Riscoprire i ritmi della vita dei paesi dell’entroterra siciliano, ritrovare i modi e i tempi degli artigiani del passato: con questo manifesto per una nuova ripartenza Corrado Assenza, l’uomo che ha rivoluzionato con il suo “Caffè Sicilia” di noto l’idea stessa di pasticceria, inizia la collaborazione con Gattopardo

testi Corrado Assenza

Ormai tanti anni orsono, ho scelto in questa società di appartenere alla comunità dei professionisti del cibo. A una di quelle categorie che per quotidiana applicazione professionale, per ottenere quanto necessario alle esigenze della vita dei componenti della propria famiglia, produce alimenti. Tutti i giorni, per tanti anni. La pandemia mi ha bloccato e mi ha regalato il tempo che mai avevo avuto a disposizione.

Ma ha fatto per me molto altro: mi ha dato la possibilità, dopo l’apertura dei cancelli, di fare quanto di più bello e interessante potessi immaginare, quanto da molto non riuscivo più a fare: occuparmi delle piante nel cortiletto di casa, leggere, scrivere, girare per la mia Sicilia in macchina con mia moglie al fianco, fotografare, parlare con persone sconosciute che man mano incontravo, incontrare qualche caro amico che non vedevo da molto tempo, provare qualche cucina professionale che non avevo avuto, prima, tempo di provare.

In altre parole, raccogliere elementi per formare un parere, limitato ovviamente, non assoluto. Una conoscenza di campo reale, provata dello stato dell’agricoltura, della zootecnia, della pastorizia, della cura del paesaggio e dell’ambiente selvaggio della nostra Isola, la mia Terra, quella natia e scelta.

Vendicari, per gustare e godere della sapida, iodata, tesa brezza marina, che di volta in volta si arricchiva dei profumi del timo e del finocchietto, dei voli di garzette e aironi, del verde delle chiome dei mandorli e dei limoni, dei carrubi e degli ulivi.

Pantalica per rivivere il mito del popolo Siculo perseguitato e cancellato dall’arrivo degli Ateniesi delle nuove colonie sulla costa, approfittando per fare brevi tappe nei piccoli paesi dell’entroterra della provincia aretusea: Palazzolo, Ferla, Cassaro, Buccheri, Sortino. Graziosi centri urbani, ricchi di storia minore rispetto a quella dei grandi centri e delle città della costa, condannati a seguire le sorti di quella che un tempo era l’unica risorsa per la loro sopravvivenza: l’agricoltura. I terreni di collina, sassosi e impervi, dove la meccanizzazione agricola è impossibile, sono diventati marginali, molto spesso abbandonati, non seminati o non arborati, incapaci di generare redditività, di tenere il passo del sistema agricolo industriale della monocoltura spinta o della coltivazione protetta di primizie e ortaggi sempre più senza stagionalità, diffusa nella zona costiera e nelle pianure. Cambiando il paesaggio, alterando la bellezza naturale, qualche volta generandone una diversa, spesso negandone i presupposti.

Da qui comprendo il grido di dolore, l’analisi puntuale e precisa che Franco Arminio, il poeta paesologo irpino, fa del fenomeno di abbandono dei territori interni lungo tutto l’Appennino, dall’Emilia Romagna alla Calabria, del crollo dei piccoli centri urbani, simili all’inverosimile a quelli da me visitati in Sicilia, dove i giovani in età produttiva scappano, attratti come falene dal faro della grande città. E di Arminio condivido l’analisi, le speranze, la ricerca di una soluzione.

Rischiamo di perdere quello che un tempo era il tessuto vivo e florido costituito da una piccola economia di rete, strutturato su decine di migliaia di microscopiche aziende agricole capaci di generare risorse sufficienti a una vita dignitosa in migliaia di piccoli borghi rurali, producendo il vero, reale patrimonio di biodiversità, agricolo e alimentare. Lo stesso che ha reso l’agricoltura italiana di prossimità un patrimonio unico al mondo, prezioso, insostituibile, solida base dello stile alimentare che il mondo c’invidia. Quella tanto sbandierata “Dieta Mediterranea” che è anche cibo ma non esclusivamente. Ritmi di vita, qualità di relazioni e socialità tra le persone, condivisione di speranze, piccoli progetti, quasi sogni, microscopiche aggregazioni sociali, a carattere spesso familiare, ne sono parte inscindibile.

