testi Salvatore Savoia
foto Igor Petyx

La Sicilia del Gattopardo, per una volta, vista da una prospettiva insolita, quella delle “stanze dell’amministrazione”, in genere poste all’ammezzato, che in fondo consentivano a chi viveva negli appartamenti al piano nobile di perpetuare nel tempo il privilegio. Tutto nasce dal ritrovamento di alcune casse provenienti dai solai di una grande casa palermitana. Carte lacere e documenti prevalentemente amministrativi, pieni di cifre, mangiati da topi o consumati dall’umidità delle soffitte, probabilmente mandati al macero nel corso di chissà quale ristrutturazione. Protagonisti quegli uomini e quelle donne che vissero all’interno di una grande casa restando all’ombra ma permettendo la sopravvivenza di un ordine molto antico che non era solo quello della casa-famiglia ma piuttosto quello della casa-azienda. A sovrintendere a tutto ciò l’Amministratore, il responsabile della cassa, moderatore degli sperperi del padrone e consigliere non sempre disinteressato nelle vicende pratiche. Un uomo potente, molto amato o molto odiato.

Dentro cartelline bloccate da spille veniva trascritta la natura di ogni più minuta spesa, insieme alla fattura, la nota di pagamento e l’eventuale sollecito. Tutto da sottoporre al “si paghi” dell’Amministratore.

La nostra storia si svolge a Palermo, a Palazzo Mazzarino in via Maqueda, tra il 1880 e il 1930. Una casa ancora integra, abitata da una famiglia che aveva delle grandi proprietà fondiarie in tutta l’Isola, e manteneva in quegli anni uno stile di vita alquanto agiato. Non fu così per altre famiglie. Molte rondini erano volate via, disse Lampedusa, e già nella seconda metà del XIX secolo i corpi bassi dei palazzi erano spesso dati in affitto a botteghe. Il più curioso documento scoperto è un libretto sul quale, giorno dopo giorno, vengono annotate le spese di un viaggio a Firenze e a Napoli nell’autunno del 1880. Le spese sono registrate non dal viaggiatore (un giovane rampollo dei Conti di Mazzarino) ma dal suo accompagnatore, qualcuno della Casa incaricato di seguirlo in una sorta di viaggio d’istruzione o di formazione. Naturalmente il signorino in treno viaggiava in prima classe, mentre l’accompagnatore si doveva accontentare della seconda.

Con una precisione assoluta si indica (per riferire evidentemente poi a chi di dovere) che il 2 ottobre erano state spese £.49,90 per l’acquisto di biglietti per Livorno (la spiaggia?) £ 5 (“babà pel signorino”) ma anche £.2,5 per elastici nuovi per i suoi stivali. Nel corso delle giornate fiorentine non vi è traccia di visite culturali, ma non mancano note di spese per regalie a cantanti, petits cadeaux (£.17 per ventagli, £.10,75 per l’Acqua di Suez) oltre a non meglio identificate spese, “di cospicuo tenore fatte dal Signorino”. A casa avrebbero capito.

A Napoli si spendono 6 lire per entrare al gabinetto zoologico, ma non mancano le spese per “cantanti” controbilanciate da quelle per le “sedie in chiesa”. Il signorino acquista comunque per ben 60 lire un bastone a sedia e si concede con 15 lire una serata con “ostriche e frutti di mare”.

È evidente il desiderio di compensare il privilegio con una pioggia di contrappesi, costituiti da mance, elemosine e regalie. Persino sul “vapore” Napoli-Palermo si fa cenno a “elemosina sul vapore, regalia ai camerieri, regalia alla cameriera, alla stiva, ai facchini, all’uomo della barca, all’uomo “dei cani” a bordo”.  Ed è così per tutto il viaggio.

Non mancano altre carte, tra quelle venute alla luce, che fanno riflettere: nel corso di una ricognizione in un alloggio lasciato libero dai cocchieri si legge: “Casa dei cocchieri senza chiavi, trovata aperta, contenente due paia di trispi e pagliericci, 2 coscini, una tavola, una piccola toletta, un attaccapanni, tre sedie. A terra una pentola di rame con coperchio ed un coppino”. Tutto qui. 

