La pandemia ha costretto moltissime persone a lavorare da casa.
E tanti che avevano lasciato la Sicilia per cercare migliori opportunità al nord sono stati spinti a rientrare e hanno lavorato, benissimo, in smart working. E non vogliono più smettere

di Giulio Giallombardo

Andata e ritorno di un viaggio che è spesso una fuga. Partenze e addii in cerca di un eldorado o più semplicemente di una normalità negata. Sono le storie di un esodo generazionale che adesso, però, rimbalza all’indietro, dopo che un virus ha sparigliato le carte, aprendo scenari impensabili fino a pochi mesi fa. Così, le distanze si azzerano, la geografia si capovolge, e il lavoro diventa agile, come un felino che salta mille ostacoli pur di acciuffare la preda o raggiungere la sua meta, che in questo caso è il sud.

Dopo i tempi sospesi della quarantena, c’è chi ha cambiato prospettive, tornando a casa dopo anni di lavoro al nord o all’estero, ma continuando a svolgere la propria attività in remoto, dal proprio salotto o da una villa in affitto con vista sul mare. Un capitale umano disperso, fatto di giovani uomini e donne, dai meno di trenta agli oltre quarant’anni, che hanno voglia di spendere il loro bagaglio di esperienze professionali nella terra in cui sono nati e da cui sono partiti. Come la 28enne Elena Militello, che a marzo, in pieno lockdown, mentre tornava in auto dal Lussemburgo nella sua Palermo, ha avuto l’idea di creare una rete che mettesse insieme tutti quelli che, come lei, volevano tornare a casa o lo avevano già fatto, lavorando in modalità “agile”. È nato così il progetto South Working, sposato da Global Shapers Palermo, hub siciliano di un’associazione che ha 425 sedi in tutto il mondo, legata al Word Economic Forum. “Da anni pensavo di tornare in Sicilia e la pandemia ha in qualche modo reso più veloci i tempi – racconta Elena -. Mi piace pensare di poter restituire alla mia terra tutto quello che mi ha dato prima che la lasciassi”. Partita a 17 anni, Elena arriva a Milano dove si laurea in giurisprudenza alla Bocconi, poi gli anni del dottorato in diritto e scienze umane a Como, con tappe anche in Germania e negli Stati Uniti, per approdare, quindi, all’università del Lussemburgo, dove ha un contratto di ricerca, ormai in scadenza, in procedura penale comparata.

Adesso il ritorno a Palermo, con l’intenzione di restarci a lungo, facendo crescere la rete di South Working, un progetto cui sta lavorando una squadra composta da una decina di ragazzi e che potrebbe fare da nuova leva per l’economia del sud. “Siamo ancora all’inizio, ma i risultati sono incoraggianti – prosegue Elena -. Abbiamo predisposto un questionario rivolto ai lavoratori che vorrebbero tornare in smart working e in pochi mesi hanno risposto oltre mille persone. Siamo in contatto anche con alcune aziende e ci stiamo confrontando sui pro e contro di questo regime lavorativo, anche alla luce dell’esperienza fatta durante il lockdown”. L’obiettivo è quello di creare una rete di coworking diffusi sul territorio aperti a chi vuole tornare, creando anche un database di aziende che hanno già dimostrato una propensione allo smart working.

“Noi siamo tutti figli delle università del nord che dopo aver fatto esperienze di lavoro fuori, abbiamo voglia di condividerle con la nostra terra”, dice Mario Mirabile, palermitano di 26 anni, laureato in scienze politiche e culture globali a Bologna, impegnato nel terzo settore e anche lui nel team di South Working. “Stiamo valutando tutti gli aspetti del lavoro agile – osserva – tanti vantaggi ma anche qualche criticità, come ad esempio, un deficit di creatività forse causato dal distanziamento sociale, anche se dall’altro lato si è registrato in molti casi un aumento di produttività. Per questo pensiamo che la formula del coworking possa essere vincente, facilitando rapporti trasversali anche con altre figure professionali che lavorano nello stesso luogo”.

Del resto, che i tempi siano maturi per un ritorno al sud, lo dimostrano anche i recenti incentivi previsti dal governo regionale siciliano, con il rimborso di alcuni tributi per le imprese degli under 45 che hanno aderito a “Resto al Sud”, la misura che il governo nazionale ha affidato a Invitalia per incentivare le aziende giovanili. Poi, sul fronte della formazione, ci sono gli aiuti per gli studenti fuori sede, iscritti in altre università, che sceglieranno di tornare in Sicilia per proseguire gli studi. La norma che ha fatto andare su tutte le furie i rettori di mezza Italia, prevede un contributo della Regione fino a 1.200 euro a studente, cui si aggiunge, inoltre, un ulteriore sconto sulle tasse concesso dall’Università di Palermo. Nello stesso tempo una città come Milano, che in vent’anni ha guadagnato circa centomila residenti provenienti dalle altre regioni, soprattutto dal Mezzogiorno, ha iniziato a registrare un controesodo di persone che stanno tornando nelle loro città, continuando a lavorare per le aziende del nord, soprattutto alla luce dell’intenzione del governo di prolungare lo smart working fino a dicembre.