Oggi di tutto questo rimane qualche sdrucito brandello che sta per staccarsi come iceberg alla deriva. In questo caso nella corrente dell’economia luccicante poggiata su titoli, quotazioni e brand, fatta di aziende globali e pretesa green economy, quella che in nome di un ecologismo globale non ha capacità di lettura del reale e locale. Non arriva a comprendere che il ritorno alla vita di questi piccoli centri e delle loro economie di piccola scala in un mondo che è sempre più interconnesso, che vive di relazioni economiche e sociali come mai prima, è alla base di ogni vera svolta ecologista e sostenibile dell’economia globale. Non un unico modello di vita, uguale per tutti, ma una rete di migliaia di formule locali generate e cucite da comunità sociali e locali, adeguate alle caratteristiche dei territori, all’utilizzo intelligente e coerente delle risorse localmente disponibili, alle attese di vita delle popolazioni, alle giuste istanze di qualità della vita per ciascun individuo.

Questa è la reale svolta ecologista dell’economia planetaria, quella necessaria a superare, nel tempo, il pantano in cui ci siamo infilati, quello della concentrazione di enormi ricchezze nelle mani di pochissime persone. Abbiamo bisogno di tempo e dell’energia di ciascuno di noi. Ma ne abbiamo bisogno da subito.

Abbiamo imparato quanto la fragilità del “sistema sociale”, la sua capacità di tenuta all’arrivo del non previsto – ma prevedibile – sia la risultante di decenni d’incuria, figlia di disinteresse e incapacità di chi, preposto alla cosa pubblica, in realtà solo della personale si è occupato, demolendo una cultura di cura e tutela del bene collettivo, inteso come civico valore superiore, che adesso faticheremo, non poco, non per poco tempo, a ricostituire.

Non serve la buona azione quotidiana di scoutista memoria, non il fioretto quotidiano che ci dà la patente e ci lava la coscienza per qualche nefandezza in più, ma il senso civico di appartenenza a una collettività che ha bisogno dell’apporto di ciascuno dei suoi componenti per ritornare ad ammirar le stelle.  Traiamo spunto dai giovani che hanno risposto all’appello nel momento di bisogno, ispiriamoci a loro al loro senso di altruismo, per trovare il modo, il tempo, il luogo, il particolare cui applicare la nostra energia. Spingere dal basso, anche gli insensibili, anche gli incapaci, spingere energicamente ristrutturando le nostre vite, la nostra socialità.

Senza dimenticare la sofferenza vera di chi dalla pandemia era direttamente coinvolto sui due lati della trincea: chi soffre e muore perché investito dalla valanga; chi cura, soffre e muore perché argine, riparo vuole essere alla valanga stessa. Abbiamo imparato, in pochissimi – sempre troppo pochi – a farci carico che tutta questa sofferenza cominci ad appartenere a un passato. Abbiamo bisogno che tutto questo finisca, che la fine di questa sofferenza segni contemporaneamente anche quella della pandemia. Perché questo è parte integrante della stessa.

Tutto questo ha una così stretta correlazione con quanto i miei occhi, le mie narici, le mie orecchie, la pelle del mio volto e quella dei polpastrelli delle mie dita raccolgono quella domenica di meno di un mese fa tra Noto, Palazzolo Acreide, Giarratana, Vizzini, Grammichele, Caltagirone. Tra quelle assolate e solitarie strade i pensieri diventano materiali. Giallo, d’oro vero, quello dei campi di grano maturo o appena mietuto; verde sfolgorante della vegetazione selvaggia d’alto fusto; verde ancora ma unico, inimitabile quello di ulivi e carrubi, della rigogliosa vegetazione dei fondo valle… Ogni elemento ha il suo odore, un suono proprio che suggerisce vita, dinamica e attiva. Ha densità la luce del sole tanto da sembrare materia sulla pelle: il calore che sprigiona è materia, al pari di quella delle erbe spontanee e dei fiori di campo. È questo che cerco, di cui ho voglia di cogliere ogni singolo dettaglio, per capire oggi, all’uscita del tunnel, la mia Terra e le Persone che ci vivono e lavorano come stanno, cosa fanno, cosa pensano. Con un pensiero fisso: da dove, come, con chi, in che direzione ripartire. Nella vita e nel lavoro, in quell’inestricabile, inseparabile, aggrovigliato unicum che è la vita dell’artigiano. Ciò che sono.