Ha vissuto a lungo a Milano, ora tra Roma e Lecce, ma il cuore resta sempre in Sicilia dove è ben decisa a ritornare. Intanto sul tema del vivere di nuovo nella propria terra, Catena Fiorello (sorella di Rosario e Beppe) ha scritto il suo nuovo libro: ora più che mai, dice, possiamo crederci davvero

di Chiara Dino

I suoi primi ritorni in Sicilia sono stampati su carta, messi lì, nero su bianco, nei suoi romanzi e nei suoi racconti. Catena Fiorello, catanese con solida famiglia alle spalle, compie 54 anni in questi giorni. E se pure li ha spesi per metà tra Milano e Roma, non ha mai interrotto il suo legame con l’isola dove sogna di tornare a vivere un giorno, più in là. Per il momento in Sicilia soggiorna con le parole dando timbro dialettale ai personaggi dei suoi libri perché è “lì che devo stare per raccontare la vita”, dice nel corso di una chiacchierata ricca di ricordi, profumi, ricette, zie, nonne e brezza marina. Una chiacchierata che parte dal suo ultimo Cinque donne e un arancino da poco uscito per Giunti. La storia intercetta qualcosa che in sordina si muove in Sicilia da anni e che, nel dopo Covid, va verso un’accelerazione. Il desiderio di nostos, di un ritorno definitivo a casa che coinvolge sempre più isolani, partiti per un altrove che ha dato loro un lavoro e che adesso sono pronti per il viaggio a ritroso. Siamo a Monte Pepe, un immaginario paesino investito dall’entusiasmo di Rosa che, rimasta vedova, dopo quarant’anni trascorsi a Milano, torna nella casa d’infanzia e con l’aiuto di Nunziatina, Sarina, Giuseppa e Maria, anima la piccola comunità montana aprendo una rosticceria che… farà strada.         

Cinque donne che sfidano la maledizione del non fare siciliana e aprono una rosticceria nella provincia apatica dell’entroterra siciliano facendo parlare di loro anche in America. Chi le somiglia di più?

“Credo di aver lasciato traccia in ognuna di loro. Mi ritrovo nella determinazione di Rosa, nella sensibilità di Nunziatina, nell’attitudine al sogno di Sarina, nella nostalgia di Giuseppa e anche nella paura di soffrire per amore di Maria”.

Eppure lei ha un compagno da anni…

“Sì, si chiama Paolo è di Lecce. Stiamo insieme da undici anni e viviamo tra Roma e la sua città. Un rapporto normale”.

Che arriva dopo due grandi dolori…

“Ho perso il mio primo fidanzato che è morto di tumore. È stata dura, avevamo fatto un pezzo importante di vita insieme, era un ufficiale di marina. E anche io mi sono ammalata di tumore, al seno. Guarire è stata una mia grande vittoria, per questo ora mi impegno nel sensibilizzare alla prevenzione le altre donne. Se ora sto bene è perché l’ho preso per tempo”.

Lei vive tra Roma e Lecce, diceva. Ma sia con Picciridda, ora al cinema per la regia di Paolo Licata, che con Dacci oggi il nostro pane quotidiano, mémoire dedicato alla mamma e alle sue ricette, fino all’attuale Cinque donne e un arancino ha scelto la Sicilia per le sue narrazioni. Perché?

“Sono andata via dalla Sicilia a 23 anni: ho vissuto a Milano, ora sto a Roma, ma è come se non fossi mai partita. E, pur essendo grata alle città che mi hanno ospitata e dato lavoro, torno sempre. Perché è da qui che devo partire per raccontare la vita. Ed è qui che ho i ricordi più belli”. 

Quali?

“Le passeggiate a Letojanni, Giardini Naxos, Taormina. L’infanzia ad Augusta dove siamo cresciuti io e i miei fratelli (Catena è sorella di Rosario e Beppe e di Anna, ndr.). La lunga frequentazione di tutta la costa orientale che va da Siracusa sino a Messina. Sono posti che hanno accompagnato la mia crescita e che mi hanno resa quella che sono. Ad Augusta ho fatto le scuole elementari, le medie e il liceo. Ricordo mia madre che stava sempre a cucinare. Con quattro figli e un marito la mattina preparava il pranzo e il pomeriggio la cena. Sono gesti e sapori ancora vivi dentro di me. Abitudini che mi porto dietro anche qui. Nella mia cucina almeno una volta la settimana non può mancare una delle sue ricette: la pasta col pomodoro e le melanzane fritte o la cotoletta alla palermitana fatta con la muddica grossa, quella ottenuta dal pane raffermo di due giorni e cotta alla brace. Ma a pensarci i ricordi più belli sono legati alle vacanze a Letojanni a casa di mia nonna, Catena D’Amore, un nome che è già poesia, una femminista vera e inconsapevole. Ha cresciuto i figli da sola perché era rimasta vedova di guerra molto giovane, ancora prima che nascesse mio padre. Non si lamentava mai, lavorava, era forte e tenace. Stavamo lì da maggio a settembre. Erano mesi bellissimi. La mattina alle sei e mezza andavo con lei a prendere il latte da donna Peppina. Poi a casa a fare colazione, la mamma faceva la granita in casa per risparmiare e la mangiavamo col pane. Al mare andavamo anche senza genitori perché in spiaggia c’erano i loro amici che ci controllavano. Poi c’erano le visite della zia Franca. Piccoli eventi ai quali ci preparavamo aprendo la stanza buona e offrendo cannoli e gelati. È questo vivere semplice che mi manca. Così come degli altri piccoli rituali familari”.

Per esempio?

“La salita al santuario dalla Madonna della Catena a Mongiuffi Melia. Si faceva nella notte tra il primo sabato e la prima domenica del mese. Una scarpinata di tanti chilometri, a piedi da Letojanni, con mio padre a dare il passo fino al santuario dove, dopo la celebrazione religiosa, si mangiava a canne infunnata e si giocava in un grande piazzale”.  

Quest’ultimo romanzo è proprio un libro sul nostos, il ritorno di Rosa a Monte Pepe dopo una vita spesa a Milano. È anche il suo sogno?

“Sì. Immagino la mia vecchiaia a Giardini Naxos dove ho da poco restaurato un casa: con lunghe passeggiate in spiaggia a respirare il profumo di salsedine e a vedere il mare che ti fa fare solo pensieri buoni come quando senti l’odore del pane. Se guardi le onde trovi sempre un appiglio di speranza”.

È ancora vero che cu nesci arrinesci?

“Lo è stato. Ma adesso penso ci siano le condizioni per cambiare qualcosa. L’interruzione di questi mesi ci ha mostrato che tanti lavori si possono fare anche alla distanza. È il momento di crederci e di tentare il ritorno. E poi pensi a quanti bravi scrittori sono rimasti in Sicilia. Da Stefania Auci a Cristina Cassar Scalia fino a Roberto Alajmo”.

È evidente che l’ultimo libro è il primo di una serie. Cosa accadrà dopo? Ci sarà una riduzione cinematografica?

“La saga delle donne di Monte Pepe continuerà. Non voglio anticipare molto: posso dire che accanto alla rosticceria le amiche apriranno un’altra attività commerciale e che continuerà il legame con l’America già presente nel primo volume. Quando e come rivivrà la storia in altre forme non dipende da me. Credo sia più adatta a una fiction televisiva. Una cosa secca in cinque puntate. Per il momento però mi godo il successo di Picciridda. Abbiamo appena venduto il film negli Stati Uniti, in Australia e nel Sudamerica”.