L’Amministrazione pagava gli onorari agli insegnanti dei signorini. Siamo nel 1886:

–   lire 100 al signor Giuseppe Lo Cicero, quale professore di Fisica del signor Giuseppe Lanza Mazzarino;

–   lire 50 al sig. Gioacchino Cartoccio maestro di equitazione;

–   lire 50 al sac. Gabriele Bibbia professore di letteratura;

–   lire 40 al sig. Michele Favaloro professore di calligrafia;

–   lire 35 al sig. Giuseppe Pinto, maestro di scherma;

–   lire 25 al sac. Giuseppe Mignon professore di lettere;

–   lire 25 al sig. Paolino Di Giovanni professore di disegno.

In un “ordinativo di esito” dell’ottobre 1906 si fa cenno alla presenza, solo nel Palazzo, di:

–   12 domestici, con salari oscillanti tra £.32 e £.48;

–   2 elementi di cucina, pagati l’uno £.68 e l’altro £.48;

–   3 portieri;

–   1 giardiniere;

–   1 fattorino;

–   8 addetti alla scuderia, tre dei quali non identificati col nome e detti solo “palafrenieri”;

–   9 “donne”. È forse da sottolineare che la donna meglio retribuita ha un salario inferiore all’ultimo dei “domestici” di sesso maschile.

L’Amministratore doveva pure gestire le vacanze del Conte: una lettera in francese del 1906 indirizzata al Grand Hotel di Roma, avverte che nel mese di agosto Sua Eccellenza chiede di riservare un appartamento composto da un petit salon, tre camere a due letti, due ad un letto comunicanti. En plus, une chambre de femme a due letti nello stesso corridoio. Segue un elenco dettagliato dei servizi richiesti e dei diversi menu da servire agli accompagnatori e ai bambini. E lo stesso avviene a Carlsbad, Parigi, Montecarlo e Ostenda.

Il profumo della “Belle époque” traspare nel genere delle spese. In quel mondo tutto sfilate e feste, ecco una fattura per £.64 e cent. 60 “per biglietti d’entrata, carrozze, fiori ed altro pel corso di fiori alla R. Favorita” del 26/3/1906. Sempre nei primi mesi del 1906 si pagano £.355 al Prof. Morasca, Maestro di Musica, per due prove e un servizio pel ballo in casa del signor Conte. Oltre ai 16 professori di orchestra si pagano £.5 al professor Lima che “fornì la musica per la tarantella dei bambini”. Sempre nel 1906 lire 60 pel fitto di un palco e due poltrone al Teatro Massimo, ma anche £.11 per biglietti del circo offerti alle donne del personale. Si pagano £.84,60 alla ditta Ingham & Whitaker per la fornitura di vino Marsala, qualità Racalia, e si acquistano da Tréves a Milano riviste di viaggi, opere di Mortillaro, Verga e Ariosto, ma anche un gran numero di libri fra il rosa e il familiare, di moda nel primo Novecento. Tra i titoli “Il regno della donna”, “Dell’assistenza ai malati in famiglia”, “L’isterismo e l’ipocondria”, “Mio figlio s’innamora”.

Si intravedono però le prime nubi: che si trattasse di un vezzo o no, quello di non pagare correntemente i fornitori era cosa assai diffusa. Una serie di note del febbraio e marzo 1910 della Ditta di mode Worth di Parigi tempestano “Madame la Comtesse” e “Monsieur Le Comte” perché paghino dei conti scaduti (sono 8.819 franchi). Lo stesso fa un sarto londinese di Bond Street, l’afflitta Emilia Bossi, titolare di una Casa di Mode di Firenze e un disperato scultore, Luigi De Feo da Parigi. Ho avuto occasione di sorridere di tutto ciò anni fa ciò con gli eredi del Conte distratto, e credo che la questione, al di là dei problemi finanziari magari contingenti, vada ascritta a un atteggiamento di assoluto disinteresse rispetto a questi temi.  E gli Amministratori? Non fu raro di certo che larghe fette dei patrimoni scivolassero nelle loro tasche, mentre lo sconfitto sonnecchiava al circolo. Lo stesso Lampedusa ricorda amministratori zelanti e onestissimi, ma anche rapaci approfittatori. Dal mondo del feudo provennero peraltro non pochi ex gabelloti, divenuti gli apripista della moderna mafia. Ma è altro discorso. Del periodo della guerra nel nostro carteggio, non si fa traccia, Solo una lettera del 1943 in cui la Società dei Telefoni informava la Casa dell’impossibilità di allacciare un impianto telefonico, perché sprovvista dei materiali necessari. Sulla lettera, a macchina da scrivere e con inchiostro rosso, la dicitura in corsivo “Vincere!”.