Un rudere restaurato, terreni coltivati con il metodo della permacultura, qualche gallina e dei simpatici asini ragusani: una vita semplice sulle colline davanti a Cala Junco. è questo che Jenny Juul e Derek Duffield, venezuelana lei, sudafricano lui, hanno scelto per il loro futuro.
Un esempio di semplicità e sostenibilità che indica anche una nuova strada per il turismo nelle nostre isole

di M.Laura Crescimanno

Se dici Panarea, pensi a ville con prato e bianche colonne eoliane, discese private tra gli scogli a picco nell’azzurro, aperitivi su terrazze mozzafiato in stile balinese. Oppure a yacht da copertina dove si nascondono al sicuro i vip in vacanza, barche che la sera si illuminano come alberi di Natale, dondolando all’ancora tra Basiluzzo e Lisca Bianca.

Eppure, esiste da qualche anno un’altra isola. Anche qui, nella più mondana delle Eolie, la comunità inizia a riflettere sulla sostenibilità dello sviluppo turistico e sulla necessità di tutelare l’ambiente di terra e di mare, adottando modelli  e comportamenti  differenti, prima che sia troppo tardi. Questione di tempo e di nuove idee, che spesso arrivano da molto lontano. Come quella di una straordinaria coppia, Jenny Juul e Derek Duffield, origine venezuelana lei, sudafricano lui, che giunti nell’arcipelago eoliano diciotto anni fa, sono rimasti incantati dalla forza della natura e hanno messo qui le loro radici. Per realizzare un sogno.

Incamminandosi lungo il sentiero all’interno della riserva orientata che conduce al sito archeologico di Capo Milazzese, oggi gestito dal Fai, superata la sabbia scura dell’unica spiaggetta di Panarea – Caletta Zimmari – ci si arrampica tra gli arbusti della macchia mediterranea per ammirare le baie sottostanti che sbucano oltre i cactus, l’euforbia, la palma nana, il mirto, le tamerici. A fine estate, è una passeggiata da non perdere per i profumi intensi e il panorama mozzafiato che si gode dall’alto su Cala Junco, riparo per i naviganti dell’antichità che qui trovavano rifugio. In alto il pizzo del Corvo, intorno, le Eolie che si ergono maestose nel blu. Il villaggio archeologico di età preistorica, oggi riserva orientata, si intravede subito lungo il costone roccioso, con il perimetro delle ventitré capanne circolari che sorgono in posizione strategica. Ma sulla destra, tra le rocce che delimitano il sentiero, un cartello potrebbe disorientare: conduce a Villa Libertà, dove vivono da alcuni anni, in uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, tre asini, alcune galline, tacchini, pesci e api sicule.

Questo è il sogno di Derek, capitano di yacht, e di sua moglie Jenny. Nel 2003 Derek ha acquistato i ruderi e un po’di terra da una famiglia dell’isola, senza un’idea precisa. Poi, giorno dopo giorno, con estrema pazienza, è nata l’idea di realizzare un centro di permacultura, un luogo di lavoro legato alla terra e ai cicli naturali di vita, che oggi accoglie stranieri ed esperti interessati alla sostenibilità ambientale. Dall’inglese “permanent culture”, si tratta di una pratica sostenibile che rimette in circuito le risorse della natura nei suoi cicli spontanei.

Jenny, studi di oceanografia alle spalle, piccola, dolce ma molto determinata, come molte donne latine sanno essere, ci spiega che quando comprarono quel rudere, il nome Villa Libertà era già scritto sopra un pezzo di legno. E lì è rimasto. Poi, con lo spirito concreto delle donne, mentre il marito era via per mare, ha iniziato con piccoli lavori quotidiani, salendo a piedi lungo quel sentiero la sera al tramonto, a ripulire la campagna, a recuperare i resti del fabbricato, con l’intento di seguire l’armonia della natura e di riportare qui la biodiversità. “Stregata dalla bellezza intorno – continua a spiegare Jenny – poco alla volta ho capito che bisognava ripiantare gli alberi del posto e creare ombra per la vita degli animali”. Venticinque ulivi sono stati portati a mano sul pianoro, piantati e la sera innaffiati, di recente anche una varietà molto rara di giuggiolo selvatico. Poi è stata realizzata una vasca di raccolta dell’acqua piovana per il nuovo progetto di acquaponix, che alimenta il piccolo orto con le piante aromatiche: menta, basilico, fragole ed ortaggi.

Intanto, la coppia aveva comprato gli animali: galline, galli, faraone e, ultimi, sono gli asinelli di razza ragusana. “Per accettarli – continua Jenny – sull’isola si sono svolte agitate riunioni invernali con la gente di Panarea, una comunità con cui c’è molto lavoro da fare, che all’inizio rideva della nostra pazzia di riportare la vita in quel pianoro assolato e ventoso”. Oggi gli asini hanno figliato, tengono pulita la terra con il loro continuo calpestio, e servono per trasportare materiali su e giù dal sentiero.  Chiunque può andare a visitare il giardino di Villa Libertà.

Superata la sbarra e il cartello che avvisa della presenza  degli asini, il rudere appare tra le piante con i suoi tavoli all’aperto in materiali riciclati, accucciati sotto un porticato, un vero e proprio ranch eco-sostenibile, con una vista impagabile su Lipari. A pensarci bene, è la stessa che scelsero gli abitanti dell’età del bronzo insediatisi a pochi metri nelle capanne sulla punta del Capo Milazzese. Ma quale sarà il futuro di questo luogo straordinario? Villa Libertà, con il suo profilo Instagram, è un centro destinato a diventare un laboratorio di permacultura, dove la natura ritorna indisturbata. In estate, per supportare Jenny nella cura delle piante e degli animali, attraverso le piattaforme digitali come Workaway, ragazzi da tutto il mondo vengono e lavorano in cambio di vitto e alloggio. Un nuovo modello di turismo, quello ecosostenibile, che anche Panarea potrebbe in futuro adottare.