È alla guida di tre orchestre, bambino prodigio e, se non bastasse, anche scrittore. Omer Meir Wellber, nuovo direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo ai primi di luglio ha diretto il concerto della ripartenza. ritratto di uno degli artisti più contesi sulla scena europea

di Francesca Taormina
foto di Rosellina Garbo

Palermo fu galeotta e diventò per lui la città dell’amore. Lui è uno dei più contesi direttori d’orchestra del momento: Omer Meir Wellber. Una Tosca da dirigere a Palermo – era il suo secondo incarico in Europa – dieci anni fa, e Palermo gli cambiò il destino, almeno quello affettivo. Aveva conosciuto una donna a Milano, Silvia, psicoterapeuta, bella e fascinosa. Lui era prossimo a un matrimonio che non si celebrò mai. Chiamò Silvia, la pregò di raggiungerlo a Palermo e da allora non si sono più lasciati, hanno una figlia di poco più di quattro anni, Olivia, e sono felici. Palermo e la Tosca restano l’incipit di questa storia d’amore.

Oggi il vulcanico Wellber si divide tra la Philarmonica della Bbc, la Semperoper di Dresda e il Teatro Massimo di Palermo, di cui è stato nominato direttore musicale a partire dal primo gennaio scorso e dove – il 4 e il 5 luglio scorsi – ha diretto il primo concerto della ripartenza, dopo il lockdown che ha imposto mesi di silenzio. A inaugurare il nuovo corso intitolato significativamente “Sotto una nuova luce” è stato, nella sala grande che è il cuore del tempio progettato da Basile, il monodramma per attore e orchestra Der ewige Fremde (L’eterno straniero), una commissione del Teatro Massimo alla compositrice israeliana Ella Milch-Sheriff e a seguire la Messa in Do maggiore op. 86 di Beethoven.

Dove tutti gli altri vedono problemi, lui vede opportunità: “Dirigere tre orchestre così diverse è un’occasione unica di crescere, di arricchire il proprio bagaglio – racconta il maestro – e vi assicuro che quella tedesca è ben diversa da quella italiana: una eccelle nel fraseggio, l’altra nel ritmo, ma con tutte si può ottenere un ottimo risultato”.

Per anni il ragazzo ebreo, nato a Be’er Shiva, nel sud d’Israele, al confine con il deserto, figlio di due insegnanti, è giustamente considerato un prodigio. A cinque anni impara lo strumento che è la sua passione, la fisarmonica, poi il pianoforte, il clavicembalo, poi il violino e a nove anni inizia a studiare composizione. Be’er Sheva è una cittadina piena di ebrei immigrati dall’Europa orientale e non è difficile per lui acquisire quelle melodie slave, l’anima stessa dell’Europa centrale.

In questi anni è stato letteralmente conteso tra Lucerna, New York, Amburgo, la Scala di Milano, dove pare che il suo maestro, Daniel Barenboim, che ha sempre creduto in lui e aveva visto bene, gli tirò uno scherzo da prete. Alla prova generale della Carmen, Omer si presentò senza spartito e Barenboim gli chiese: “Come è possibile?, dove l’hai lasciato?” Meir Wellber senza alcun turbamento disse: “Maestro, conosco l’opera a memoria”. E al quarto atto Barenboim gli cedette la bacchetta, come a dire: ora vediamo cosa sai fare. Il ragazzo prodigio faceva sul serio e diresse con grande maestria. A quel punto era pronto per spiccare il volo. A Barenboim che lo prese come suo sostituto deve molto, ma sono due personalità molto diverse. Di lui Wellber dice: “Non sbaglia mai, ma sono note le diverse posizioni su Wagner che Berenboim ha diretto anche in Israele, io invece, se posso, non lo faccio. È un problema eterno: Barenboim separa l’uomo, tanto amato dai nazisti, dal compositore; per me, invece, l’uomo e l’artista coincidono”.

