di Salvatore Savoia

Nel 1957 veniva pubblicato un piccolo volumetto dal titolo Palermo dal basso, curato da Claudia e Gianni Marchello. Un’insolita carrellata nella palermitanità meno conosciuta, e insieme uno dei più impietosi e desolanti squarci che mai abbiano osato raccontare una città che non era ancora uscita dal dopoguerra, mentre in tanti preferivano ignorarlo. Gli autori, oltre a offrire una terribile serie di foto struggenti, le hanno accompagnate con i versi che l’Abbé Pierre, il religioso francese, già partigiano, fondatore nel 1949 dei Compagnons d’Emmaüs, aveva scritto subito dopo la guerra.

Scoprimmo così che Palermo non era solo fatta di guglie, loggiati e chiese barocche, che dietro i balconi a petto d’oca freschi di bomba, oltre le pasticcerie e i riti del passato, appena ripristinati, ci si poteva imbattere in anfratti dolenti abitati da centinaia di famiglie, in corti dei miracoli frequentate da bambini seminudi e animali in libertà, come oggi accade del resto nell’altra parte del mondo. Solo che allora, quell’altra parte ce l’avevamo sotto casa.

Nella memoria e nei modi di dire dei palermitani, “Cortile Cascino” è tuttora sinonimo di un degrado infernale che Danilo Dolci raccontò a un mondo che era preso dai miraggi di un futuro boom economico, e che di tutt’altro voleva sentir parlare. Nello stesso 1957 moriva Tomasi di Lampedusa e quello che era stato il suo struggente racconto di morte stava per tramutarsi in un cantico senza fine, tutto fatto di bianche principesse danzanti e di gentiluomini dal pallido volto di Alain Delon. Ma “Cortile Cascino”, così come tante altre plaghe simili dell’altra Palermo, quella “dal basso”, c’era ancora in quegli anni, e proprio a due passi dai grandi palazzi e dalle cattedrali barocche. Anzi, esattamente a ridosso dalla residenza del principesco Cardinale Ruffini e da quella dei nuovi vicerè della Regione.

Non lontano dalla fossa del vecchio fiume Papireto, dalle parti delle via D’Ossuna, Imera e Corso Alberto Amedeo, si penetrava in una Palermo diversa. E chi come me, aveva passato l’infanzia e frequentato le prime scuole in zone a essa limitrofe, non poteva né doveva saperne nemmeno l’esistenza. Quando fu deviata quella parte della linea ferroviaria che vi passava troppo vicino, si mise un tappo anche all’ultima possibilità di fare i conti col mostro sotto casa. Fu non a caso un non siciliano, proprio il sociologo triestino Danilo Dolci, ad affrontare il tema, decidendo addirittura di trasferirvisi. Gli articoli su L’Ora, e l’eco stessa dell’attività di Dolci, crearono lo scandalo. Fabrizio Pedone, nel suo recente “La città che non c’era” descrive la figura di Dolci “sorvegliato speciale”, che in tanti accusavano di speculare su quelle sofferenze. Erano migliaia gli esseri umani asserragliati in quei tuguri senza fogne né servizi igienici, senz’acqua né luce elettrica. I bambini erano sporchi e mal nutriti, esposti al tifo, alla tubercolosi e alla malaria, vagavano chiedendo l’elemosina lungo il giorno tra i quartieri borghesi della città, né più né meno di quanto accade oggi ad altri disperati di diverse origini. Intendiamoci, Palermo nel dopoguerra era una città misera e lacerata, come mezza Italia. Ma niente poteva essere comparato alla realtà mostrata dal “Cortile Cascino” e dalle sue scene di miseria assoluta e disperata.

Del “Cortile Cascino” e dei suoi abitanti si parlò in mezzo mondo dopo la pubblicazione del saggio Inchiesta a Palermo di Danilo Dolci. Dopo un primo documentario inglese curato dalla BBC, nel 1961 un magnifico cortometraggio dell’americano Robert Young svelò questi segreti al mondo. Anni dopo, proprio partendo da questo documentario, i registi Ciprì e Maresco avrebbero inserito nel loro spettacolo Viva Palermo e Santa Rosalia, alcuni frammenti del film di Young, sovrapponendovi le musiche di Chet Baker.

Qualche anno dopo, interrompendo per un attimo il saccheggio di altre zone della città, iniziarono le opere per il risanamento. Vennero demoliti i catoi del “Cortile Cascino” e furono alzati dei muri per nasconderne quanto restava. Le famiglie furono trasferite nelle case popolari di Falsomiele.

Il nostro piccolo e prezioso volumetto Palermo dal basso non si limita però al più noto degli inferni palermitani di quegli anni, e comprende altri ghetti nel cuore del centro storico, con le dolenti foto del “Cortile Crocifisso” alla Cala, di Piazza Fonderia, Vicolo della Rosa Bianca, Via del Porto al Borgo, Via Scopari e Vicolo Lo Bianco e Vicolo della Sapienza alla Kalsa, Piazza del Gran Cancelliere, osano insinuarsi senza pudore fin sotto il nascente Palazzo di Giustizia, a ridosso dei nuovi marmi che iniziavano a decorarlo. Alcuni versi dell’Abbé Pierre suonano forte:

Angeli custodi, ma dove siete, che fate voi?
Angeli dei ricchi, angeli dei desolati,
Angeli di tutti i figli dell’uomo, guardate!
Fa troppo male, più non si può dormire.
Angeli gridate, tuonate, picchiate.
Vi son troppe lacrime,
e pance incavate e schiene tremanti e mani vuote…