Ginepri e lentischi secolari, fitte “foreste” di canne a formare veri e propri tunnel, anatre, aironi e garzette: la Riserva della Macchia Foresta del Fiume Irminio a Scicli è un paradiso naturale salvato dagli scempi della speculazione edilizia. un piccolo gioiello del sud est siciliano

di Antonio Schembri
foto di Di Maio

La natura della Sicilia è come un insieme di scatole cinesi e il territorio sud orientale del Val di Noto, tra Mediterraneo e Mar Ionio, costituisce in sé un grosso scrigno di sorprese naturalistiche. Tra Donnalucata e Marina di Ragusa una, in particolare, riguarda un piccolo ambiente iper protetto da 35 anni. È la riserva della cosiddetta “macchia-foresta” del fiume Irminio, ubicata sullo stesso arenile su cui si affaccia Playa Grande, la più piccola delle frazioni di Scicli. Una delle prime aree protette a essere istituite nel territorio regionale, affidata in gestione alla provincia di Ragusa, oggi Libero Consorzio comunale.

Uno spazio non così vasto, neanche 140 ettari; ma dentro il quale Madre Natura ha cucito un patchwork di almeno quattro ecosistemi diversi. La sola foce dell’Irminio, il fiume più lungo dell’area ragusana che scende a regime torrentizio per 52 chilometri dalle pendici del Monte Lauro, antico vulcano spento e sommità degli Iblei, attualmente ha una portata idrica ben più ridotta rispetto a quando veniva sfruttata come porto-canale dai coloni greci della vicina Kamarina nel quinto secolo avanti Cristo, successivamente dai Romani e infine dagli abitanti dell’area fino all’alto Medioevo. Ma continua a essere la base di un complesso ecosistema di flora e fauna. Ai lati dello sbocco del fiume nel Mediterraneo, c’è la spiaggia: un breve segmento incontaminato dell’arenile sabbioso di Playa Grande, situato nel mezzo delle due frequentate zone turistiche ragusane. Mare limpido con vasti ciuffi di posidonia sul fondale, ma in cui la balneazione è vietata. Poche decine di metri dietro, ecco la duna. Il lungo cordone di sabbia chiazzato da arbusti di salsole e dal verde dei ginepro corre parallelo alla battigia con i suoi circa otto metri d’altezza. A un certo punto, però, si arresta: la costa diventa rocciosa e a dominarla è un breve tratto di falesia strapiombante sia sulla spiaggia che, qualche metro più a lato, direttamente in mare.

Un singolare paesaggio fluviale e marino nel contempo, quello della foce del fiume Irminio. Già nove secoli fa, quando vi si affacciavano selve ancora più fitte e paludi, poi progressivamente tagliate e bonificate per far spazio all’agricoltura, meravigliò non poco anche Muhammed Al Idrisi. Il grande esploratore-geografo maghrebino ne fece cenno nel suo monumentale libro- reportage Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo, più noto come il Libro di Ruggero, perché scritto poco dopo il tour compiuto da Al Idrisi proprio su invito del sovrano normanno Ruggero II.

Sono i contrasti a fare della Riserva della Macchia Foresta del Fiume Irminio un luogo speciale che, come altre aree siciliane protette, deve la sua esistenza anche a quelli di natura sociale e politica. “Negli anni ’80 del secolo scorso quest’area era stata individuata per realizzarvi un piano di lottizzazione immobiliare, bloccato grazie alle proteste e all’opera di sensibilizzazione degli ambientalisti che l’avevano messa da tempo sotto lente, soprattutto per le sue varietà botaniche molto antiche”, illustra il direttore della Riserva Maria Di Maio. Il riferimento è a tutta quella vegetazione arbustiva, costituita soprattutto da ginepro coccolone e da lentisco, che in quest’area ha potuto non solo radicarsi e accrescersi per almeno quattrocento anni fino a costituire una fitta alberatura; ma anche di estendersi al punto da arrivare a formare una vera e propria foresta sulle dune.

