e la realizzazione di progetti”.

L’esperienza corale di riappropriazione del bene comune, materiale o immateriale che sia, ha trovato il suo volano nella mostra appena inaugurata al Museo Civico. Il titolo, La stanza delle meraviglie, prende spunto da quel capitolo che vede la wunderkammer al centro della lunga storia che dalla cella monastica medievale conduce alla nascita della galleria principesca e poi del museo illuminista. La camera delle meraviglie è il luogo in cui il collezionista cinquecentesco, e poi ancora quello dei due secoli successivi, custodisce e organizza i suoi mirabilia, ovvero i preziosi oggetti della sua raccolta di naturalia e artificialia capaci di destare “meraviglia”. Una meraviglia che se da una parte traduceva l’impulso alla conoscenza proprio di quella fase storica in cui i saperi scientifici ingaggiavano un fitto dialogo con quelli umanistici, dall’altra entrava a pieno titolo nella consueta dinamica proiettiva legata allo status sociale e culturale del committente.

Anche nel caso di questa mostra a Castelbuono la stanza delle meraviglie ha un valore proiettivo, ma anziché celebrare il “principe” celebra quel qualcosa di impalpabile ma di fortemente cementante quale può essere una memoria condivisa, una tradizione comune, motori potenti di una narrazione resa viva dalla relazione con il territorio e la sua storia.

I cittadini del comune madonita hanno così dato in prestito al museo una serie di oggetti di primo Novecento legati a una memoria personale, familiare, alcuni di pregio, altri di uso quotidiano, riannodando in questo modo le tante storie di quanti vissero quel momento di speciale partecipazione alla vita democratica.

Il segno è inequivocabile. E l’arte ha alle spalle una tradizione molto consolidata per poterlo raccogliere. Pensiamo a Beuys, alla sua battaglia per la valorizzazione della creatività individuale, ma non dimentichiamo il pensiero altrettanto carismatico, seppure forse meno noto, dei più vivaci fra i Situazionisti. Varrebbe la pena riprendere in mano i loro scritti.