Oggi Omer Meir Wellber è considerato un fenomeno, e con più di una ragione. Con il Parsifal di Wagner, a gennaio scorso, ha inaugurato la stagione 2020 del Massimo, ed è stato un trauma per lui, ma non voleva perdersi una regia di Graham Vick. Degli ebrei di successo possiede l’intelligenza profonda, tutto quello che è in superficie semplicemente non lo interessa. È deciso, rapido, colto, molto intuitivo. Al suo arrivo a Palermo, con uno sguardo ha perfettamente capito la personalità del sindaco Orlando e quando gli chiedo se veramente il popolo ebraico è il popolo eletto, risponde citando almeno tre filosofi della religione. “Ma c’è una cosa che gli altri non possiedono – avverte – per essere un ebreo devi sapere leggere e scrivere e questo dura da seimila anni, e questo ha il suo peso, poi che ti debba lavare le mani e i piedi sette volte al giorno, di questi tempi va anche bene.”

Oggi, a soli 37 anni, il solo potere che gli interessa è quello della musica, il potere di mutare l’animo degli uomini, di costruire ponti là dove non esistono, e soprattutto il potere di produrre mutamenti sociali nelle zone più a rischio del pianeta. Come i grandi direttori, come Claudio Abbado o come Riccardo Muti, il suo pensiero va all’educazione musicale dei più giovani, ma soprattutto dei più sfortunati. Dal 2009 è direttore musicale della Raanama Symphoniette, per l’educazione musicale di circa settantamila bambini e ha fondato “Sarab”, che in arabo significa oasi, per insegnare musica ai bambini beduini nel Negev. La verità è che per lui il tempo è disposto a dilatarsi e così è Ambasciatore di Save a Child’s Heart, per l’assistenza medica e le operazioni al cuore.

“Quando la mia carriera esplose – racconta- tutti mi chiedevano solo di Israele, la sua politica, le sue guerre, i suoi sconfinamenti. Fu allora che pensai di creare queste realtà, oggi quando mi chiedono della mia patria io rispondo con tutte queste attività. Per le operazioni cardiache dei bambini la cosa è molto pericolosa: quasi tutti sono palestinesi o siriani e non possono tornare a casa da Israele, potrebbero essere arrestati o scambiati per spie e allora ci carichiamo la spesa per farli tornare da qualsiasi altra parte del mondo”. Della cultura ebraica conserva l’ironia e l’umorismo, non c’è disgrazia di cui non si possa sorridere, i suoi genitori sono a Tel Aviv, la compagna e la figlia a Milano e lui viaggia con energia infinita, la stessa che viene fuori quando solleva la bacchetta. Ha una mente europea e un cuore israeliano, “un cuore molto combattuto – aggiunge – che porta in sé tutte le contraddizioni della mia terra. A gennaio uscirà, edito da Sellerio, il mio primo romanzo dedicato a Chaim, divenuto l’uomo più vecchio d’Israele, che è riuscito a tornare a Tel Aviv, dopo la guerra, ma non riconosce più nulla della sua cultura. E tra una dissonanza letteraria e l’altra Chaim decide di tornare in Ungheria. Non vi dirò altro, altrimenti rovinerei la sorpresa”.

“Basti sapere che la storia d’Israele è ancora giovane, arenata sul dolore immenso dell’olocausto, ma i traumi si capovolgono, generano mostri. Un esempio? Ero a Dresda, in albergo – conclude – e sento un corteo dell’estrema destra che dimostrava, non sappiamo bene perché, tra le bandiere che sfilavano; una era israeliana: erano uniti contro gli arabi. Bisogna essere robusti dal punto di vista psichico per tentare di capire. Prima capire, poi giudicare, sempre. E sì, la scrittura è la mia terapia, il mio relax. Già sto pensando al prossimo romanzo, sarà un saggio di approfondimento del cristianesimo che mette a fuoco una questione: Come si fa ad amare Caino?”.