Così, in tanti adesso hanno fatto le valigie con in tasca un biglietto di sola andata per la Sicilia. È il caso di Fabio Di Martino, 41 anni, palermitano originario delle Madonie, ingegnere specializzato nel settore delle energie rinnovabili. Dopo una vita trascorsa all’estero, principalmente in Inghilterra, e un lavoro stabile in una startup di Edimburgo, che si occupa di energia solare e batterie, Fabio ha pensato di tornare a casa. “Fino a poco tempo fa non avrei pianificato di rientrare in Sicilia, ma penso che in questo momento sia importante stare vicino ai miei affetti e alla mia famiglia – ammette Fabio -. Lavoriamo tutti da casa e l’azienda non ha riscontrato alcun calo di produttività, anzi sono soddisfatti e non hanno intenzione far rientrare nessuno in ufficio, se non forse l’anno prossimo. L’unica cosa che mi manca è il contatto umano con i colleghi, ma adesso sono qui in Sicilia e in questo momento non faccio programmi per un prossimo futuro”.

A godersi il sole di Mondello, tra un meeting e l’altro rigorosamente in videoconferenza, è la 28enne Rachele Rallo, palermitana, laureata in economia aziendale nella sua città, poi divisa tra Milano e Barcellona e da maggio tornata a Palermo dopo sette anni fuori. Attualmente lavora per una grande multinazionale specializzata nella consegna di cibi a domicilio, occupandosi della gestione dei progetti per nuovi flussi di reddito. “Alle Barbados danno il visto gratuito di dodici mesi a chi decide di andare a lavorare lì, dovremmo pensare anche noi a incentivi simili. Io sono felice di essere tornata – ammette – abito a Mondello e adesso posso permettermi anche di andare al mare subito dopo una riunione, mentre prima mi toccava fare mezz’ora in bici per raggiungere il posto di lavoro. Non pensavo che avrei avuto di nuovo l’occasione di stare tanto tempo in questa città e devo dire che me la sto godendo tantissimo”.

È tornato da Milano per una pura casualità, invece, Paolo Piacenti, ingegnere palermitano di 31 anni, manager di una grossa società che produce software per l’industria automobilistica, con varie sedi in tutta Europa. “Mi trovavo a Palermo a fine febbraio per una ricorrenza familiare – racconta -, ma quasi contemporaneamente è arrivata la pandemia e abbiamo iniziato a lavorare in smart working. Da allora non sono più stato in ufficio. Credo che ormai non si potrà più tornare indietro, conviene un po’ a tutti, aziende comprese. La cosa che mi preoccupa un po’ è il pericolo di discriminazione più o meno consapevole da parte dell’azienda nei confronti di chi sceglie di lavorare in remoto. Ma intanto il bilancio di questi mesi è positivo, soprattutto perché sto contribuendo all’economia di una città in cui ho il mio patrimonio familiare”.

Ma tornare a sud è anche un atto di amore e di coraggio. Come il caso di chi decide di farlo pur avendo un lavoro stabile al nord o successi professionali già segnati. Allora ecco la messinese Noemi Pagliaro, 30 anni, laureata in turismo, con un master in organizzazione di eventi a Milano. Dopo diverse esperienze di lavoro nel capoluogo lombardo, un mese prima che il Covid prendesse il sopravvento, ha deciso di tornare in Sicilia: “Avevo un contratto pronto da firmare, ma non riuscivo a immaginarmi per altri anni a Milano. Così ho deciso di tornare, anche se sono consapevole che sarà molto più difficile trovare lavoro”.

Una storia a parte, ma non troppo, è poi quella di Patrizia Giancotti, 62enne antropologa torinese, tornata in Calabria, nel paesino del padre, dove trascorreva le sue estati di ragazza. Fotografa, giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici per Rai Radio 3, dopo aver svolto le sue ricerche di antropologia visiva in Italia e all’estero, particolarmente in Brasile, due anni fa ha preso la residenza a Palermiti, piccolo centro di mille anime in provincia di Catanzaro. Adesso insegna all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, dove durante il lockdown ha sperimentato le lezioni a distanza, ma “senza video, soltanto con la voce – tiene a precisare -. Pensavo fosse una iattura, invece il livello di interesse e di concentrazione dei ragazzi è triplicato. Abbiamo ripreso i cardini della trasmissione orale del sapere, che obbliga ad affinare una speciale qualità dell’ascolto e i risultati sono stati sorprendenti”. Per l’antropologa, la Calabria “è un punto luminoso di una geografia interiore”, la terra dove ha scelto di vivere e da cui ricominciare un nuovo ciclo. Ritorni a sud che fanno bene non solo al cuore.