Pur essendo un’area protetta di piccole dimensioni, la foce del fiume Irminio offre a chi vuole scoprirla, sia a scopo distensivo sia didattico (le scuole in visita sono state una costante fino a prima del lockdown) diversi itinerari che attraversano habitat ad alto tasso di biodiversità. Due, sono imperdibili. Il primo parte dall’ingresso principale della Riserva, dove si trova il Centro Visite con il piccolo Museo naturalistico e si dirige verso il fiume. “Nella prima parte di questo sentiero – spiega Di Maio – si rinvengono esemplari di ulivo, gelso ed altri alberi che testimoniano le antiche attività agricole nell’area. Si arriva così al greto destro del fiume, dove spiccano esemplari di pioppi, salici, frassini, tamerici, esemplari di lentisco e di fitte distese di canne, che in più punti formano dei tunnel”. L’arrivo alla foce “può riservare, a seconda dei periodi, l’emozione di trovarvi nel contempo l’avifauna stanziale, soprattutto anatre e gallinelle d’acqua e quella migratoria, capitanata da aironi cinerini e garzette”, indica Rosario Zaccaria, presidente dell’associazione escursionistica EsplorAmbiente, di Scicli. Momento centrale dell’escursione, l’arrivo alla duna. Osservando questo delicato ecosistema integrato, fondamentali per la protezione dei litorali dai processi di erosione, “oltre al ginepro e al lentisco, si possono notare arbusti di efedra, e nelle zone più basse ed umide, di tamerici”, riprende Di Maio. Lungo il sentiero è inoltre possibile ammirare alcune meraviglie arboree ultrasecolari. Si tratta di qualche esemplare di lentisco arboreo e uno di ilatro, censiti tra gli alberi monumentali della provincia di Ragusa.

Si prosegue fino alla torretta d’avvistamento incendi, dove sono presenti i resti di una trincea scavata nella roccia risalente alla Seconda guerra mondiale. Attorno, regnano piante mediterranee come le palme nane, il timo e altri arbusti più piccoli di lentisco. A questo punto si prosegue lungo il viottolo che porta sulla strada per Marina di Ragusa, oppure si può percorrere il sentiero retrodunale e nuovamente il sentiero Gelso per tornare al punto di partenza.

L’altro percorso, invece, è quello che, partendo dall’ingresso di levante (in direzione di Donnalucata), si inoltra nel fitto canneto che costeggia la sponda destra del fiume Irminio. È qui che si trovano i resti della vecchia regia trazzera che univa Marina di Ragusa a Donnalucata.

Lungo il percorso ci sono piccoli varchi nel canneto, appositamente schermati per il birdwatching. Anche lungo questa sponda, si giunge alla foce, passando tra salici, pioppi ed eucalipti. Una volta sulla spiaggia si può scegliere di percorrere l’arenile oppure ricongiungersi all’itinerario precedente. Oltre alle canne, si possono notare altre specie vegetali esotiche come il tabacco bianco (Nicotiana glauca) e l’eucalipto, presenti in aree che in passato erano coltivate.

Varia anche la fauna. Oltre agli uccelli, nelle quiete dell’Irminio guizzano pesci di diverse specie. Endemismo dei corsi d’acqua iblei, la trota macrostigma, pesce che si distingue per i grossi punti scuri che ne pigmentano la livrea.

Sempre tra gli animali sono presenti alcune specie esotiche, incoscientemente introdotte da ignoti, come la nutria, il cinghiale e la testuggine “guance rosse”.

“Questa riserva è singolare – spiega Antonino Duchi, naturalista di Legambiente Ragusa – perché il sistema fociale del fiume, comunque ancora abbondantemente alimentato da acque di ottima qualità, è in rapporto dinamico con il mare e favorisce un grande ‘traffico ittico’. Sono molte infatti le specie marine, come cefali e spigole, che utilizzano la foce come areale di accrescimento del loro novellame. A questi si aggiungono le anguille che però non vi si soffermano e si spingono lungo il corso fluviale fino alla parte alta dell’Irminio”. Sta proprio a monte il nodo da cui dipenderà l’integrità naturale della foce. “Sarà indispensabile investire risorse da un lato per salvaguardare le falde di questo bacino fluviale e dall’altro per migliorare la vigilanza sulla fruizione della riserva”. Già piuttosto elevata, tengono a sottolineare al Libero consorzio comunale di Ragusa, per preservare silenzio e armonia di questo prezioso frammento di sud est siciliano.